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ORSI & TORI

di Paolo Panerai
Milano Finanza - Numero 079 pag. 4 del 20/04/2024

la conclusione a cui giunge Draghi, di ipotizzare nel caso anche solo un sottosistema, è una mossa realistica, la sola, forse che potrebbe spingere i paesi riluttanti ad adeguarsi.

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Fra i tanti spunti interessanti, se non addirittura decisivi, che il Professor Draghi ha incluso nelle anticipazioni del suo rapporto, ne ha escluso uno particolarmente importante per il momento che il mondo finanziario e il mondo delle borse sta subendo. E forse Draghi lo ha omesso perché è certamente più un problema delle due grandi borse del mondo (New York e Londra), più che delle piccole o medie borse della Ue.

L'emissione di nuove azioni nei primi mesi dell'anno è stato di importo inferiore addirittura a quello del 1999. E molte delle società più attrattive del momento, come quelle tecnologiche, a cominciare da OpenAI, ma anche Stripe e SpaceX, si sono tenute lontane dalle borse, pur avendo un valore enorme. Che cosa sta succedendo?

Secondo McKinsey ma anche altre importanti società di consulenza e di analisi, per quanto riguarda le società tecnologiche un elemento di freno alla quotazione è il fatto che per arrivare sul listino occorre offrire al pubblico una grande quantità di informazioni che per società che si basano sul digitale e sul software può costituire un fattore di indebolimento della propria tecnologia a vantaggio della concorrenza.

Ma il fattore più importante va ricercato nel boom del private equity: sempre McKinsey indica che fino a poco più di 10 mesi fa i fondi di private equity avevano in portafoglio oltre 8,2 trilioni di dollari, come dire più del doppio di quanto avevano soltanto cinque anni fa. E se le società principalmente tecnologiche non si vogliono sottoporre all'iter informativo richiesto dal mercato, ci sono per loro appunto un numero notevole di fondi pronti a investire sostanzialmente in silenzio.

Per queste ragioni, visto che le società tecnologiche oggi prevalenti sono fatte di proprietà intellettuali, software, diritti d'autore; quindi, di beni immateriali che possono essere anche copiati o sottratti se solo diventano informazioni pubbliche, i fondi di private equity hanno buon gioco a vincere sulle borse.

Diverso è il discorso delle società immobiliari o altri beni materiali, che infatti continuano ad andare in quotazione. Con altra controindicazione a quotarsi per le società tecnologiche: se solo si limitassero a rendere noto l'essenziale, anche senza violare gli obblighi di trasparenza, sicuramente raggiungerebbero quotazioni più basse del loro valore. È insomma in po' come il cane o il gatto che si mordono la coda.

In realtà sono anche gli investitori istituzionali che sono sempre più attratti dal private equity. Una statistica di fonte attendibile indica che la presenza di azioni non quotate nei loro portafogli in cinque anni, arrivando all'anno scorso, sono salite dal 6 al 10%.

Di fronte a questa situazione, c'è chi ricorda che gli investitori tradizionali, incluse le famiglie, in realtà finiscono per essere essi stessi investitori di private equity attraverso i fondi pensione e perché no, anche dei fondi comuni, che hanno statuti in cui possono investire fuori dalla borsa.

C'è una borsa importante che, vedendo il calo delle società che si quotano, ha immaginato che le autorità di controllo potessero rendere la vita più pesante ai fondi di private equity. È tuttavia difficile che una iniziativa di questa natura abbia successo. Così, c'è anche chi ha pensato di proporre che le informazioni da dare da parte delle società che si vogliono quotare possano essere minori e meno dettagliate. E in realtà una iniziativa simile all'inizio dell'altro decennio è stata presa negli Usa con il Business startups Act americano proprio per cercare di far crescere le Ipo. In prima battuta le nuove quotazioni sono salite del 25%. Ma un'analisi accurata delle società che avevano approfittato di questo abbassamento di rigore conoscitivo ha dopo pochi anni dimostrato che ciò aveva favorito l'offerta al mercato di società di bassa qualità.

Probabilmente l'unica via per cercare di riattrarre in borsa le società che oggi finiscono nei portafogli dei private equity potrebbe essere quella di evidenziare quanto i fondi siano esosi nel loro desiderio di guadagno e che ciò non faccia bene alle società che sono entrate in un fondo di private equity. Soprattutto per quanto riguarda la possibilità di liquidare l'investimento in caso di bisogno o per il solo fatto di voler rientrare del proprio investimento. E poiché è stato calcolato da un'autorevole società esperta di mercato quale è Bain, che oggi i fondi di private equity possiedono ben 3,2 trilioni di dollari di asset invenduti, se gli investitori li vorranno indietro nasceranno problemi seri. Emergerà allora che i mercati borsistici sono in fin dei conti il luogo dove si può realizzare la liquidità del proprio investimento.

Ma i trend in atto sono a sfavore delle borse, e non si parla di quelle minori. Sembra quindi arrivato il tempo, specialmente in Europa che venga condotta una profonda analisi di come i mercati borsistici possano essere modernizzati per raccogliere quanto sta finendo nei portafogli dei private equity. Ma purtroppo ciò difficilmente riguarderà le pseudo borse che hanno il prefisso Euro.

Proprio per la rivoluzione in atto con lo sviluppo di AI, è il caso che lo stesso concetto di mercato pubblico venga ripensato. Altrimenti le preoccupazioni sul calante peso delle Borse darà spazio crescente ai fondi di private equity, per i quali comunque si impone una normativa più rigida e più estesa di quanto non sia ora. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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