Gianluigi Gabetti, l'uomo che con la sua signorilità e intelligenza, con la sua onestà e il suo equilibrio è stato fondamentale sia negli anni del buon andamento che in quelli difficili del salvataggio del gruppo Agnelli, era molto orgoglioso di essere riuscito, quando John Elkann tendeva a metterlo da parte, a convincere il giovane nipote dell'Avvocato a dare al secondo azionista, Andrea Agnelli, almeno la Juventus. Me lo disse con la sua solita nonchalance: è giusto che Andrea, con il suo 11% della holding di famiglia, sia almeno presidente della squadra che per la famiglia ha sempre contato molto.
È vero, il padre di Andrea, Umberto, era diventato presidente della Juventus a meno di 23 anni, ma allora quell'incarico era l'inizio del cursus honorum manageriale. Mentre nel momento in cui il bastone del comando era passato a Jaki il valore della presidenza della Juventus era un altro, era quello per cui il capo supremo, Giovanni Agnelli, aveva affidato la presidenza della squadra di calcio più nota d'Italia a non familiari, anche se legatissimi alla famiglia, da Giampiero Boniperti a Vittorio Caissotti di Chiusano, a Franzo Grande Stevens e a Giovanni Cobolli Gigli, calciatori, avvocati, manager. In un certo senso la soluzione migliore per non avere una responsabilità
indiretta sull'andamento della squadra.
Ma a Gabetti, che era rimasto l'unico socio accomandatario della Giovanni Agnelli & C, cioè l'uomo di comando, parve che sarebbe stato necessario dare ad Andrea almeno un incarico di prestigio che non poteva avere all'interno della Fiat, presieduta da Elkann e guidata da Sergio Marchionne. Alla fine Jaki accettò, anche se obtorto collo, il suggerimento di Gabetti e Andrea iniziò il suo ciclo nel 2010 con piglio, progettando e realizzando il primo stadio privato italiano. È stato quasi un decennio d'oro, ma ora è arrivato il disastro. E John Elkann non ha esitato più di tanto a realizzare il ribaltone.
Mentre ai tempi dei padri e dei nonni la Juventus era un fatto di famiglia, la quotazione in borsa ha cambiato tutto. Ma l'approccio è rimasto lo stesso e l'escalation è arrivata con Ronaldo e, a seguire, l'idea della Superlega, per la quale Andrea Agnelli si è esposto più di tutti gli altri partecipanti al progetto, spinto dalla necessità di tentare di trasformare la Juventus in un business vero per la holding Exor.
Ha così accumulato errori rispetto al regolamento Consob e, pare, oppure senza pare, anche di contabilità e di bilancio.
Con la freddezza che sa avere, John non ha esitato ad azzerare il consiglio d'amministrazione. Andrea Agnelli avrebbe dovuto fermarsi prima; avrebbe dovuto trarre la lezione dall'idea della Superlega dopo che Standard Ethics, la società del rating di sostenibilità di cui Class Editori è il maggior azionista, aveva decretato un downgrade a JP Morgan, che si era impegnata a finanziare appunto la Superlega. Ma la Superlega non era ispirata alla sostenibilità, perché tendeva a spostare la grande parte di risorse del calcio su un numero limitato di squadre, ai danni della grande maggioranza delle stesse. Per quel downgrade JP Morgan, comprendendo l'errore, ha chiesto pubblicamente scusa. Mentre anche recentemente Andrea Agnelli è tornato a riparlare di Superlega, immaginando uno straordinario business per la Juventus.
Non è difficile immaginare che quanto accaduto avrà un effetto non positivo all'interno della famiglia Agnelli in generale, proprio nel momento nel quale la parte di John (e di Lapo e Ginevra) è attaccata dalla madre Margherita, come MF-Milano Finanza ha rivelato per primo, con un attacco ad alzo zero contro i figli.
Ma John, con la freddezza ereditata più dal nonno paterno, ex-capo del Concistoro ebraico di Parigi, piuttosto che dal nonno Giovanni, non ha perso un minuto ad azzerare il consiglio. Una mossa di fronte alla quale Andrea ha potuto solo qualificarsi come dimissionario volontario.
