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Milano Finanza - Numero 020 pag. 1 del 21/01/2023

C'è voluto Davos perché l'Europa si decidesse a prendere atto che gli Usa hanno deciso di fare da sé e che, decretando la fine della globalizzazione, il presidente Joe Biden ha stanziato quasi 500 miliardi di dollari per la reindustrializzazione del paese più forte del mondo. Quel fondo speciale per la reindustrializzazione, come si è visto in Orsi&Tori della scorsa settimana, altererà le regole della competizione non solo all'interno degli Usa ma soprattutto verso la stessa Europa e la Cina.

È appunto anche formalmente la fine della globalizzazione, il periodo in cui si cercava di produrre con la massima efficienza possibile e il minor costo possibile, perseguendo allo stesso tempo l'obbiettivo di far crescere come mercato dei prodotti finali i paesi in via di sviluppo, con in prima fila la Cina da 1,5 miliardi di abitanti in costante crescita di consumi.

A Davos, dopo la presa di posizione del 12 dicembre, da Berlino, del cancelliere tedesco Olaf Scholz («Un fondo Ue per rispondere al piano di stimoli Usa») finalmente ha parlato la presidente della commissione europea (anch'essa tedesca) Ursula von der Leyen: Non vi è dubbio, ha detto, che la definizione americana del piano di sostegno come «Inflation reduction act» abbia sollevato una serie di preoccupazioni per gli incentivi mirati alle aziende. Questo è il motivo per cui stiamo

lavorando per trovare soluzioni. E ha aggiunto, per non avere uno scontro frontale con gli Usa: il commercio resta comunque la chiave per accelerare l'accesso alle tecnologie pulite e alla neutralità climatica; quindi la Commissione Ue presenterà un nuovo «Net-Zero industry act», un piano che servirà per creare un ambiente normativo che consenta di crescere rapidamente e che avrà l'obbiettivo di concentrare gli investimenti su progetti strategici entro il 2030.

Mentre il suo connazionale Scholz non aveva avuto paura di parlare di svolta storica per rispondere al maxi piano di stimoli deciso da Washington, la presidente della Commissione Ue ha cercato di non dare una risposta frontale, ma ha appunto colorato il piano di caratteristiche per raggiungere gli obbiettivi 2030, che teoricamente sono comuni con gli Usa. Sta di fatto che tutti l'hanno interpretato come la costituzione di un fondo sovrano per fare ciò che Scholz ha evocato chiaramente: competere con gli Usa, visto che gli Usa, ufficialmente per la competizione con la Cina, hanno deciso di richiamare in patria grazie agli incentivi le produzioni che erano state collocate là dove era più conveniente nello spirito, ormai finito, della globalizzazione.

La riprova? Sempre a Davos lo zar dell'economia cinese, Liu He, ha lamentato la frammentazione del mondo e ha chiesto la ri-globalizzazione economica. In realtà, se la politica «zero-covid» ha impedito le esportazioni in Cina, i dati più recenti indicano come il movimento delle merci dalla Cina verso il resto del mondo è stato in forte crescita. Nonostante le interruzioni dovute al blocco, le esportazioni cinesi sono cresciute quasi del 30% in dollari nel 2021 e di un altro 7% nell'anno appena concluso. Se Shanghai era bloccata, forti flussi di commercio sono passati attraverso la vicina Ningbo.

Il vero problema della Ue è che il piano di stimoli stile Usa non ha per ora il consenso dei membri nordici, che vanno convinti, mentre la proposta di Scholz che ha finito per muovere Frau Ursula, capo della commissione, è già condivisa dall'Italia e dalla Francia. Insomma, il solito problema: mentre i tre maggiori paesi della Ue si trovano quasi sempre d'accordo, i paesi frugali sono restii a impegnarsi per iniziative comuni. Al punto che viene da chiedersi perché mai hanno deciso di aderire alla Ue. Non tengono affatto presente che fra Usa e Cina, l'Europa rischia di rimanere schiacciata. Ed è, guardando al gigante Cina, assai probabile che la annunciata ri-globalizzazione del popolo cinese potrà coincidere con una deglobalizzazione dei suoi beni. Se questo avverrà, la Cina attirerà più visitatori stranieri e meno vendite all'estero. Insomma, è evidente che con la fine della globalizzazione per volontà soprattutto degli Usa, che l'avevano inventata con la diplomazia del ping pong attuata dal segretario di stato Henry Kissinger e dal presidente Richard Nixon, tutto il mondo cambia prospettiva. E per quanto riguarda l'Italia saranno guai se non saprà mettere a frutto ciò di cui è ricca: l'enorme risparmio, secondo solo a quello giapponese.

