Provate a mettere una dietro l'altra le seguenti notizie:
1)AgCom, l'Autorità italiana per le garanzie nelle comunicazioni, ha emanato il regolamento per la tutela del copyright delle informazioni di cui fanno uso gli Ott con in testa Google e con il conseguente obbligo di pagarne, finalmente, i diritti ai media che le hanno prodotte.
2)La Federal trade commission, l'antitrust americano, condotto da pochi mesi dalla combattiva professoressa Lina Khan, ha fatto causa a Google per il monopolio sulla pubblicità on line.
3)Satya Nadella, capo di Microsoft, che ha un figlio nato con una paralisi celebrale, ha deciso di puntare pesantemente (investimento di 10 miliardi di dollari) su OpenAI e la sua emanazione, la Chat Gtp, che come si è raccontato per primi su queste pagine, cambia le prospettive dell'informazione on line: mentre Google, se fai una ricerca su un dato argomento ti manda agli indirizzi in cui forse può trovare ciò che ti interessa, Chat Gtp ti risponde direttamente e i lettori di O&T ne hanno avuto dimostrazione tre settimane fa.
4)Contemporaneamente a questi fatti, il presidente Joe Biden, che ha avuto l'indiscusso merito di riattivare il fondamentale (per la democrazia economica e quindi per la democrazia in generale)
strumento dell'antitrust con la nomina della Khan, si è fatto cogliere nella simile situazione del suo predecessore Donald Trump, con documenti riservati e registrati della politica Usa conservati a casa sua.
5)Quasi contemporaneamente, al Forum di Davos il più influente dei quattro vice primi ministri cinesi, il settantunenne Liu He, ha polarizzato l'attenzione dichiarando che l'economia cinese nel 2023 avrà un miglioramento molto forte, nonostante il Covid, grazie al maggiore sostegno delle imprese private, trascurate durante la pandemia e durante la campagna del presidente Xi Jinping per il controllo delle aziende tecnologiche (una per tutte il ridimensionamento di Jack Ma). Verso coloro che sono preoccupati per le barriere cinesi alle imprese straniere, Liu ha avuto queste parole rassicuranti: «La realtà nazionale della Cina impone che l'apertura al mondo sia un obbligo, non un espediente».
Prima fondamentale conclusione leggendo in sequenza le 5 notizie è questa. Governi nazionali dell'Europa come l'Italia, dopo che da Bruxelles la vicepresidente Margrethe Vestager, ha messo ripetutamente nel mirino i signori, prepotenti, del digitale, reagiscono e finalmente hanno capito che lo straordinario valore e vantaggio della rivoluzione digitale va regolamentato. E il regolamento di AgCom è un primo passo importante per ricondurre l'informazione al ruolo fondamentale per la democrazia evitando l'uso gratuito del lavoro di decine di miglia di operatori dei media tradizionali, che hanno visto Google e gli altri Ott accaparrarsi larghissima parte della pubblicità con la conseguenza di mettere in pericolo le aziende editoriali che dai tempi di Gutenberg servono coloro che vogliono essere informati per poter decidere al momento del voto democratico e non solo. Infatti senza informazione non c'è democrazia , ma non c'è neppure cultura non c'è educazione dei giovani, non c'è trasmissione del sapere intellettuale e tecnologico.
Quindi, le prime due notizie sono davvero tali da rallegrare e da dare speranza a chi sa che la democrazia, il sapere diffuso, sono la migliore medicina per una sana e positiva convivenza dei popoli.
La terza notizia è in realtà collegata alle prime due e in particolare all'azione antitrust contro Google perché conduce a una nuova forma di sviluppo della tecnologia digitale per essere informati con un uso dell'intelligenza artificiale (AI) che sostituisce quasi completamente l'elaborazione intellettuale dei fatti e ti fornisce risposte già pronte.
