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Alberto Brambilla
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Pensioni, Brambilla (Itinerari Previdenziali): il problema dell’Italia non è la longevità, ma l’assistenzialismo

03 marzo 2026, 12:25 Ultimo aggiornamento: 12:36

Dal palco di un convegno di Anima l’ex sottosegretario al Lavoro denuncia: «È stata creata una fabbrica della povertà». E questo sistema rischia di gravare ulteriormente sul debito pubblico

Buone notizie per la previdenza pubblica italiana: il sistema previdenziale pubblico è sulla buona strada per la piena sostenibilità e le riforme dell’ultima manovra parrebbero dirigersi proprio in questa direzione.

Parola di Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, che dal palco di un convegno di Anima ha lanciato però l’avvertimento: «L’Italia ha due problemi strutturali molto seri: poca occupazione e troppo assistenzialismo a pioggia. Una vera e propria fabbrica della povertà». 

Le buone notizie

Partendo dai progressi fatti negli ultimi anni, ha specificato Brambilla, «nonostante rispetto al minimo del 2018 il numero di pensionati sia aumentato di circa 300 mila unità a causa delle varie anticipazioni come Quota 100, dovremmo arrivare nel 2027 con 1,5 attivi per ogni pensionato, e poi spostarci verso 1,7-1,8 entro il 2035».

Numeri che fanno tirare un sospiro di sollievo e testimoniano di un sistema che si sta muovendo verso la piena sostenibilità. E infatti, ha aggiunto l’esperto, «il sistema pensionistico italiano è in saldo positivo di oltre 60 miliardi di euro: le riforme hanno funzionato». 

Brambilla ha messo in guardia anche dai falsi profeti di sventure. Una categoria molto pericolosa. «Serve prudenza nel dare i dati, perché si sa fa troppo allarmismo si rischiano delle procedure europee che poi portano a riforme dure come quella Fornero. L’Italia è già a regime: la spesa pensionistica cresce meno dell’1% e meno della crescita del pil».

Un pericolo molto serio: l’assistenzialismo

Le buone notizie non possono tuttavia mascherare l’altra faccia della medaglia. «In Italia su 37 milioni in età da lavoro ne lavorano solo 24: fare leva solo su immigrazione e ipotetico aumento della natalità può essere pericoloso», ha avvisato l’ex sottosegretario di Stato per il Lavoro e le Politiche Sociali del governo Berlusconi II.

La maggior parte delle prestazioni, ha ricordato l’esperto, «sono pensioni sociali e assegni sociali di persone sconosciute a Inps e fisco, che vivono quindi a spese della comunità: quasi il 44% dei pensionati sono totalmente o parzialmente assistenziali». Tanto che nel 2024, «su 1.108 miliardi di spesa dello Stato il welfare vale più del 56%: l’Italia è così tra i primi cinque Paesi al mondo, ma per sostenere questa spesa sono stati fatti più di 600 miliardi di debito in cinque anni».

Un metadone sociale

Nel 2008, statistiche alla mano, i poveri assoluti erano 2,1 milioni, adesso «con la spesa per assistenza più che raddoppiata sono 5,7 milioni», ha lamentato Brambilla. «L’anno scorso, su 58,8 milioni di italiani 32 milioni hanno presentato la domanda Isee per avere bonus e sconti: quando abbiamo costruito l’Isee pensavamo, in linea con le buone pratiche europee, che fosse destinato al 5-6% della popolazione e non di più».

Ma non è andata così: «La spesa assistenziale è diventata un metadone sociale che fa sì che la gente non lavori e viva alle spalle di meno di un terzo della popolazione».

La soluzione del welfare complementare

La soluzione, va da sé, è spingere sull’accelerazione «del welfare complementare: non solo pensioni complementari, ma anche non autosufficienza e sanità integrativa». L’obiettivo finale è che «i fondi pensione possano erogare finalmente delle rendite, e la legge di bilancio per fortuna va in questa direzione: d’ora in avanti il fondo potrà erogare una parte di denaro per un periodo certo».

Al contempo, la consapevolezza degli italiani sulla previdenza integrativa lascia ancora a desiderare. Una ricerca di Anima su un campione di 1.000 cittadini ha mostrato come solo il 19% della popolazione (in calo dal 21% dello scorso anno) abbia adottato soluzioni concrete per pensare al suo futuro pensionistico. 

Ma perché le persone non aderiscono? Non certo per una contrarietà agli strumenti previdenziali (indicata solo dall’11%), ma per non averci pensato (31%) o non essere informati (14%). Altra nota dolente è quella del tfr. Il 20% del campione lo destina in azienda, contro il 17% che lo conferisce al fondo pensione. Chi lo tiene in azienda lo considera più liquido e sicuro. «Argomentazioni figlie di una cattiva informazione», è la sintesi dell’indagine. (riproduzione riservata)



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