* * *

Ma prima di verificare se qualcosa si muove su questo fronte, occorre verificare se il governo guidato da Giorgia Meloni saprà comunque mettere a frutto il lavoro fatto negli ultimi anni verso la Cina, in primo luogo dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con il suo viaggio a Pechino e la sua accoglienza a Roma del presidente Xi Jinping. Sono stati questi due importanti risultati costruiti a Pechino dall'allora ambasciatore Ettore Sequi, ora segretario generale della Farnesina, e quindi in grado di aiutare a valorizzare l'invito a Pechino fatto alla presidente Meloni dal presidente Xi. Nella proposta e nell'accettazione da parte della presidente Meloni c'è la consapevolezza che tenere buoni rapporti con la Cina non infrange alcun legame con gli Usa, che sicuramente sfrutteranno ogni opportunità di esportazione e di collaborazione con il gigante Cina, da cui nessuno del resto può prescindere, indipendentemente dalle motivazioni politiche. C'è solo un altro paese che si avvicina per numero di cittadini alla Cina: l'India, dove l'ambasciatore Vincenzo De Luca non si fa sfuggire nessuna opportunità per promuovere l'Italia e i suoi prodotti. Ma l'India, che ha una forma di democrazia definita, è ben lontana, nonostante la speranza degli Usa, dal volersi misurare con la Cina. Basti ricordare che quando ci sono state le scaramucce davanti a Taiwan e Biden ha chiamato a raccolta anche l'India perché si pronunciasse a favore dell'indipendenza dell'isola, nessun governante indiano ha pronunciato una parola una che fosse gradita agli Stati Uniti. Tutti sanno che in Asia la vera, grande potenza è la Cina e quindi nessuno intende metterglisi contro. E d'altra parte il predominio anche tecnologico sta salendo e due dati lo dimostrano: dalle ultime statistiche nel mondo le vendite di auto elettriche sono al 10% del totale; in Cina al 19%. E secondo il ceo della svedese Ericsson la Cina, ma anche l'India, supereranno Europa e Usa nel 5G. Infine fra tutti gli esportatori italiani in Cina, vale riportare il parere di chi è storicamente in Cina come Gildo Zegna: «Sono felice e orgoglioso che la nostra azienda sia stata un pioniere, già nel 1991, a esportare in Cina. In Cina ripartiremo alla grande, c'è molta energia».

Per tutti questi motivi è bene che la presidente Meloni, che risulta essere stata l'unica capo di governo a essere invitata a Pechino da Xi Jinping durante l'ultimo G7, ne approfitti al più presto, ovviamente

con tutte le precauzioni anti Covid del caso. La Cina ha riaperto le porte e chi sarà più lesto, più raccoglierà.

* * *

Un primo, pur labile segnale per la valorizzazione del risparmio italiano potrebbe arrivare presto con il ripristino della possibilità di recuperare il 20% delle eventuali perdite su investimenti in Pir (Piani individuali di risparmio). Ma è davvero un segnale labile. Sembra quasi, al momento, che il governo Meloni, a cominciare dal ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti (ed è una sorpresa), non abbia chiaro che mantenendo in Italia solo il 25% del risparmio degli Italiani, il paese non potrà mai avere un rilancio e uno sviluppo duraturo come meritano gli italiani. Sfidando la noia dei lettori, occorre ripetere che senza un piano che usi lo strumento fiscale sia per chi investe che per chi quota la propria società, si potranno recuperare decine di anni persi mentre nel resto di Europa si sviluppava il mercato dei capitali per fornire benzina alle aziende, creando quindi posti di lavoro e generando dividendi per chi ha investito. Con lo sviluppo possibile verrebbero ampiamente recuperati gli sconti fiscali a chi si quota e a chi ne acquista gli strumenti finanziari.