E quasi stordito dall'euforia Mr. Nadella dice: «questo è il futuro». Futuro buono o cattivo? In pochissimo tempo la magia della tecnologia per quanto soggetta a errori, come si è potuto leggere, ha portato a una euforia come fu la Kodak, o lo stesso Google o addirittura come una grande scoperta per la cura del cancro. In altre parole, è come che sia scattato il ciclo hype (cioè clamoroso, esagerato) tecnologico sugli steroidi, cioè su versioni sintetiche, artificiali, di testosterone utilizzate per aumentare la massa muscolare (in questo caso dei poteri dell'AI).
Chi critica l'euforia di Nadella ricorda l'operazione HoloLens, cioè il dispositivo oleografico ergonomico completo, senza cavi con applicazioni aziendali per aiutare a risolvere problemi della stessa azienda. Insomma un flop che sembra essere stato definitivamente archiviato con il licenziamento di 10 mila persone da parte di Microsoft. Ma Chat Gtp è già così accessibile che sarebbe azzardato dire che sia destinato a non avere successo. Per questo Nadella con la Chat Gtp ambisce a riportare Microsoft al vertice della innovazione tecnologica che si è sviluppata con i social media e gli smartphone a cui la società che fu di Bill Gates non ha partecipato. Insomma, una specie di rivincita.
In realtà l'enorme interesse per Chat Gtp non ha avuto riflessi sul valore del titolo in borsa. La chat è stata lanciata il 30 novembre e in realtà il giorno prima c'è stato un minimo rally delle quotazioni subito spentosi e che in realtà è stato dovuto alla comunicazione di risultati trimestrali leggermente migliori del previsto.
Certamente Nadella e Microsoft hanno esperienza nel campo di chi risponde alle domande via chat con la sola intelligenza artificiale. Ma i rischi di propagare errori o peggio disinformazione esistono eccome. Tuttavia le modalità di Microsoft, ampiamente dimostrate in passato, sono accorte rispetto alle possibili insidie. Il problema è che Nadella ha previsto l'inserimento di Chat Gtp in tutta una serie di servizi che la ex-regina del computing ha pianificato. Si sta quindi assumendo responsabilità enormi sia in termini materiali che etici.
Potenzialmente questo sistema può essere assai più pericoloso per la società e la democrazia di quanto non sia stato e sia Google. Sarà pertanto necessario che la bussola morale di Microsoft sia sempre indirizzata verso la capacità di fermarsi e di riparare agli eventuali danni.
È per questo che la terza notizia è strettamente connessa, in definitiva alle prime due, delineando una società che in poco tempo potrebbe trasformarsi radicalmente come già è avvenuto è avvenuto negli ultimi 20 anni di dominio di Google e dei social. Occorre quindi che chi ha il potere e il dovere di controllare, stabilisca regole in grado se non di neutralizzare, almeno di controllare gli effetti distorcenti gli esseri umani e la loro vita.
Ma tornando al reale, la quarta e la quinta notizia aprono scenari economico-politico-militari davvero
contrapposti. Il mondo democratico trema di fronte alle notizie secondo cui anche Biden ha, almeno apparentemente, commesso reati analoghi a quelli del rivale e squalificato Trump. Si ha quindi un'America dove negli ultimi sei anni, che potranno essere otto alla fine del mandato di Biden, in cui il principale paese al mondo, il paese simbolo della democrazia, appare in molti aspetti simile a democrazie precarie come quella del Brasile o di qualche paese africano.
Nel frattempo, come abbiamo già visto, la globalizzazione voluta e programmata dagli Usa fin dalla presidenza di Richard Nixon e del segretario di stato Henry Kissinger, è stata dichiarata morta e sostituita da una multilateralità ancora indefinita.
In questo contesto, molti erano contenti che la Cina, il paese quasi numero uno al mondo, fosse paralizzata dal Covid, probabilmente uscito dai laboratori cinesi. Si è pensato quindi a una sorta di giustizia divina con la paralisi a turno di larghissime parti della Cina e in particolare dei due mesi terribili di Shanghai. Ma è arrivato il XX congresso del partito comunista cinese e come era stato previsto, vista anche i cambiamenti costituzionali, il presidente Xi Jinping ha potuto farsi rieleggere per la terza volta per un totale di 15 anni di potere ininterrotto.