Con 6,5 miliardi liquidi nelle casse di Exor, John Elkann ha dichiarato che la Juventus non ha bisogno di essere ricapitalizzata. Ma le trattative riservate con i calciatori per i loro ingaggi, in particolare con Ronaldo, e lo scambio di calciatori a valutazioni opportunamente gonfiate per coprire riduzioni di patrimonio, annunciano una vera tempesta sulla Juventus. Tempesta che non può chiudersi con il totale (o quasi) rinnovo del consiglio d'amministrazione, nominando contemporaneamente direttore generale della Juventus il bravo Maurizio Scanavino, compagno di facoltà di ingegneria di John e già impegnato nella difficile gestione di Gedi, la casa editrice di Repubblica. Tutto promette di diventare uno scandalo clamoroso.
Se ci fosse stato ancora Gabetti, non si sarebbe sicuramente arrivati a tanto. Un tanto che, sommandosi alla causa promossa da Margherita, potrebbe avere conseguenze gravi all'interno della grande famiglia, la famiglia un tempo dei viceré d'Italia.
Ma è tutto il mondo del calcio che va ricondotto entro i binari di uno sport sì professionistico, ma comunque sport. Invece diventa sempre più strumento di potere non solo all'interno di ciascun Paese ma fra i vari Paesi, come documenta con abbondanza l'uso fatto dal Qatar dell'organizzazione dei Campionati del mondo.
Non è altro che una delle manifestazioni di questa inconfutabile realtà: il mondo intero è entrato in una nuova fase, una fase drammatica, poiché non si riesce a individuare il punto d'arrivo.
Quando il mio grande amico Diego Della Valle, in pieno agosto del 2002 mi telefonò da St. Tropez per dirmi: «Ho concluso l'accordo con il comune di Firenze per rilevare il titolo sportivo. Tu sei fiorentino, hai giocato nella Fiorentina, tuo padre è stato dirigente negli anni del primo scudetto viola nel 1956... Insomma, vorrei averti al mio fianco…». Per la confidenza e l'amicizia fraterna mi permisi di rispondergli in fiorentino: «Bravo bischero. Il calcio conviene andare solo a vederlo allo stadio o in televisione».
Avevo accanto mio figlio Luca, che obbiettò: «Se il Nonno Brunero fosse ancora vivo, ti direbbe lui che sei un bischero…». Sotto questa sentenza non ebbi alternative e con la nuova esplosione della passione sono stato al fianco di Diego e Andrea per tutto il tempo che hanno resistito a gestire la Fiorentina, riportandola ai vertici in Champions. Ma quando il boato del tifo si è fatto funesto e i tifosi, che autolegittimano i loro diritti, si sono recati in via Tornabuoni per gettare monetine davanti al negozio di Tod's, il primo a dire basta, che si doveva vendere, è stato Andrea Della Valle, che pure con la Fiorentina, come era stato per Umberto Agnelli, aveva riequilibrato la sua notorietà rispetto a quella del fratello. «Tutto va bene, tutto è sopportabile, ma l'attacco all'azienda, questo proprio no», sentenziò
Andrea trovando l'accordo non solo di Diego ma di tutti i componenti del consiglio.
Così, anche a costo di rimetterci, perché il valore che avevamo stimato con il presidente operativo Mario Cognigni, tenendo conto dello straordinario patrimonio calciatori che la società aveva (da Federico Chiesa, cresciuto in casa, a Dusan Vlahovic pescato dal mago Pantaleo Corvino in Serbia, per parlare solo dei più giovani) poteva essere più alto di un centinaio di milioni rispetto al prezzo concordato con il calabro-americano Rocco Commisso da Gioiosa Jonica. Ma fu giustissimo vendere: il calcio stava inquinando un gruppo della forza e pulizia di Tod's.
Neanche a farlo apposta, i due gioielli, Chiesa e Vlahovic, sono stati venduti da Commisso e comprati con pagamento a rate dalla Juventus, rispettivamente per 50 e 70 milioni.
Scopro l'acqua calda dicendo che il calcio non è più uno sport ma uno strumento di popolarità-spettacolo e, per chi ci riesce, di guadagno; salvo che per i calciatori, che se sono un po' più che mediocri portano a casa stipendi che un lavoratore normale, ma anche un attore normale, si sognano.
