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Milano Finanza - Numero 214 pag. 1 del 29/10/2022

La Germania guidata da Olaf Scholz, in perfetta continuità con Angela Merkel, concede alla Cina il 24,9% di uno dei quattro terminal del porto di Amburgo. Quasi contemporaneamente, gli Stati Uniti spingono Apple a porre fine alle relazioni con la Cina, finora la maggiore fabbrica degli iPhone nonché uno dei principali mercati degli stessi. Paradosso, una percentuale importante dei mirabolanti smartphone saranno costruiti in Vietnam, il paese contro il quale gli Usa hanno combattuto la guerra più cruenta dopo la seconda mondiale…

Visto così, il mondo occidentale sembra impazzito: mentre il paese più importante della Ue apre il suo porto al capitale di Cosco, il gigante cinese che possiede più di 400 navi con una capacità di carico di oltre 2 milioni di container a viaggio, Apple, che è il simbolo più solido del successo tecnologico americano, quasi scappa dal paese che ha favorito il suo grande successo, appunto dopo il cortese ma fermo invito dell'amministrazione guidata da Joe Biden. Sembra veramente la fine della globalizzazione e della collaborazione fra le due più grandi potenze del mondo, che è iniziata al debutto degli anni 70, quando la fame mordeva la stragrande maggioranza degli 1,4 miliardi di cinesi e il grande stratega Henry Kissinger convinse il presidente Richard

Nixon, prima del Watergate, ad avviare la diplomazia del ping pong.

Era folle Kissinger, che all'età di 99 anni la pensa ancora come allora, o fa bene l'amministrazione Biden a far crescere l'ostilità verso quello che insieme all'India era il paese più povero del mondo?

Dalla risposta a questa domanda passa larghissima parte del futuro del mondo. E possiamo davvero illuderci che il terzo incomodo, Vladimir Putin, le cui mosse in parte sono state reazioni alla politica americana di far entrare l'Ucraina nella Nato, possa essere ora il portatore del ramoscello di ulivo per la pace? Visto che il presidente Putin ha dichiarato la sua disponibilità a un dialogo con gli Usa, evidentemente in occasione del prossimo G20 si può sperare che si avvii il processo per la fine della guerra che sta rovinando le economie di tutto il mondo?

Lì, al G20, ci saranno tutti, i nemici dell'aggressore russo ma anche coloro che, appunto come la Germania, nonostante le sincere dichiarazioni atlantiste, sono ben lieti di avere la Cina socia nel terminale principale dei traffici commerciale con l'Europa. Quello tedesco è realismo, perché la Cina di fatto sta diventando, se non lo è già appunto, il più grande mercato mondiale. Non ci vuole molto a capire che il mondo è nel caos, altro che la guerra in Ucraina, che pure appare sempre più cruenta.

Se così stanno le cose, è allora temerario sperare che il mondo possa tornare rapidamente a una fase di crescita attraverso la cooperazione.

La scontata rielezione di Xi Jinping a presidente e segretario generale del Pcc, con in più il ruolo di grande timoniere assoluto del paese inserito negli atti ufficiali, potrà cambiare il rapporto con la Russia di Putin? Al momento assolutamente no, basti pensare alla dichiarazione del ministro degli esteri Wang Yi a sostegno di Putin poche ore dopo la chiusura del congresso del Pcc. Le parole usate sono state esplicite: Cina e Russia non intendono omologarsi agli Stati Uniti e invece vogliono rappresentare l'alternativa, non solo come modello politico, alla parte di mondo guidato da Washington.

Questo è il risultato peggiore che il mondo democratico poteva aspettarsi, ma in un certo senso è un risultato di fatto voluto da Washington se solo si tiene conto che in piena guerra russa contro l'Ucraina, gli Stati Uniti hanno trovato il tempo e la volontà per far andare la portavoce della Camera, Nancy Pelosi, a Taiwan, per suscitare un sentimento anti Pechino dei laboriosi (tutti cinesi) cittadini dell'isola, che si chiamava Formosa, e che la Cina ritiene, non senza motivo, territorio cinese. Poi, una parte della flotta americana è stata fatta transitare fra Taiwan e le coste della Cina continentale, lambendone le acque territoriali. È indispensabile mostrare i muscoli?

Certamente è indispensabile se si vuole alzare i livelli del confronto con la Cina di Xi. Ma anche gli Stati Uniti possono fare a meno di avere come partner commerciale la Cina?

