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Perché lo Stato non deve sospendere o limitare la garanzia pubblica sui debiti delle pmi
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Perché lo Stato non deve sospendere o limitare la garanzia pubblica sui debiti delle pmi

13 ottobre 2023, 20:00

Nel bilancio statale è presente solo il 10% dei 300 miliardi di garanzie concesse, che statisticamente è quanto potrebbe non essere ripagato. Ma sospendere o ridurre l’impegno sarebbe un ulteriore colpo alle piccole e medie imprese che si trovano già alle prese con l’aumento dei tassi

Nel mare magnum del debito italiano e quindi del non facile bilancio di previsione per il 2024, c’è anche un tema che tocca la struttura portante dell’economia, cioè delle pmi. Cioè, a dire il 40% del pil del paese e il 50% dell’export italiano.

Da tempo l’Europa, non l’Italia da sola, hanno previsto che i finanziamenti alle pmi, con accentuazione nel periodo del Covid, fossero garantiti da ciascuno stato. In Italia, per il periodo Covid, è stato stabilito che ciascuna pmi potesse ottenere garanzia dallo stato per finanziamenti bancari fino a 5 milioni di euro. Nel periodo del Covid i finanziamenti allora con garanzia del Mediocredito centrale e di Sace sono arrivati a circa 300 miliardi di euro.

Chi pensasse quindi che queste garanzie abbiano pesato e pesino per 300 miliardi sul disastroso bilancio statale, che ha un debito pari a oltre il 140% del pil, cioè del fatturato dello stato, sbaglierebbe clamorosamente. Infatti, nel bilancio dello stato è sempre stato inserito solo il rischio reale di veder scattare la garanzia, che da tempo è stimato in un massimo del 10% dell’importo, visto che l’altro 90% viene pagato regolarmente dalle pmi e quindi non dà luogo all’escussione della garanzia statale.

In più, risulta con chiarezza che quel 10% di non pagato non è finora stato mai raggiunto, cioè di quel 10% garantito una parte è stato ripagato alle banche dalle aziende e quindi non è dovuto intervenire lo stato.

Che succede adesso

Il Covid è finito e al 31 dicembre finirà anche il Temporary crisis framework e quindi c’è già chi sta spingendo perché le garanzie vengano sospese, cioè che sia abolito il Fondo pmi in nome del contenimento del deficit pubblico. In realtà, come si è visto, il ministero dell’economia ha sempre messo in bilancio non il totale della cifra garantita alle banche per i prestiti alle pmi, ma appunto un massimo del 10% che fra l’altro non è stato mai stato interamente utilizzato. Quindi si sta discutendo come massimo di 30 miliardi che aggraverebbero il debito dello stato, che veleggia verso i 3 mila miliardi e sarà comunque superiore al 140% del pil. Ma, vale ripeterlo, quelle garanzie consentono al sistema delle pmi che hanno ottenuto le garanzie di fatturare una cifra di affari pari al 40% del pil e al suo interno c’è il 50% dell’export italiano, con indubbio gettito per l’Agenzia delle entrate.

L’Italia, come è stranoto, è il paese con l’economia basata essenzialmente sulle pmi; quindi, se venisse frenata la loro attività per la minore possibilità di avere credito, a risentirne sarebbe direttamente il pil e quindi il rapporto debito/pil potrebbe salire ben sopra il livello, già il più alto fra i principali paesi europei, appunto di più del 140%.

Le mosse di Giorgetti

Si comprende allora, perché la competenza e la saggezza del ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti, lo spinga a molta prudenza e alla ricerca dell’ottimizzazione del sistema. In primo luogo, è già deciso che le future garanzie saranno date dal Mediocredito centrale e non più anche da Sace. In secondo luogo, qualcuno auspica una qualche riduzione della garanzia sul finanziamento. Qualcuno ha azzardato che si scenda da un massimo di 5 milioni a 2,5, ma un dimezzamento potrebbe dare una spinta fortissima al rallentamento dell’economia e quindi c’è da sperare che prevalga il buon senso.

Per un motivo molto semplice: perché crescita del pil e finanziamenti alla pmi sono come il cane che si morde la coda. Specialmente in un paese come l’Italia che tragicamente non ha un mercato borsistico efficiente: sul numero smisurato di pmi italiane (circa 200 mila, secondo un recente studio Ambrosetti) solo 203 (dicasi 203) sono quotate e con una capitalizzazione in borsa di appena 10 miliardi di euro. Una goccia nel mare.

