Fai come Bill, direbbero gli americani. Il Bill in parola, di cognome fa Gates, è universalmente conosciuto come patron di Microsoft, e negli ultimi anni è diventato uno dei più grandi proprietari terrieri degli Stati Uniti.
Peccato che tra il dire e il fare ci sia di mezzo l’Atlantico. E non è solo un modo di dire. Perché i mercati fondiari tra una sponda e l’altra dell’oceano sono molto diversi. E fare come Bill non è così semplice.
In Italia in particolare il mercato è caratterizzato da una bassa dinamicità, determinata, come è normale che sia, dall’ingente importo dell’investimento fondiario, ma anche dalla bassa redditività media delle attività agricole e soprattutto dalla scarsa disponibilità di terreni localizzati in aree vocate e/o ad elevata produttività.
è proprio quest’ultimo il punto nodale, perché in un anno come il 2022, in cui le quotazioni fondiarie sono state incapaci di sopravanzare l’inflazione, sono state comunque diverse le aree e le colture in grado di garantire rese ben oltre il costo della vita. Hanno ad esempio mostrato una certa crescita dei prezzi i terreni (prevalentemente posti nel nord-ovest) destinati a vigneti per vini di qualità, gli agrumeti e l’orto-floro vivaismo. Non a caso sono tutte attività agricole a redditività medio-alta che giustificano un investimento fondiario, rendendolo economicamente sostenibile.
Sapere come si muove il mercato (è questo lo scopo del rapporto che Patrimoni pubblica nel numero da oggi in edicola) diventa allora fondamentale. E lo è tanto più guardando al prossimo anno, quando presumibilmente sarà ancora più difficile fare la differenza, dato che i rendimenti finanziari per investimenti alternativi, prime tra tutte le obbligazioni, sono tanto attraenti che senza fatica sottrarranno risorse all’investimento fondiario, riducendo ulteriormente il numero di compravendite e dunque l’effervescenza delle quotazioni.