È ormai arcinoto che il numero di società quotate al mercato principale italiano è addirittura precipitato con il delisting o trasferimento in altre borse. Per questo fa specie, e quasi nasce incredulità nel leggere, per esempio, che una importante società come Lottomatica, uscita dal listino anni fa, stia programmando di ritornare quotata.

Quante sono società della taglia di Lottomatica che servono per il listino principale? Ne servirebbero subito almeno una cinquantina per offrire agli investitori e ai gestori di evitare il collocamento all'estero dei loro capitali. Ma chi lavora a un programma così? Al momento nessuno. Senza tener conto che obbiettivo ancora più importante è portare sul mercato ex-Aim centinaia e centinaia di piccole e medie società, la vera ricchezza del paese. Certo, non basta il fisco, che però è essenziale; occorre far crescere la cultura del mercato finanziario e appunto l'additivo base per farlo crescere è la spinta fiscale.

A muoversi verso la modernità sembra essere solo la Consob, fra le istituzioni che possono far diventare l'Italia un paese ad azionariato diffuso. Sotto la guida del presidente Paolo Savona, essendo stata ricostituita una maggioranza di commissari con idee moderne dopo l'ingresso della professoressa Chiara Mosca e dell'altro commissario, Carlo Comporti, designati dal governo Draghi, la Consob ha in elaborazione e operatività progressiva un piano basato sull'intelligenza artificiale che permetta all'organo di controllo dei mercati di garantire alle aziende quotande e agli investitori la sicurezza di trattamenti pertinenti e oggettivamente rassicuranti sia per chi si quota che per chi decide di investire.

La vitalità di molte aziende italiane è indiscutibile. È un florilegio di acquisti all'estero. Ultimo è Morellato, che volendo diventare un leader europeo della gioielleria, ha acquistato il gruppo tedesco Christ. Gianluigi Aponte, al quale è stato impedito, da scelte scellerate della direzione del Tesoro, di diventare socio di comando con Lufthansa di Ita, la ex Alitalia, si appresta a prendere il comando di Italo treno, prospettando una stimolante concorrenza sul piano dell'efficienza e dell'economia del servizio con Frecciarossa, per altro ben gestita dall'ad Luigi Ferraris. Alessandro Benetton, arrivato alla presidenza della holding di famiglia, Edizione, dopo un'attività di successo nel private equity con la sua 21 Investimenti, in poco tempo, insieme all'amministratore delegato professor Enrico Laghi, ha conquistato un futuro brillante per Atlantia, uscita sì dalla borsa, ma destinata a un forte sviluppo con il nuovo partner Blackstone, che per la prima volta ha deliberato un investimento senza limite temporale e quindi con la possibilità di Atlantia di sviluppare un programma a lungo termine. Sempre il duo Alessandro Benetton-Laghi, ha portato a termine l'integrazione fra Autogrill e Dufry, il colosso svizzero del duty free. La mano professionale di Alessandro Benetton, che era stato l'unico della famiglia, pur non avendone la gestione, a chiedere scusa per il crollo del Ponte di Genova, potrà consentire al gruppo familiare di evolversi e internazionalizzarsi sempre di più, con un progetto di recupero e rilancio anche per l'attività originaria, quello dell'abbigliamento con centinaia e centinaia di negozi nel mondo.

Come si vede, l'energia imprenditoriale in Italia non manca e il presidente della Confindustria, Carlo Bonomi, è andato in Ucraina per prenotare un ruolo per le aziende italiane a quando arriverà il momento della ricostruzione.

Se il governo rifletterà e preparerà un piano per valorizzare il grande risparmio italiano anche in funzione del taglio del debito e se si impegnerà perché la Borsa di Milano si riempia di società, l'Italia può avere davanti a sé una nuova fase di forte sviluppo e di riequilibrio fra ricchezza privata e debito pubblico. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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