In più c’è da aggiungere che il costo del denaro, specialmente per le pmi, anche se ottengono la garanzia, è salito alle stelle, erodendo inevitabilmente i margini e quindi riducendo la bancabilità delle stesse, se lo stato togliesse o riducesse fortemente la garanzia oggi possibile.

La voce di AssoNext

Naturalmente, il problema non sono solo i prestiti garantiti, ma strettamente connessa è la possibilità di avere capitale di rischio. Per questo AssoNext, l’associazione che riunisce le pmi quotate ed è presieduta da Giovanni Natali, ha chiesto al governo non di fare un fondo da 200 milioni di euro con Cdp ma di distribuire (magari attraverso CdP) i 200 milioni in quote da 5 milioni ai 40 fondi privati che operano su Euronext growth perché si impegnino a investirne in almeno 15 pmi quotate o quotande e quindi per totale di 600 milioni, che rappresenterebbe un raddoppio di ciò che oggi è in mano (500 milioni) ai principali 30 fondi su una capitalizzazione totale di circa 10 miliardi e un flottante del 25% circa, mentre 2 miliardi sono in mano al retail. Con questa operazione il flottante in mano agli investitori istituzionali, che costituiscono l’asse portante delle borse, raddoppierebbe a 1,1 miliardi. Ancora una goccia nel mare, ma almeno il tentativo di rendere un po’ più liquido il mercato delle pmi, senza creare problemi aggiuntivi significativi al già pesante bilancio, delineerebbe una strategia reale di crescita dell’economia, di strutturazione del mercato borsistici, e di conseguenza anche delle entrate dello stato.

Il professor Giovanni Tria in Cina

Il professor Giovanni Tria non passerà sicuramente alla storia per essere stato ministro dell’economia nel governo più contraddittorio della storia italiana, il Conte 1 formato fra 5Stelle e Lega e neppure in quello guidato da Mario Draghi, dove è stato consigliere del ministro dello sviluppo economico. Nel Conte 1 il ministro dell’economia doveva essere il professor Paolo Savona ma qualcuno follemente dubitava che non fosse autenticamente europeista, mentre nessuno poteva mettere in dubbio la sua altissima professionalità, e per questo l’ex-braccio destro del grande Guido Carli fu nominato ministro delle politiche europee. Bizzarrie di quel governo.

Non è tuttavia dubbio che Tria abbia fatto bene, professionalmente e con equilibrio, il suo lavoro. A farlo passare alla storia sarà piuttosto la sua nomina di questi giorni a componente, primo italiano in assoluto, della Bank of China, la più internazionale delle banche cinesi. Un record assoluto per l’ex-professore di economia politica all’Università di Roma Tor Vergata.

Ma qual è il significato della nomina, in questo momento particolare, di un ex-ministro italiano nella più prestigiosa banca cinese? Non in una filiale, ma nel consiglio d’amministrazione della capogruppo in Cina?

La risposta è facile: oltre che per la professionalità di Tria, la nomina è avvenuta per un preciso messaggio politico, poco tempo prima che la presidente Giorgia Meloni si rechi a Pechino per sancire la già annunciata volontà dell’Italia di uscire dalla Belt and Road initiative, il grande progetto elaborato dal presidente Xi Jinping per realizzare accordi commerciali e politici evocando il vecchio percorso che dalla Cina arrivava in Europa e in particolare a Venezia, tracciato da Padre Matteo Ricci e Marco Polo. L’adesione fu firmata dal presidente Giuseppe Conte a pochi mesi dalla fine del suo primo governo. Il professor Tria ne era appunto ministro dell’economia.

A giudizio del governo Meloni, quel trattato non ha avuto particolari effetti positivi (forse anche per il Covid) quindi, scadendo a fine anno, non verrà rinnovato. Difronte a questa decisione, accompagnata tuttavia da esplicite dichiarazioni della presidente Meloni e del ministro degli esteri Antonio Tajani di voler sviluppare il più possibile le relazioni economiche con la Cina, Pechino ha voluto dimostrare apertura all’Italia, facendo entrare nella stanza dei bottoni della più prestigiosa banca del paese un ex-ministro italiano che faceva parte del governo Conte 1, ma che ha anche rapporti molto buoni con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che lo volle in quel governo.

Cosa fara la presidente Meloni?

