
Il nuovo record dell’oro a 4 mila dollari l’oncia coincide temporalmente con la scelta di Papa Leone XIV di ridimensionare (di fatto) il ruolo dello Ior, la banca del Vaticano, che non sarà più il monopolista delle transazioni e degli investimenti dello Stato Papalino e quindi di tutte le sue attività finanziarie.
Una scelta che interessa il mondo intero, e non solo per il ruolo universale della Chiesa. Infatti, proprio all’oro e allo Ior sono legate, nel bene e nel male, le vicende finanziarie del Vaticano e quindi emblematicamente di tutta la comunità cattolica del mondo e non solo. E non solo perché lo Ior è stato al centro, per molti anni, dell’attività papalina, ma perché è stato anche, durante la brutta china che aveva preso, al centro dei maggiori scandali finanziari dell’Italia e non solo.
Lo Ior fu fondato nel 1942 da Papa Pio XII, nato principe Pacelli a Roma. Allora si occupava delle finanze vaticane Massimo Spada, anch’egli di nobile famiglia romana. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale aveva stimolato i cattolici di tutto il mondo a incrementare, con donazioni, il cosiddetto Obolo di S. Pietro.
Di fronte alla grande affluenza di donazioni e soprattutto degli interrogativi inquietanti che la guerra scatenata da Adolf Hitler e Benito Mussolini poneva, Papa Pio XII chiamò Spada, responsabile amministrativo della banca della Santa sede per una scelta strategica. Come ebbe a raccontarmi lo stesso Spada in uno degli incontri preparatori a un libro che poi non è stato mai pubblicato per sua scelta, proprio quando la guerra stava distruggendo il mondo, la domanda che Pio XII gli pose fu questa: «Caro Massimo, cosa facciamo delle liquidità non indifferenti dell’Obolo di S. Pietro?». La risposta di Spada fu immediata: «Sua Santità, direi di investire tutto in oro». E così fu.
Alla fine della guerra, grazie all’oro, il valore delle donazioni dei cattolici del mondo alla chiesa di Pietro, era cresciuto moltissimo. Proprio per questo, subito dopo l’armistizio, Pio XII chiamò Spada. «Caro Massimo», con il tono confidenziale permesso dalle due nobiltà romane, «la Chiesa è universale ma ha sede a Roma e noi siamo italiani: che cosa possiamo fare per aiutare l’Italia a risollevarsi?».
Nacque da questa precisa richiesta il programma che portò lo Ior e quindi il Vaticano a investire in attività italiane che dessero opportunità di lavoro al maggior numero possibile di persone. Per esempio, come gli investimenti nel settore tessile ad altissima intensità di manodopera. Avvenne così, sempre per esempio, la rinascita del Cotonificio Olcese e non solo.
Ecco, l’origine della presenza dello Ior nell’economia (e la finanza tentatrice) avvenne in questo modo, con conseguenze certamente positive per l’economia italiana distrutta dalla guerra. Non dico che l’Italia fu ricostruita per quel contributo del Papa, ma certamente innescò scelte positive. E proprio per questo ruolo storico che lo Ior aveva assunto, con l’intuizione di Spada di investire la liquidità in oro, la banca del Vaticano è stata negli anni sempre più presente nella struttura finanziaria, industriale e bancaria del Paese.
Ma il mitico investimento suggerito da Spada di mettere in oro quasi tutta la liquidità dell’Obolo fu anche all’origine della presenza sempre più fitta della banca vaticana anche in molti altri Paesi. L’abilità di Spada attrasse l’interesse di non pochi imprenditori o finanzieri italiani e stranieri. Per citarne uno su tutti: Carlo Pesenti, fondatore di Italcementi, che attraverso Spada beneficiò di investimenti nella sua società cementifera dove Spada fu a lungo vicepresidente e in realtà anche numero uno durante la lunga malattia per infarto dell’imprenditore bergamasco, così come già ho avuto modo di raccontare in queste pagine.
