C'è qualcuno che si preoccupa seriamente del risparmio degli italiani, che poi è il risparmio dell'Italia? Eppure solo un'adeguata politica che valorizzi, in Italia, i più di 2.600 miliardi di euro di risparmi degli italiani può fortemente alleviare, se non risolvere, il drammatico problema della povertà di una fetta consistente di italiani. Anche uno studente del primo anno della Bocconi lo capisce: non si possono avere vicino a 3 mila miliardi di risparmio degli italiani che ce l'hanno fatta e riescono a produrre più di quanto spendono, e lasciare che più del 75% di questo enorme valore, carburante per lo sviluppo, finisca a finanziare le economie estere.
E la ragione i lettori la conoscono e mi scuso per la noia con cui lo ripeto: 2/3 del risparmio italiano finisce in investimenti all'estero perché in Italia c'è un mercato dei capitali, cioè una Borsa, che fa ridere e che viene addirittura ridicolizzata da quella che è stata la più importante famiglia italiana nella fase della rinascita del dopoguerra e del boom economico.
Va bene che non ha un nome italiano, almeno quello tradizionale del padre; va bene che ha le radici paterne a Parigi, dove il nonno paterno è stato con grande successo presidente della comunità ebraica parigina; va bene che ha in corso, lui e i suoi due fratelli di primo letto, una
battaglia all'ultima carta bollata con la madre che rivendica l'eredità della Dicembre, che sta in cima a tutto il gruppo, e va bene che da Amsterdam è tutto più facile per i voti plurimi e per un fisco benevolo se non complice con chi decide di trasferirsi in Olanda; va bene tutto questo, ma sono sicuro che suo nonno Giovanni, l'Avvocato, si rivolta nella tomba dopo aver visto che il nipote John Elkann ha delistato la finanziaria capogruppo Exor da Euronext Milan(o) per tenerla quotata solo ad Amsterdam. Non è certamente con Exor mantenuta quotata alla borsa di Milano che si risolvono i problemi di investimento in Italia dell'enorme risparmio italiano. Ma dal punto di vista simbolico la cosa che è avvenuta è gravissima. La prima famiglia del capitalismo italiano, che è stata sostenuta in tutti i modi dai governi italiani nonché dalle banche italiane, Mediobanca in testa, che non tiene quotata la sua capogruppo nella borsa italiana.
È vero che neppure il Martinitt Leonardo Del Vecchio ha tenuto quotata a Milano Essilux, cioè la società a controllo italiano nata dalla fusione fra Essilor (quotata a Parigi) e Luxottica che era quotata a Milano. Ma nel caso di Del Vecchio, è andato a fondere la sua Luxottica in Francia appunto con Essilor. Quindi è grave che la Borsa italiana sia stata decapitalizzata del valore di Luxottica, ma almeno c'era una ragione tecnica.
Per Elkann no, non c'è stata nessuna fusione con società estera. Il fatto è che da tempo il giovane erede di Giovanni Agnelli ha spostato la sede legale di tutte le società quotate in Olanda: è il caso anche di Ferrari, ma come prima scelta aveva deciso di tenere le società del gruppo e la capogruppo quotate sui due mercati. La prima cancellata dal listino di Milano è proprio Exor e non ci vuole molto a immaginare che anche le altre, a cominciare da Ferrari, potranno rimanere presto quotate solo ad Amsterdam.
È l'effetto Ue, Bellezza, con paesi come l'Olanda che offrono vantaggi fiscali e legali fortemente competitivi verso gli altri paesi dell'Unione, sanzionando che la Ue è ben lontana da esserci.
Ma in più c'è il paradosso che la Borsa di Amsterdam è fondatore con Parigi e gli altri Paesi Bassi di Euronext, che è diventata proprietaria della maggioranza anche di Borsa di Milano. L'ambizione è di farne la Borsa europea, ma intanto Amsterdam continua a fare concorrenza a Milano e alle altre borse minori dell'Unione.
Si dirà: ma che l'Europa sia incompiuta non lo si scopre attraverso i mercati borsistici. Certo, è comprovato. Ma nel momento in cui si premette al nome del mercato nazionale il termine Euronext, che vorrebbe dire Europa, dovrebbe essere obbligatorio che tutte le società quotate a una Euronext lo fossero in tutte le borse Euronext del continente, anche se questo non risolverebbe il problema di far affluire in società italiane almeno il 50-60% del risparmio italiano. Se la maggioranza del risparmio italiano non sarà investito in società italiane, il Belpaese sarà sempre handicappato.
In realtà le varie Euronext si fanno concorrenza e Amsterdam, con i trattamenti fiscali che offre e con regolamenti borsistici meno complessi, vince e il giovane Elkann ne approfitta.