Chi non può sicuramente farne a meno è in primo luogo il paese più forte della Ue, cioè la Germania e si è vista la decisione di ammettere Cosco nella proprietà del porto di Amburgo. Ma se non può farne a meno la Germania, non è difficile comprendere che non ne possano fare a meno l'Italia, la Francia e altri paesi della Ue. Non a caso Italia e Francia si sono coalizzate per far cambiare strategia alla Bce, ben prevedendo che i venti di guerra si stanno trasformando in un assetto del mondo in cui, senza una politica della Bce ispirata alle scelte fatte da Mario Draghi durante la crisi iniziata nel 2008, l'economia della Ue rischia una vera e profonda recessione. Anche perché è in rinnovo il patto di stabilità dell'Unione europea, le cui violazioni rispetto al rapporto debito pubblico/prodotto interno lordo, a causa del Covid, sono avvenute pressoché da tutti gli stati, escluso i frugali. Il patto di stabilità da riformare prevedeva rapporti che neppure la Germania, che ha un debito nettamente inferiore a tutti gli altri paesi, ha rispettato. Ma il debito della Germania è pari poco più al 60%, mentre la Francia è al 120% e l'Italia al 150%.

Nessuno può illudersi che la Germania, che ha già fatto la sua voce rigorista nel board della Bce attraverso la dura Isabel Schnabel, sia disponibile a tollerare i rapporti di Italia e Francia. È vero che commissario all'economia è l'Italiano Paolo Gentiloni, ma a capo della Commissione c'è pur sempre la tedesca Ursula von der Leyen e soprattutto nel governo tricolore della Germania ci sono non solo i socialdemocratici ma anche i verdi e soprattutto i liberali, che sono per il rigore assoluto.

Alla luce di tutto ciò è ancora più significativo tenere conto che la Germania, anche a costo di allontanarsi dalla linea di Washington, voglia continuare ad avere rapporti stretti con la Cina, fino a farla entrare in casa propria. E la ragione è una sola: la Cina è e sarà sempre di più il mercato più grande del mondo. Un mercato che nonostante i lockdown permanenti cresce quest'anno di quasi il 3%. Fonti attendibili riferiscono che i lockdown dureranno sino al maggio prossimo, in primo luogo per combattere il virus senza uso di vaccini specifici, ma anche per rimettere ordine in occasione del plenum, che ha riconfermato per il terzo mandato quinquennale (grazie alla modifica costituzionale) il presidente Xi. Appena l'attività ritornerà totalmente aperta, i ritmi di crescita dell'economia cinese sono attesi per un ritorno al 7-8-9%.

L'Italia, ma anche il resto dell'Europa, seguiranno la Germania nella politica di cooperazione strutturata con la Cina? Se non lo faranno, le difficoltà dell'economia aumenteranno. Il made in Italy ha

fortissime potenzialità di crescita sia nel fashion, ma anche nel food, nella meccanica e nel campo della salute e dei farmaci.

Quali sono, quindi, le intenzioni del nuovo governo guidato da Giorgia Meloni nei confronti della Cina? È noto che in particolare la Lega condotta da Matteo Salvini ha tutt'altro che simpatia verso i cinesi, che accusa di copiare la produzione delle aziende italiane. E la presidente Meloni la pensa allo stesso modo?

Il momento di collaborazione fortemente attiva dell'Italia verso la Cina prese avvio già nel 1978, con l'apertura della linea di credito stand by corrispondente a circa 3 miliardi di euro di oggi organizzata dal ministro del commercio estero Rinaldo Ossola. Un altro momento alto avvenne con la presidenza del consiglio di Lamberto Dini che inaugurò nel 1995 una grande mostra dei prodotti italiani a Pechino. Poi nel 2014 ci fu la visita ufficiale a Pechino del presidente del consiglio, Matteo Renzi, protagonista anche di un vero e proprio show durante il trasferimento degli imprenditori e delle autorità dalla sala della firma dei contratti all'interno del palazzo nella Città proibita alla sala della conferenza stampa. In quella occasione fu varato definitivamente il Business forum governativo Cina-Italia. Tutto ciò portò alla visita ufficiale prima del presidente Sergio Mattarella in Cina e poi, più recentemente, del presidente Xi Jinping e del primo ministro Li Keqiang a Roma e poi addirittura a Palermo. Di quella importante visita nella capitale della Sicilia il governo regionale non ha saputo trarre un dollaro in più. E in realtà anche le riunioni del Business forum si sono vaporizzate, nonostante l'attivismo del ministero degli esteri Luigi Di Maio, che godeva della sapienza sulla Cina e il suo mercato dell'attuale segretario generale della Farnesina, l'ambasciatore Ettore Sequi.