E prendendo la mano a Spada e al Vaticano, Pesenti si servì molto dello Ior e dell’immagine che ne veniva proiettata fino al punto di affidare a Spada la presidenza della Lancia, la fabbrica di automobili con cui aveva sfidato gli Agnelli e che era entrata in grave crisi. Il Papa non era più Pio XII ma il bergamasco Giovanni XXIII che di fronte alle richieste di Pesenti di far assumere la presidenza della Lancia a Spada, che riluttava viste le condizioni della casa automobilistica, invitò il segretario amministrativo dello Ior a un giro nei giardini vaticani. E prendendolo sottobraccio gli disse, con la sua bonomia che poteva avere un contadino di Bergamo di sotto: «Caro Massimo, come facciamo a dire di no al Signor Carlo?». Al Signor Carlo che era di Bergamo di sopra.
In altre parole, nel tempo, partendo da una esigenza e un dovere reale della Chiesa di aiutare il mondo a risollevarsi dopo la guerra, lo Ior e le finanze vaticane sono diventate una sorta di holding mondiale a cui si sono agganciati per avere credibilità imprenditori, finanzieri e banchieri anche spregiudicati e truffaldini.
Il tessuto di partecipazioni che Spada subito dopo la guerra aveva creato per aiutare l’Italia, ma non solo, a risollevarsi, ha progressivamente germogliato rapporti pericolosi. Si prenda il caso del rapporto dello Ior con il Banco di Roma, l’istituto controllato dall’Iri, nato anch’esso per rilanciare l’Italia: lo Ior e lo stesso Spada furono coinvolti nel Banco di Roma per la Svizzera con sede a Lugano, istituto sicuramente utile al rilancio dell’Italia ma anche canale di esportazione di capitali.
Non pochi finanzieri spregiudicati e bancarottieri com’erano Michele Sindona o Roberto Calvi hanno approfittato del paravento morale che inevitabilmente lo Ior, come banca della Chiesa di Roma, proiettava e proietta. E quindi se ne sono serviti. Specialmente quando dal lato dei bancarottieri e stato possibile interloquire non più con un uomo devoto come Spada, ma con i suoi successori o presidenti come il monsignore americano Paul Marcinkus, egli stesso avventuriero come pochi. Così intorno allo Ior hanno sempre più girato personaggi pericolosi per avventure finanziarie inconfessabili.
Gli scandaletti o gli scandali si sono moltiplicati. Ma ecco un esempio, tratto dal libro Il Crack (Sindona, la Dc, il Vaticano e gli altri amici) che scrissi per Mondadori insieme a Maurizio De Luca, su come il bancarottiere Sindona approfittò dello Ior per accreditare se stesso: «Ai primi degli anni 60, Sindona aggiunse alla sua collana di attività quella in assoluto più prestigiosa, quella che, aveva capito, gli avrebbe permesso di decollare davvero mettendo a frutto tutta la sua fantasia: diventò intatti banchiere, acquistando dal vecchio Ernesto Moizzi, ormai deciso a ritirarsi, il pacchetto azionario della Banca Privata. Per sé, per Franco Marinotti e per un terzo socio, Tito Carnelutti, figlio del grande avvocato Francesco, uno dei consulenti legali italiani di cui si servivano i più grandi gruppi americani. A conclusione dell’operazione Sindona tenne per sé soltanto la quota di minoranza. La maggioranza la cedette al Vaticano, che attraverso il suo banchiere, il principe Massimo Spada, era sempre interessato alle attività bancarie.
Sindona, con alle spalle Marinotti della Snia, avrebbe potuto mantenere senza difficoltà per sé e per i suoi due soci tutte le azioni. Traversò, invece, il Tevere e piamente, con grande deferenza, nelle sale severe dello Ior, ne offrì una parte ai finanzieri del Papa.
Sapeva bene che con questo gesto si sarebbe conquistato la gratitudine degli amministratori di S. Pietro e avrebbe stabilito in maniera indissolubile, un collegamento con le capaci casseforti di uno Stato, povero di territorio, ma con interessi in tutto il mondo e l’appoggio incondizionato di centinaia di milioni di persone». E tutti sanno come sono finite le vicende di Sindona in America, strumento della mafia e poi in Italia, dove tornò da carcerato, suicidandosi infine in carcere.
