Una trentina di anni fa Ernesto Preatoni, promotore finanziario ante litteram, amava invitare a pranzo a casa sua, a Milano giovani giornalisti finanziari, per sorprenderli, appena avevano mangiato il secondo, con questa frase: «Le è piaciuta questa carne di asina?». Questa sorte toccò anche a un giovane giornalista della redazione di MF-Milano Finanza, che temendo di correre di nuovo questo rischio non volle più occuparsi dell'inventore (se la definizione non è eccessiva) di Sharm El Sheikh. La convinzione ferrea di Preatoni era che la carne di asina fosse non solo la più gustosa ma anche la più sana.
Da allora Preatoni di strada ne ha fatta in tutto il mondo, con operazioni turistiche dai paesi baltici alla Germania, dall'Egitto (appunto con il Coral Bay di Sharm El Sheikh), a Dubai, alla Russia… E ora, non più giovanissimo, ha deciso di quotare il suo gruppo. Ma così come ama la carne di asina, non ama affatto, da intenditore, la Borsa italiana e alla domanda perché, per collocare il 30% della sua nuova holding, che comprende tutti i beni meno quelli russi, ha scelto Parigi invece che Milano, ha risposto: Ho scelto di quotarmi nella borsa europea con il segmento immobiliare più dinamico. Milano è troppo «sottile». Sottile, fuori di metafora, vuol dire una borsa che è sempre meno significativa.
Ma come, viene da chiedergli, proprio lei, allievo di Aldo Ravelli che è stato il più grande ribassista di Piazza Affari, tradisce la sua patria?
Non c'è bisogno di risposta: basta quella parola garbata, troppo «sottile».
Ha capito, bravissimo ministro dell'economia, Giancarlo Giorgetti? Neppure chi ha manovrato per anni, guadagnando su quel catino che è la Borsa italiana, anzi proprio perché la conosce bene, si tiene lontano da Piazza Affari, dove, nel listino principale, ci sono solo delisting o tentativi di delisting con il lancio di opa o il trasferimento a Parigi o ad Amsterdam.
Non pensa che ci vogliano provvedimenti profondi e immediati per attuare il processo virtuoso con cui il risparmio, enorme degli italiani, invece di andare per 70% all'estero, sia destinato alle aziende italiane attraverso un vero mercato dei capitali in quella che si chiama ancora Piazza Affari?
Non solo MF-Milano Finanza, ma tutto il mondo degli operatori finanziari, tutte le banche, tutte le sim, tutti i fondi si aspettano da Lei provvedimenti decisi e celeri. A cominciare dall'attuazione di uno schema elementare: più cresce il pil italiano e meno grave diventa il debito; più si sviluppa il pil italiano e più crescono le entrate, ergo usiamo il grande risparmio italiano per lo sviluppo. E per usarlo c'è un sistema semplice, che chiuso il cerchio sarà a costo zero per le casse dello stato: incentivazione fiscale per il risparmio che viene investito nelle aziende italiane attraverso il mercato borsistico e sconto fiscale per le aziende che si quotano. Ma non semplicemente, anche se utile, lo sconticino sulle spese di quotazione. No, uno sconto fiscale per chi mette soldi nelle aziende italiane e uno sconto fiscale, sulle tasse da pagare, per le aziende che si quotano, per almeno tre anni.
Ma non è certo un giornale che deve indicarLe le soluzioni da adottare. Siamo sicuri che Lei sia più che consapevole che vada stroncato il paradosso del risparmio italiano che va a finanziare le economie di altri paesi, anche se prevalentemente della Ue. E MF-Milano Finanza è sicuro che con Lei al ministero dell'economia e delle finanze si sia realizzato il meglio che si poteva sperare.
* * *
Mentre il governo italiano, dopo la poco brillante performance del decreto provocato dal Rave, deve affrontare i temi fondamentali del costo dell'energia, il cancelliere tedesco Olaf Scholz guida una delegazione di grandi imprenditori nazionali in Cina: 12 ceo di grandi aziende come la casa farmaceutica Merck, la Siemens e Volkswagen, che è il numero uno del settore automobilistico in Europa. E prima di partire, il primo ministro ha autorizzato la vendita di un terminal del porto fondamentale di Amburgo a Cosco, la prima società di navigazione mercantile cinese, come abbiamo avuto modo di ricordare una settimana fa. C'è chi, come i giornali inglesi, condanna questa politica, specialmente dopo la guerra della Russia contro l'Ucraina.
