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Pensioni, arrivarci con il 91% dell’ultimo stipendio è possibile: il ruolo della previdenza complementare

26 febbraio 2025, 12:17 Ultimo aggiornamento: 18:33

Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, nel corso di un convegno di Anima presenta lo stato dell’arte il sistema pensionistico italiano: c’è una voragine creata dall’assistenzialismo a pioggia. La soluzione? Investire da subito nei fondi complementari e integrare le cure di lungo periodo

In Italia il tasso di sostituzione, cioè il valore della prima pensione in percentuale rispetto all’ultimo stipendio, è del 70%. Un numero che sarebbe tutto sommato sotto controllo e neanche troppo basso, se non ci fosse un altro problema strutturale: negli ultimi 30 anni i redditi reali dei cittadini hanno perso potere di acquisto.

La soluzione? «I fondi pensione complementari sono oggi più che mai indispensabili: se si inizia a investire da subito e si versa il 6,91%, praticamente niente più del trattamento di fine rapporto o tfr, si può arrivare all’età di pensionamento con un tasso di sostituzione del 91%». Così Alberto Brambilla, presidente del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali (ed ex sottosegretario al Welfare dal 2001 al 2005) ha introdotto il convegno «Anima è previdente», organizzato dalla sgr guidata dall’ad Alessandro Melzi d’Eril.

Una manovra di bilancio insufficiente

«L’ultima legge di bilancio non fa abbastanza sia per la previdenza sia per la sanità integrativa, tanto più che la popolazione è sempre più vecchia», ha evidenziato Brambilla. «Nel 1960 un quarto della popolazione aveva tra zero e 14 anni, meno del 10% superava i 65. Oggi la situazione è completamente invertita: il 13% della popolazione è giovane, gli over 65 sono destinati ad arrivare al 35% del totale». 

Al contempo è cambiata la composizione delle famiglie: un terzo delle famiglie italiane è rappresentato da un solo membro, più del 41% da coppie senza figli. «Prima il welfare veniva internalizzato in famiglia, oggi la maggioranza delle persone sono e saranno da sole a occuparsi di se stesse». Morale: «Prima si risparmiava per l’istruzione dei figli», ha detto l’esperto, «mentre oggi lo si fa per se stessi, per creare le precondizioni per vivere bene con l’età che avanza». Motivo per cui è sempre più importante che «nei fondi pensioni, al momento dell’erogazione della rendita, rientrino anche le cure di lungo periodo, o long-term-care». 

Il vero problema è l’eccesso di assistenza

In Italia oggi ci sono 1,46 occupati per ogni pensionato, la soglia minima di sicurezza è 1,5. «La priorità del governo è aumentare l’occupazione e ridurre il tasso di pensionamento: il 40% circa delle persone va in pensione con le quote anticipate e un terzo delle pensioni sono in pagamento da oltre 20 anni», ha puntualizzato Brambilla.

Ma il vero problema, secondo l’esperto, non sono le pensioni, bensì «l’eccesso di assistenza: l’Inps eroga ogni anno 1,3 milioni di prestazioni assistenziali, un bel paradosso per un ente nato per pagare le pensioni». Numeri alla mano, «nel 2023 si pagavano 73 miliardi per le misure di assistenza, adesso si è arrivati a 160 miliardi. E la cosa incredibile è che, pur raddoppiando la spesa, è più che raddoppiato il numero di persone in povertà assoluta».

Più pensioni integrative nel mix

Come si copre questa spesa enorme? «Nel 2012 bastavano le imposte dirette, oggi per coprire la sola spesa sanitaria e assistenziale bisogna usare tutte le imposte dirette e mettere 33 miliardi di imposte indirette: per lo sviluppo del Paese rimane veramente poco», ha riassunto Brambilla.

La soluzione è quella di rafforzare una volta per tutte la previdenza integrativa. «Bisogna raggiungere un buon welfare mix pubblico-privato che ormai viene usato in tutti i Paesi europei». Un tema sul quale è intervenuto anche l’ad di Anima Melzi d’Eril: «La previdenza complementare strategica per tutti: per i clienti, visto che il sistema pubblico non riesce più ad aiutare la popolazione come un tempo, ma anche per i consulenti e gli operatori professionali e per l’intero sistema Paese, perché il risparmio pensionistico può e deve essere rivolto verso l’economia reale, e quindi verso le imprese».

Il rapporto tra italiani e previdenza integrativa

Durante l’evento è stato anche presentata una ricerca, condotta da Anima, sulle preferenze degli italiani in merito alla previdenza complementare. Il maggiore vantaggio, secondo gli investitori, è la certezza di una rendita integrativa (44% del campione). Seguono i vantaggi fiscali (34%) e la flessibilità dei piani previdenziali (34%). Tra gli stili di investimento, gli italiani preferiscono quelli bilanciati (29%), seguiti dalle linee prudenti e garantite (21%). Ultime, con solo l’11% delle preferenze, le linee di investimento azionario

I quattro punti di Tito Boeri

Al convegno è poi intervenuto Tito Boeri, economista ed ex presidente dell’Inps, che ha formulato una diagnosi in quattro punti del sistema pensionistico italiano. «Primo: la sostenibilità del sistema fiscale pubblico è legato unicamente a natalità e immigrazione, non alla longevità». In secondo luogo, «è in atto un cambiamento epocale del mercato del lavoro: non mancano lavori, ma lavoratori. Il sistema non riesce a gestire i sempre minori ingressi nel mercato occupazionale».

Il terzo punto riguarda la politica. «La legge di bilancio», ha precisato Boeri, «sbaglia nel cercare di aumentare le aliquote contributive Inps: per aumentare i contributi bisogna agire su un margine estensivo, stimolando una maggiore partecipazione femminile e degli immigrati alla previdenza, con contributi opzionali aggiuntivi». Quarto punto, ma non per importanza, la consapevolezza previdenziale: «Un aspetto cruciale per creare consenso intorno a politiche che tengano conto della demografia», ha concluso l’economista. (riproduzione riservata)



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