Fino a quando, vari anni dopo, non è successo di peggio, con la gestione dello Ior da parte dell’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus, di Cicero, la città di Al Capone. La sua è la storia legata prima a Sindona e poi a Roberto Calvi, con cui fondò la Cisalpina Overseas Nassau Bank (poi Banco Ambrosiano Overseas), indagato per riciclaggio di denaro proveniente da narcotraffico e nel cui consiglio sedevano anche Sindona e il capo della P2 Licio Gelli. E, inconsapevole di cosa stava succedendo, Papa Paolo VI lo nominò nel 1971 Presidente proprio dello Ior. Con il principio promoveatur ut amoveatur, Papa Giovanni Paolo II lo nominò arcivescovo, di fatto allontanandolo da Roma.
Con tutti questi precedenti e con la vicenda del cardinale Giovanni Angelo Becciu, coinvolto nella vendita di un palazzo da 200 milioni di euro a Londra, non è forse più che comprensibile che un Papa americano come Leone XIV abbia deciso di depotenziare lo Ior, togliendogli l’esclusiva dei depositi di tutte le congregazioni della fede e non solo e trasferendo molte funzioni all’Apsa (amministrazione patrimonio della sede apostolica).
È anche vero che lo Ior di adesso - da una decina d’anni almeno - non è più lo Ior dei tempi di Marcinkus, anzi ha fatto una grande opera di pulizia e di trasparenza nelle procedure per far uscire il Vaticano dalla lista nera dei paradisi fiscali. Con la riforma di Francesco del 2022, dopo lo scandalo del palazzo avviato da una denuncia proprio dello Ior, la banca aveva avuto in mano tutta la gestione finanziaria della Santa Sede. Ma l’Apsa ha continuato a rivendicare una sua autonomia nel continuare ad affidarsi a gestori terzi, anche perché più strutturati dello Ior, cosa che invece Francesco aveva escluso appunto dopo lo scandalo del palazzo di Londra. Leone mette ordine in questo dualismo stabilendo che i due enti devono collaborare: lo Ior gestirà le attività dell’Apsa tranne che quest’ultima non deciderà, per ragioni di convenienza, di rivolgersi a gestori terzi. Insomma non più un potere solo al comando ma la “corresponsabilità”. Che poi è anche controllo reciproco.
Leone XIV, la cui capacità riflessiva è visibile attraverso la mancanza di calore anche nelle occasioni più solenni, dopo molti anni di vicende quantomeno non chiare ha quindi compiuto una scelta estremamente necessaria per ridare fiducia verso la Chiesa non solo ai suoi fedeli ma anche al mondo che ha rapporti non evitabili con lo Ior. Centinaia di milioni di fedeli sperano che sia la volta buona perché le inevitabili strutture finanziarie e bancarie della Chiesa non ricadano in pericolosi scandali.
È possibile sviluppare significativamente l’interscambio fra Italia e Cina? Era questa la domanda immanente mercoledì 8 ottobre a Villa Madama di Roma, nell’incontro fra il vicepresidente del consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e il ministro degli esteri cinese Wang Yi, da due anni anche Direttore dell’ufficio della Commissione centrale per gli affari esteri del Partito comunista cinese, cioè il più importante politico per la gestione della politica estera del più grande Paese del mondo.
Alla domanda, la risposta è sì, l’interscambio può crescere molto. Sia per il pragmatismo e la chiarezza di Tajani che per la simpatia e cordialità che ha mostrato Wang Yi, che non ha, per esempio, esitato a manifestare il suo piacere di bere vino italiano fino ad aver richiesto e gradito di ricevere un cartone di sei bottiglie da portare a Pechino. Ho personalmente scambiato con lui alcune battute in inglese, che conosce bene, avendo fra l’altro passato sette mesi a studiare, fra il 1997 e 1998 nell’istituto di foreign relations della Georgetown University negli Stati Uniti.
Gli ho ricordato il fantastico gesto che nel dicembre del 1978 compì verso l’Italia l’allora numero uno della Cina, il vicepresidente (non ha mai voluto essere presidente, pur essendo il capo assoluto), Deng Xiao Ping, ricevendo per ben tre volte, in una settimana, l’allora ministro del commercio estero italiano, l’ex-direttore della Banca d’Italia, Rinaldo Ossola. Ha gradito che gli dessi qualche dettaglio, avendo io intervistato Deng, vista anche l’eccezionalità di tre incontri in una settimana con un ministro del commercio estero, sia pure prestigioso come Ossola.