Ma i legami commerciali fra Germania e Cina sono profondi: come è accaduto ormai da anni, l'interscambio fra Germania e Cina è superiore ai 200 miliardi, mentre quello italo-cinese nel 2021, nonostante una crescita del 21,4% è stato solo 1/4 rispetto a quello del primo paese per economia dell'Europa, e cioè di poco superiore ai 50 miliardi. Ma, dato ancora più significativo: delle 10 piu importanti società tedesche quotate, ben nove ottengono il 10% del loro giro d'affari dalla Cina. Anche gli Usa, nonostante la Cina sia il principale rivale nel mondo, ha un importantissimo commercio con la Repubblica popolare, ma solo due delle maggiori società americane hanno un fatturato dalla Cina così significativo come per le aziende tedesche. Il dato ancora più significativo è che due su ogni cinque automobili vendute da Vw sono acquistate da cittadini cinesi. E una parte significativa di queste auto sono state prodotte negli stabilimenti della Volkswagen in Cina. Per forza, la Germania ha effettuato nell'ultimo anno il 14% di tutti gli investimenti esteri nel grande paese guidato ora per almeno altri cinque anni dal presidente Xi Jinping, che ha ottenuto oltre agli incarichi ufficiali una qualifica era stata concessa soltanto a Mao Zedong. E se poi si guarda agli investimenti esteri in Cina, quelli delle tre case automobilistiche della Germania (Vw, Mercedes e Bmw) più quelli della chimica Basf sono stati pari a 1/3 del totale degli investimenti in Cina.
Di fronte a un rapporto così intenso dell'erede di Angela Merkel, che è stata la protagonista di questa politica intensa con la Cina, vari ministri del governo tricolore di Scholz (socialdemocratici, liberali e verdi) hanno protestato. Ma il primo ministro ha tirato diritto ben sapendo che cosa la Cina rappresenta per l'economia tedesca. C'è il pericolo di una dipendenza, come quella della dipendenza del gas dalla Russia, non importa: Scholz va avanti anche di fronte a un politica del presidente Xi sempre più cinese anche se tuttora capitalista in un paese socialista, come aveva stabilito Deng Xiao Ping.
Mentre moltissimi paesi nel mondo hanno chiuso a Huawei per il 5G, il presidente Scholz non ha detto una parola. L'economia tedesca è così legata a quella cinese che uno stop potrebbe avere ripercussioni sulle case automobilistiche.
Per contro gli Usa spingono perché Apple, come ha già deciso, non produca più i suoi formidabili iPhone e iPad in Cina ma in India e in Vietnam. E il presidente Joe Biden ha tolto solo pochissimi dei dazi
che erano stati introdotti contro i prodotti cinesi da Donald Trump.
Come si orienterà l'Italia di fronte alle due tendenze? Il governo Meloni cercherà di sfruttare la scia della Germania o si lascerà condizionare dagli Stati Uniti?
Non è una scelta da poco, se solo si tiene conto che pur non ambendo a raggiungere la Germania, il sistema produttivo italiano ha enormi chance in Cina. Sia perché comunque si tratta del più grande paese e mercato del mondo, sia perché se anche l'Italia non ha la tipologia di industrie come la Merck o la Basf (Stellantis-Fiat si è ampiamente ridimensionata se non addirittura ritirata già dalla Cina), moltissime aziende italiane hanno enormi spazi di sviluppo in Cina. Dalla moda al farmaceutico, agli pneumatici Pirelli, prodotti in Italia, pur essendo la maggioranza del capitale della società guidata da Marco Tronchetti in mano a ChemChina.
Prevarrà nel governo la linea anticinese di Matteo Salvini, o il buon senso, la preparazione economica e l'equilibrio di Giorgetti oltre alle posizioni sempre equilibrate del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha nel suo gabinetto, sempre che non si voglia tornare indietro, tutta l'attività di promozione e sviluppo del commercio estero, basato sulla forza e la professionalità delle ambasciate, appoggiate dall'Ice presieduta da Carlo Ferro?
In questa fotografia non c'è nessuna posizione ideologica, ma l'evidenza delle difficoltà che un paese indebitato come l'Italia non possa permettersi di rinunciare a uno sviluppo sempre più forte delle attività di export e di collaborazione in Cina.
Oltre a trattenere in Italia larga parte del risparmio degli italiani con investimenti in società da far quotare, la carta principale per lo sviluppo italiano è la capacità naturale delle aziende, grandi o piccole, di saper competere sui mercati esteri.
Occorre, quindi, realismo ed equilibrio politico.
Ma il realismo politico, per precisi obbiettivi economici, serve all'Italia anche nei confronti della stessa Germania. MF-Milano Finanza di venerdì 4 ha pubblicato alcuni dati veramente significativi, diffusi dalla Camera di commercio italo-germanica. L'interscambio fra i due paesi è salito nel primo trimestre di quest'anno a 85,9 miliardi con un più 23,5%. A trainare la crescita sono stati i settori della siderurgia, della chimica e dell'automobile. Ma se si approfondisce l'analisi si vede che mentre le esportazioni dell'Italia sono state pari a 39,6 miliardi e con una crescita del 18,8%, quelle tedesche in Italia sono state pari a 46,3 miliardi con una crescita del 27,8%. Appare quindi evidente la forza del rapporto, ma anche la scontata forza della Germania.