Finito il congresso e a non molta distanza dall'inizio dell'anno del coniglio, la svolta: la Cina riapre e a Davos per bocca del più anziano e più influente vice primo ministro, Liu He, il messaggio al mondo è inequivocabile. La Cina è aperta, la Cina vuole continuare a crescere, la Cina è prossima a diventare la prima potenza mondiale.
Nel 2022 la crescita della Cina al 3% è stata la seconda più bassa dalla morte di Mao Zedong nel 1976. Non è azzardato quindi pensare che Davos sia stato usato dallo stesso presidente Xi come megafono per dire al mondo che la Cina è aperta perché vuole crescere ancora. E non a caso, dopo la fine del Forum nelle montagne svizzere il vice primo ministro Liu si è incontrato a Zurigo con il segretario al tesoro americano, Janet Yellen. Dalla stampa cinese è stato definito «un altro segnale di rottura del ghiaccio fra le due più grandi potenze economiche del mondo».
Davos è evidentemente il luogo ideale per la Cina per far sapere al mondo che è molto più aperta di quanto si sia constatato negli ultimi 15 mesi, o addirittura dall'inizio del Covid. Del resto fu lo stesso presidente Xi a diventare, nel 2017, il primo capo supremo a partecipare al Forum. E il presidente Xi si presentò come il campione della globalizzazione proprio mentre il presidente Trump chiudeva le saracinesche americane e del mondo sotto la sua influenza.
È vero, nell'ultimo anno c'è stata la visita dello speaker della camera americana, Nancy Pelosi, a Taiwan per cercare di spingere l'isola verso l'indipendenza dalla Cina, che la rivendica come suo territorio. Ma a far credere che quel momento di dura crisi sia superato c'è la notizia che il segretario di stato americano, Antony Blinken, vada addirittura in visita a Pechino. E del resto al vertice del G20 di Bali i presidenti Xi e Biden si sono incontrati. E Xi a Bali ha anche incontrato il presidente australiano Antony Albanese. Fra i due paesi era calato da oltre un anno un freddo tremendo che aveva, per esempio, azzerato le importazioni di vino australiano in Cina. E il vino australiano era stato per anni il più importato in Cina. Idem per il carbone.
E se si guarda al nostro continente, c'è stata analoga apertura verso la Germania, con la visita a Pechino del primo ministro Olaf Scholz. E tra poco sarà la volta del presidente francese Macron. Non è insensato, quindi, pensare che la presidente del consiglio Giorgia Meloni debba accelerare il viaggio in Cina, dopo l'invito ricevuto direttamente dal presidente Xi, sempre a Bali.
Insomma, sembra proprio che dopo il blocco dovuto al Covid e alla necessità di presentarsi al Congresso del partito nel solco maoista, il presidente Xi, con cinque anni di potere davanti a sé, voglia rilanciare le relazioni, a fini in primo luogo economici. Prova ne sia che il presidente cinese non ha più menzionato l'espansione disordinata del capitale, riferendosi soprattutto alle aziende tecnologiche. Al contrario ha recentemente affermato che il paese dovrebbe vigorosamente sviluppare l'economia digitale.
Nuovo corso quindi? Dipenderà non solo dall'autenticità del ritorno della Cina a una collaborazione globale, ma anche, se non soprattutto, da quanto gli Usa sapranno superare questa crisi politica, con un ex-presidente sotto inchiesta per aver portato a casa i documenti e un presidente in carica che sembra aver fatto lo stesso. E l'Europa non deve restare a guardare. Deve avere la stessa determinazione mostrata nel combattere lo strapotere degli Ott, perché è evidente che il ruolo della tecnologia e del potere che ne discende sarà decisivo per mantenere uno spazio di sufficiente respiro fra le due più grandi potenze del mondo. Non sarà facile, perché lo sviluppo tecnologico, inevitabile, potrà avvelenare gli animi se i governi di ogni paese non sapranno controllare il potere di chi possiede e usa le nuove tecnologie. (riproduzione riservata)
Paolo Panerai