Non credo che Exor, il nome imprevedibile che è stato dato alla vecchia holding di comando del gruppo Agnelli, l'Ifi-Ifil, arriverà nel breve a vendere la Juventus. Del resto non sarebbe la prima volta che la squadra finisce in serie B per penalizzazione. Ma questa volta non è solo in ballo la sanzione sportiva, proprio per quell'ardire di quotare in borsa la società nell'illusione di poterci fare anche un guadagno economico.
Le intercettazioni effettuate sugli amministratori e i dirigenti della Juventus, oltre che sullo stesso John Elkann, il capo assoluto di tutto il gruppo, delineano possibilità di reati finanziari e non solo.
Dei grandi imprenditori che, per tifo e passione, sono entrati e stati a lungo nel calcio, tutti ne sono usciti con perdita. A chi ha reso di più il calcio è stato Silvio Berlusconi, in termini di popolarità, non certo di soldi: popolarità che si è ribaltata sull'attività televisiva. I Moratti per molti anni, con il padre Angelo, hanno avuto straordinarie soddisfazioni sportive e a fronte di bilanci economici non positivi c'era la grande rendita del settore petrolifero. Quando decisero, nel 1968, che avevano toccato i vertici e vendettero, il compratore fu Ivanoe Fraizzoli, industriale delle uniformi civili: operazione da puro tifoso, con solo due scudetti e due Coppe Italia e un mundialito. Nel 1985 vendette per 7 miliardi di lire a Ernesto Pellegrini, il re delle mense. Pellegrini tenne l'Inter fino al 1995, vincendo nell'88-89 lo scudetto dei record e due coppe Uefa, interompedo una lunga mancanza di vittorie in Europa.
A ricomprare l'Inter è stato il più tifoso dei Moratti, Massimo, che nonostante la sponsorizzazione della Pirelli guidata dal suo grande amico Marco Tronchetti Provera ha macinato un impegno finanziario vicino a 1 miliardo di euro. Però nei suoi 18 anni di gestione l'Inter ha vinto ben 16 trofei. Cinque campionati, quattro Coppe Italia, quattro Supercoppe italiane, una Uefa Champion League, una coppa Uefa e una coppa del mondo per Club Fifa.
Dopo Moratti è iniziata la storia dei presidenti asiatici, per arrivare a oggi con il cinese Steven Zhang, figlio di uno dei più grandi imprenditori della Cina entrato però in una certa difficoltà. Steven è un ragazzo preparato, educato e determinato a recuperare quanto finora investito nell'Inter. Ma anche nel suo caso, come anche per gli investitori internazionali del Milan, presieduto da Paolo Scaroni, l'esperto manager e banchiere (è vicepresidente della Banca Rothschild) non si sono mai date situazioni come quelle che sta vivendo la Juventus.
Come mai a Torino sono stati commessi passi falsi che stanno diventando gravissimi? Per un motivo soprattutto: per voler vincere a ogni costo e nello stesso tempo cercare di fare della squadra più blasonata d'Italia un business, appunto quotandola in borsa. Molto più bravo e accorto si è dimostrato Claudio Lotito, che con la Lazio in borsa non ha vinto molto ma ogni anno ha portato a casa un profitto. Un po' come i Pozzo di Udine, che arrivando a possedere anche una società calcistica in Inghilterra, patria del calcio sempre meno sport e sempre più business, in genere hanno guadagnato e non certo perso con l'Udinese, riuscendo ugualmente ad avere uno stadio di proprietà.
Sarebbe errato identificare la Juventus, com'era in passato, con la Fiat, visto che la Fiat non c'è più e che gli investimenti della holding Exor sono sempre più diversificati da John Elkann. Ecco, la Juventus è una delle partecipazioni. Per la logica della holding doveva guadagnare, invece, mischiando ambizione assoluta di essere i primi con quelle che sono le regole delle società quotate in borsa, ha finito per diventare il più grande scandalo calcistico finanziario non solo italiano. Chi sa che cosa si diranno, nel girone paradisiaco dei finanzieri e industriali Giovanni e Umberto Agnelli, con l'uomo che più volte li ha salvati anche nel mondo dell'automobile, l'incomparabile Gabetti. (riproduzione riservata)
Paolo Panerai