Ma le notizie più interessanti e sorprendenti riguardano la volontà di molte aziende tedesche di delocalizzare la produzione proprio in Italia: il 68% delle aziende tedesche cerca fornitori in Italia e il 42,9% studia l'apertura di nuove fabbriche nel Bel Paese.
Tutto ciò spinge alla riflessione che, dopo il Trattato del Quirinale fra Italia e Francia, il governo italiano non possa dimenticarsi della Germania e soprattutto non possa ignorare la politica di relazioni economiche e commerciali che il maggior paese della Ue attua nei confronti della Cina. Se la prima potenza economica della Ue oltre che a guardare all'Italia si impegna con visite a Pechino del primo ministro e di 12 delle maggiori aziende tedesche, può l'Italia fare la schizzinosa verso la Cina, come ripetutamente predica il secondo partito dell'attuale governo, cioè la Lega?
Non si può non essere contenti che la Germania investa in Italia, ma sarebbe più che miope evitare di considerare la Cina il più importante mercato del mondo, come appunto fa la Germania, che in questa logica non sottostà affatto ai distinguo suggeriti dagli Usa.
* * *
La trattativa fra Intesa Sanpaolo e i sindacati per organizzare l'orario di lavoro su quattro giorni di 9 ore ciascuno, realizzando la settimana cortissima è la materializzazione di quanto il professor Mario Rasetti, il maggior scienziato dei dati non solo in Italia, ha ripetutamente anticipato da almeno cinque anni. L'avanzamento della tecnologia digitale, entro i prossimi 10-15 anni, specialmente nei servizi, sostituirà il lavoro umano per quasi il 50% di quanto è necessario oggi. Il professor Rasetti ha esemplificato con il caso della banca JP Morgan, dove lavora un suo allievo. Per definire un contratto di gestione con il sistema tradizionale, erano necessarie 30 giornate di lavoro di un gestore: per analizzare gli obbiettivi del cliente, mettere a punto il portafoglio, gestirlo eccetera. In JP Morgan oggi, con il programma realizzato dall'allievo del professor Rasetti, quelle 30 giornate uomo sono sostituite dalla soluzione digitale, che esegue tutto in pochi secondi.
Per questo, la previsione del professor Rasetti è che fra non molti anni, la maggior parte degli esseri umani lavoreranno mediamente la metà delle ore attuali. Ci sarà un enorme tempo libero a disposizione per sport, viaggi, hobby, lettura… Ma proprio per questo è necessario fin d'ora che i governi pensino a che cosa serve perché il grande tempo libero degli esseri umani, almeno nel mondo progredito, non crei crisi personali e deviazioni.
Il progetto di Intesa Sanpaolo di una settimana con tre giorni liberi è un'interessantissima anticipazione, sulla quale occorre che governo, sindacati, imprenditori comincino a riflettere perché tutto quel tempo a disposizione migliori la vita e non crei alienazioni, o peggio deviazioni. Insomma, occorre fin d'ora studiare una nuova organizzazione della vita di chi lavora già oggi ma soprattutto di chi entrerà nel ciclo lavorativo nei prossimi 10-15 anni. La rivoluzione umana indotta dal digitale è solo agli inizi.
P.S. Che l'eredità Agnelli sia un caso non complesso, ma complessissimo, MF-Milano Finanza lo ritiene da anni. Tanto è vero che nel 2011 abbiamo pubblicato il libro «M L'importanza di chiamarsi Agnelli» scritto dall'avvocato Emanuele Gamna, che era stato il primo avvocato di Margherita.
Ovviamente la matassa giuridica dovrà essere dipanata dai giudici italiani e svizzeri, ma una valutazione morale MF-Milano Finanza ritiene di poterla dare. Sia come sia, Margherita accettò di essere liquidata prima della morte della madre Mariella per la sua parte di eredità. E ciò che ricevette non fu solo un'importante cifra contante, ma anche vari quadri… Perché Margherita accettò? Per la semplice ragione che quanto ricevette allora era superiore a quanto, per il valore dell'epoca di una Fiat in grave crisi, avrebbe potuto avere nel caso di morte della madre in quel momento. Quindi fece una valutazione e accettò volentieri di uscire di scena come erede. Moralmente le azioni che Margherita ha ora intentato appaiono quindi riprovevoli. (riproduzione riservata)
Paolo Panerai