Che cosa vorranno fare il nuovo ministro degli esteri, Antonio Tajani, che può continuare a godere della grande esperienza cinese e dell'alta professionalità di Sequi, e altrettanto il ministro delle aziende e del made in Italy, Adolfo Urso? Ci sarà continuità con l'attuale assetto organizzativo per il quale tutte le competenze sulla promozione sono all'interno degli esteri, o Urso cercherà di riportare la struttura in quello che con il vecchio nome si chiamava ministero dello sviluppo economico?

C'è preoccupazione che un rimescolamento delle funzioni non solo dei due ministeri citati ma anche in altri faccia perdere operatività per vari mesi.

Ma a parte ciò, quali saranno le scelte politiche: si vorrà seguire la Germania o la politica conflittuale degli Usa, certamente ricambiata da Pechino?

L'Italia ha bisogno di sviluppo, ed è opinione di MF-Milano Finanza che anche appartenendo allo schieramento atlantico l'Italia, che ha aziende esportatrici straordinarie, come ha mostrato anche il recente Premio Export del magazine Capital, non debba perdere nessuna opportunità in Cina e che anzi il nuovo governo Meloni debba superare i pregiudizi leghisti per rinverdire i rapporti commerciali con la Cina.

La lega paventa che i rapporti con la Cina che riguardano investimenti in Italia, in realtà siano fatti per carpire i processi vincenti delle aziende italiane. A parte il fatto che l'obiettivo primario è che siano le aziende italiane a conquistare fette importanti di mercato cinese, per l'ipotesi di investimenti cinesi in italia c'è un caso esemplare di come sia possibile proteggere i valori italiani, perfino cedendo la maggioranza a investitori cinesi. Il caso esemplare è quello di una delle più importanti aziende italiane, la Pirelli. Marco Tronchetti Provera ha gestito l'ingresso di ChemChina, che ha preso la maggioranza del capitale, senza però perderne lui il controllo e il comando. In che modo? Stabilendo appunto la permanenza di Tronchetti come ceo fino a quando vorrà. Ma l'esemplarità dell'operazione riguarda altri aspetti fondamentali perché i valori della società rimangano italiani. Infatti, nello statuto è stato fissato che ChemChina e il suo gruppo non potranno né trasferire la sede e gli stabilimenti dall'Italia né trasferire fuori dall'Italia il know-how se non supereranno il 90% del capitale. E fino a quando circa il 25% resterà nel portafoglio delle finanziarie della famiglia Tronchetti Provera e dei suoi alleati, tra cui Alberto Bombassei e le banche fra cui Intesa Sanpaolo, quel 90% non potrà essere superato. Credo che i governi che si sono succeduti e quello attuale oltre che gli italiani in generale debbano essere grati a Tronchetti di aver negoziato uno schema come questo che può fare da modello per altre operazione di raccolta di capitali. Almeno fino a quando il governo (e speriamo che la presidente Meloni e il ministro Giorgetti si muovano in tal senso) non si deciderà a varare una serie di provvedimenti fiscali incentivanti perché quel 75% di risparmio italiano, che oggi va a finanziare le economie di altri paesi, vada invece a finanziarie società italiane che si quotano. E perché ciò avvenga occorre appunto usare la leva fiscale sia per i risparmiatori che per le migliaia di aziende medie e piccole che raccogliendo capitali con la quotazione si sviluppino e si rafforzino. In altre parole, ciò che manca a un paese capitalistico come l'Italia è un vero, grande mercato italiano. Non basta essere parte di Euronext, se in Euronext ci sono borse come quella di Amsterdam che offrono condizioni incomparabilmente più vantaggiose di quelle italiane, grazie al diritto commerciale olandese e al sistema fiscale olandese. Se ci sarà un mercato vero dei capitali anche in Italia, saranno ben venuti anche i capitali cinesi: basterà trovare un punto di equilibrio e di tutela come ha fatto Tronchetti.

Intanto, che le aziende italiane siano messe in condizione, con la promozione paese, di ricavare spazi fondamentali nell'economia cinese, che sicuramente continuerà a crescere più di tutte le altre economie mondiali. Occorre fare ciò che fece la Merkel 15-20 anni fa: organizzava vere spedizioni in massa di imprese tedesche in Cina. Ogni volta riempiva i jumbojet di un tempo di aziende di tutti i settori, nei quali le analisi indicavano grandi spazi. Prima del covid, paradosso dei paradossi, era la Cina che organizzava a Shanghai l'Expo dell'import. Non che le aziende italiane non siano state presenze, ma mai con l'organizzazione necessaria per conquistare fette importanti di mercato. E infatti la bilancia commerciare Italia-Cina è sempre stata deficitaria per l' Italia. Soltanto nell'ultimo anno c'è stato un miglioramento, che non basta affatto a cogliere tutti i vantaggi che può offrire il già più grande mercato al mondo, destinato a diventare sempre più grande. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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