Come reagirà la presidente Meloni a questo segnale? Probabilmente bene, perché come Tajani ella è profondamente convinta che nessun paese che persegua lo sviluppo, com’è il caso dell’Italia, possa prescindere dalla Cina. E del resto, proprio nei giorni scorsi, il 9 e 10 ottobre, l’asprigno presidente del senato americano, Chuck Schumer, ha avuto incontri con il presidente Xi, insieme a una delegazione di senatori. E The Economist ha titolato: «I Legami della Cina con l’America si stanno un po’ riscaldando». E il ministro degli esteri cinese Wang Yi, ritornato, per sostituire il dimissionario (o dimissionato) Qin Gang, al ruolo di governo dopo essere stato responsabile degli esteri del Comitato centrale del partito comunista cinese, è riuscito a sostenere che soltanto la conoscenza diretta fra i due paesi può eliminare la diffidenza degli americani verso la Cina. La risposta del senatore Schumer è stata diversa: non è questione di non conoscenza ma del fatto che i due paesi, come principali paesi del mondo, sono concorrenti nel commercio, nella tecnologia, nella diplomazia… Concorrenti che però sono tornati a farsi visita e a parlarsi.

È sicuro che la nomina in Bank of China del professor Tria sia una ottima mossa distensiva della Cina verso Roma e che egli potrà essere un positivo trait d’union fra il mondo produttivo italiano e quello cinese. Del resto, i lettori lo ricorderanno, i rapporti intensi fra Italia e Cina iniziarono nel dicembre del 1978, quando il ministro del commercio estero, l’ex-direttore generale di Banca d’Italia Rinaldo Ossola, con il suo viaggio a Pechino aprì una consistente linea di credito stand by per permettere ai cinesi di acquistare prodotti italiani. Fu un grande successo: il vicepresidente Deng Xiaoping, fondatore della nuova Cina, lo ricevette tre volte in una settimana e alla terza io potei intervistare il grande politico cinese. Nel suo recente viaggio preparatorio della visita della Meloni, il vicepresidente e ministro degli esteri Tajani ha avuto modo di ricordare quel gesto dell’Italia compiuta da Ossola, a dimostrazione che anche senza la Via della Seta i rapporti fra i due paesi possono essere intensi e amichevoli.

A proposito del Cern

«Oggi ve lo consegno. Mi distacco da esso. I palazzi, le costruzioni vanno amate», ha cominciato così il suo discorso sulla frontiera fra Svizzera e Francia l’architetto e senatore a vita, Renzo Piano. E sabato 8 ottobre ha proseguito: «È un giorno dell’innovazione. Era un cantiere, ora va a chi deve andare… Come un vero ponte. I ponti fanno sempre un buon lavoro. Uniscono. Io li amo per questo. Anche con i muri si può fare un buon lavoro ma i ponti sono un’altra cosa… Certo strutturalmente ma anche in senso metafisico. Sottoterra, qui sottoterra, nel profondo della terra non si vede cosa c’è. Ma sopra c’è il ponte. Ispirerà le nuove generazioni, i loro pensieri, lo studio delle fragilità del Pianeta. Questo posto farà venire i pensieri migliori. È la porta che avvicina la bellezza alla scienza e alla bellezza della scienza; aiuterà a scoprire il mistero dell’infinito small e dell’infinito large…».

Fabiola Gianotti, la bravissima direttrice generale del Cern, il centro europeo per le ricerche nucleari, ha scelto con Piano il migliore, che poteva, fuori terra, costruire un ponte non solo fra una parte e l’altra del Cern rispetto ai 100 metri sottoterra dove nel tunnel gli acceleratori vengono usati per preaccelerare gli adroni (particelle subnucleari). La regione del Cern è compresa fra l’aeroporto di Ginevra e il massiccio del Giura, 100 km. I 7.500 che lavorano al Cern, di cui 2.500 italiani, hanno osservato recentemente una nuova particella, chiamata Xicc++, che nei 27 km di circonferenza può entrare in collisione con altre particelle a energie elevatissime. I prodotti delle collisioni fra fasci di particelle, all’interno dell’acceleratore, permettono lo studio della formazione del nostro Universo e della materia esistente. Gli obiettivi del Cern sono quattro:

1) Ricerca: per scoprire il mondo delle particelle e chiarire i grandi interrogativi dell’Universo;

2) Tecnologia: sviluppare nuove tecnologie;

3) Collaborazione: il centro favorisce la cooperazione tra nazioni provenienti da ogni parte del mondo;

4) Educazione: il Cern non solo fa ricerca, ma forma i futuri ricercatori.

Il ponte di Renzo Piano unisce idealmente tutto e la firma sua sugli edifici sopra terra e quelli gestiti sottoterra da Fabiola Gianotti, sono una parte importante della genialità italiana, a cavallo fra Svizzera e Francia. Un doppio successo italiano. Quando avviene non va sottaciuto. (riproduzione riservata)



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