Ha anche avuto interesse a sapere delle nostre (di Class Editori) tre partnership con tre grandi gruppi della comunicazione cinese e cioè Xinhua News, la prima news agency del Paese che in passato si chiamava Agenzia nuova Cina, con cui produciamo un notiziario settimanale per lo sviluppo del business; China media Group, la prima televisione (e non solo) cinese con cui produciamo molti informazione fra cui il programma Cargo che va in onda in Italia su Class Cnbc; e la più recente delle partnership, quella con il Quotidiano del popolo (3 mila giornalisti) con il quale ci scambiamo 4-5 pagine per 12 o più volte nell’anno dedicate alla illustrazione di aziende e attività economiche dei rispettivi Paesi.
Il ministro Tajani mi ha sintetizzato i risultati dei colloqui con Wang Yi nell’ambito del Comitato intergovernativo che costituisce il principale meccanismo di dialogo istituzionale del Partenariato strategico globale, fondato nel 2004. I lavori si sono concentrati su tre settori: economico-finanziario, culturale e società civile, collaborazione scientifica, tecnologica e alta formazione.
Sul primo punto, oltre allo sviluppo, l’obbiettivo condiviso è di sviluppare e riequilibrare gli scambi commerciali e gli investimenti, per esempio aprendo un volo diretto fra Pechino e Venezia, ma anche sviluppando le relazioni nel campo alimentare e vinicolo (e Wang Yi ha dato un immediato segnale diretto). Il contributo allo sviluppo da parte dell’Italia è venuto con una Guida all’export in Cina curata dall’ambasciata a Pechino.
C’è intensa collaborazione anche per i giochi olimpici Milano-Cortina. Ma i responsabili degli affari esteri, Tajani e Wang Yi, hanno dedicato spazio anche ai conflitti più feroci in atto e cioè a quello a Gaza e a quello in Ucraina: per le due guerre il ruolo che può giocare la Cina, oggi in rapporti cordiali con la Russia dopo che ai tempi di Deng erano pessimi, può essere importantissimo.
E infine cogliendo il cinquantesimo anniversario della relazione fra Ue e Cina, Tajani, anche per la sua esperienza al parlamento europeo, ha sottolineato fortemente l’esigenza che Pechino sia sempre più aperta per uno sviluppo delle relazioni Ue-Cina. E come per gli altri punti, il ministro Tajani conta concretamente sulla cultura internazionale del responsabile della politica estera cinese, Wang Yi. Quei sette mesi di studio in Usa da parte di Wang Yi possono essere fondamentali come del resto lo è stata l’apertura delle università americane agli studenti cinesi. Le politiche trumpiane sono sempre più di ostacolo, perché non viene compreso che è proprio nel periodo degli studi universitari che gli individui acquisiscono non solo formazione ma anche orientamento a rapporti cordiali. Elementare, Mr. President. Ma, in realtà Donald Trump non lo comprende o più probabilmente non lo vuole comprendere e quindi ha ostacolato, con le minacce alle università del suo Paese, la possibilità che decine e decine di migliaia di giovani cinesi incorporino anche la cultura dell’Occidente. Male, purtroppo, gliene incoglierà.
Carta canta, il digitale no. È vero che anche sulla carta non sono mancati e non mancano i falsari, ma certamente se ciò è possibile al 10% sulla carta, sul digitale è possibile al 100%. Quindi è senza senso l’orientamento del governo per l’abolizione della pubblicazione, da parte delle società quotate, di alcune informazioni societarie (quelle poche rimaste obbligatorie dopo anni di falcidie) sui quotidiani nazionali. Tanto più si giustifica la scelta per ridurre i costi delle società quotate (perché allora non abbassare d’imperio i costi annui per essere quotati in Borsa?). O come se si potesse abolire l’obbligo di firmare davanti al notaio contratti ufficiali. Carta canta, digitale no, quando si tratta di documenti ufficiali e dal forte contenuto formale.(riproduzione riservata)