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ORSI & TORI

di Paolo Panerai
Milano Finanza - Numero 138 pag. 4 del 13/07/2024

introducono il loro pensiero nella Costituzione: talvolta l'hanno arricchita, altre volte l'hanno profondamente cambiata. È il caso del presidente Xi Jinping che appunto ha abolito il limite di due mandati. Ma non ha dimenticato gli insegnamenti di Deng in materia economica e infatti ha sposato in fin dei conti il principio denghiano degli strumenti capitalistici nel sistema socialista. Infatti, ha un impegno assoluto, quasi irremovibile verso il settore privato, ma lo bilancia con il suo impegno incrollabile anche verso le aziende pubbliche, di proprietà dello stato. La sua scelta decisionale comprende la progettazione dall'alto verso il basso ma anche la sperimentazione del basso verso l'alto. È stato evidente durante il Covid, quando ha spinto i funzionari locali di partito a eliminare le infezioni anche con l'uso massiccio di blocchi; ma nello stesso tempo spingeva per la crescita, che naturalmente richiedeva libertà di movimento. Negli ultimi tempi ha comandato di sviluppare nuove forze produttive, giungendo a difendere le tecnologie d'avanguardia, ma senza mai perdere di attenzione verso le produzioni tradizionali. È la teoria di credere nella forza e nel potere delle forze contrapposte, o addirittura contraddittorie. Suggerisce o si può anche dire comanda, di non trascurare mai uno dei due pilastri incrollabili. Tradotto, vuol dire che il partito comunista deve avere un impegno sia per l'economia pubblica, cioè dello stato, ma anche per l'economia privata.

La decisione di seguire in un certo senso la teoria economica di Deng, Xi l'ha presa appena eletto presidente della Repubblica popolare cinese, nel 2013. E cioè letteralmente ha assunto la teoria di «incoraggiare, sostenere ma anche guidare senza esitazione lo sviluppo del settore non pubblico». E proprio fra pochi giorni, dal 15 al 18 luglio, si terrà il terzo plenum, che avviene ogni cinque anni e che sarà concentrato sulle riforme a lungo termine. Tuttavia, nel 2014, cioè un anno dopo l'ascesa di Xi, gli investimenti privati erano arrivati al 59%. È stato però il top, perché poi è iniziato un leggero calo progressivo che ha fatto toccare il 50% alla fine del 2023.

Insomma, in termini di principio il presidente Xi Jinping ha seguito le scelte che aveva fatto Deng Xiaoping, ma in termini operativi ha spinto perché i valori fra privato e pubblico si equilibrassero. E con la severità anche esteriore di Xi sono volate le multe ad aziende private. È emblematico il caso di Jack Ma che si è visto costretto ad abbandonare la guida di Alibaba. Equilibrio e misura: se si esagera non c'è il carcere, ma un periodo di riflessioni in speciali alberghi che l'ex ambasciatore a Pechino, Alberto Bradanini nel 2015 mi fece vedere da lontano. Di conseguenza, è anche sceso il peso delle aziende cinesi controllate da privati. Fra le prime 100 aziende in borsa, il valore di quelle private in passato è stato del 55%; pochi mesi fa il valore era sceso al 37%.

In Cina si è verificata quindi una fase di riequilibri fra pubblico e privato, dopo il boom privato che si era verificato intorno al 2014-15, ma la valutazione di critici internazionali inglesi è che il sistema pubblico-privato funzioni e che Xi Jinping intenda mantenere lo schema, nonostante appaia naturalmente più rigido di Deng, che del resto si trovava con una economia tutta pubblica e con ampie difficoltà reali. Il suo statement fu quindi fondamentale per liberare risorse e suscitare la crescita privata che ha toccato appunto il livello più alto subito dopo la elezione di Xi Jinping.

Il convincimento è che l'economia privata non abbia danneggiato quella pubblica ma anzi ne ha suscitata l'efficienza e stimolato la vitalità. Ma sarebbe un errore pensare che la Cina di Xi Jinping voglia ridurre il peso pubblico nell'economia. Concettualmente l'economia privata deve funzionare da stimolo per quella pubblica.

Questo scenario offre alla presidente Meloni la possibilità di negoziare partnership economiche fra aziende pubbliche e private con aziende pubbliche e private cinesi. Se ci fossero dubbi, basta ricordare che la Cina è il secondo paese al mondo per pil: Usa oltre 22 trilioni di dollari, Cina oltre16 trilioni di dollari. Il terzo paese per pil è il Giappone con 5,38 trilioni di dollari. L'Italia è soltanto all'ottavo posto.

Ci sono i termini perché l'interscambio Italia-Cina debba salire significativamente: nel 2022 è stato di 73,9 miliardi, ma l'export italiano ha rappresentato solo 16,4 miliardi di euro. E questo è stato un record. Si capisce ancora meglio che occorre un riequilibrio per avvicinare almeno le esportazioni cinesi in Italia che sono state pari, sempre nel '22 a 57,5 miliardi di euro.

Archiviata la partecipazione dell'Italia alla Via della Seta, è il caso di rilanciare le relazioni dirette fra le imprese e infatti Cdp e Bank of China hanno fatto riemergere da un lungo letargo il Business Forum Italia Cina che si terrà in contemporanea alla visita a Pechino della presidente Meloni.

P.S. Come cambieranno, e stanno già cambiando, le aziende per l'avanzare della AI? Se lo chiedono quasi tutti gli imprenditori, indipendentemente dai settori. Onore all'impresa edile Pizzarotti, che ha addirittura creato un'Academy interna per informare e formare il proprio personale e decidere i nuovi processi di produzione e gestione. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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