Addirittura Amsterdam stava per far uscire da Iosco, la Consob mondiale, proprio la Consob e di conseguenza il mercato italiano. Infatti la commissione di controllo olandese ha preteso recentemente che non fossero considerate nel peso borsistico le enormi quantità di titoli di stato dell'Italia, il che avrebbe provocato la fuoriuscita di Consob da Iosco. Soltanto la determinazione del presidente della Consob, Paolo Savona, ha spinto il presidente di Iosco (inglese di HK) a elevare da 16 a 17 i membri dell'Organizzazione internazionale delle commissioni sui valori mobiliari, mantenendo la commissione italiana nell'organizzazione mondiale. E tutto ciò la dice lunga sull'handicap dell'Italia in termini di mercati mobiliari: ottavo paese al mondo per pil, l'Italia è diciassettesima per mercato dei valori mobiliari azionari.
A parte le scelte non condivisibili di Elkann per evidenti ragioni simboliche e di suggerimento indiretto al resto degli imprenditori italiani, nonché per ragioni di storia del capitalismo italiano, occorre quindi aprire, mentre sta per partire la campagna elettorale, un profondo dibattito su come la Borsa di Milano possa, debba, essere sviluppata, e ciò partendo da un dato agghiacciante: negli ultimi 12 mesi la capitalizzazione della Borsa italiana è scesa di ben 43 o 47 miliardi (a seconda di come si fa il calcolo) e ciò non solo per spostamento di società su altri mercati ma anche per numerosi delisting, che sono normali anche su altri mercati, ma sempre, ampiamente, compensati da nuove quotazioni che quasi sempre hanno dato luogo a un saldo attivo, cioè a un aumento della capitalizzazione dei vari mercati.
Il dibattito coinvolge direttamente in primo luogo il governo (compreso quello Draghi, che ha ancora poteri di intervento) e la cultura dei mercati mobiliari degli imprenditori italiani.
Per storia, una notevole responsabilità va a Mediobanca di Enrico Cuccia, che volle mantenere per decenni l'esclusiva di banca d'affari in Italia, senza che governi succubi del potere della banca di via Filodrammatici
sapessero modernizzare il capitalismo italiano. È stato necessario attendere che Guido Carli diventasse ministro del Tesoro per far recuperare alle banche italiane la formula tedesca e americana che ha sempre permesso alle banche commerciali di poter detenere azioni di società. Era stato il crollo delle banche italiane per la grande depressione del '29 a spingere nella riforma bancaria nazionale del '36 che fosse proibito alle banche nazionali di possedere titoli azionari di società industriali e commerciali. Il combinato disposto della legge del '36 e l'esclusiva concessa a Mediobanca, sono la causa diretta dell'asfittico mercato mobiliare italiano. Va tuttavia aggiunto anche che il modello di piccole imprese familiari, che dopo la seconda guerra mondiale ha permesso al paese di risollevarsi, non essendo stato accompagnato da una cultura e una normativa volta al mercato dei capitali, ha lasciato il monopolio dei finanziamenti alle banche.
A tutto ciò si aggiunga, nell'incultura del valore dei mercati, l'inefficienza della borsa, provocata anche dal ritardo enorme nella creazione di organi di controllo, cioè della Consob. Poi, quando la Consob è stata creata, fu concepita come strumento di potere politico, come quando Giulio Andreotti nominò presidente della Commissione il suo amico gestore di sale cinematografiche, Bruno Pazzi, poi finito anche in galera.
Chi può rilanciare la borsa italiana e determinarne lo sviluppo con centinaia e migliaia di società quotate? Questo dovrebbe essere, lo ripetiamo, uno degli obbiettivi fondamentali di qualsiasi governo che esca fuori dalla prossima tornata elettorale. Ad oggi, in nessun programma noto dei vari schieramenti si fa minimamente cenno al problema.
L'unico a muoversi è stata la Consob presieduta da Savona con tutte le limitazioni che le derivano dalla funzione principale di controllo dei mercati ma anche dall'esistenza di fatto di due Consob, una vecchia, e quella che vorrebbe essere moderna. Se ne era reso conto uno degli italiani più alti nella struttura di Bruxelles, Mario Nava, che aveva accettato di diventare il 16 aprile del 2018 presidente della Commissione ma il 13 settembre si dimise, confessando che per ragioni politiche la Consob era ingovernabile, tornandosene così a Bruxelles.
C'è quindi sì un problema di gestione moderna della Consob, ma anche in queste difficoltà la Commissione ha nei giorni scorsi battuto un colpo, con alcune modifiche che MF-Milano Finanza ha segnalato tempestivamente e che consistono in semplificazioni, specialmente per le pmi che vogliano quotarsi all'Egm, l'ex-Aim. C'è anche la possibilità di parlare a tutti gli investitori con la redazione del prospetto di quotazione solo in inglese. E presto dovrebbero entrare in vigore anche le modifiche al proprio regolamento da parte di Borsa Italiana, che prevedono la semplificazione del processo di ipo per il mercato principale, Mta.
Tutte cose utili, ma assolutamente insufficienti. In primo luogo è un problema culturale, cioè di far arrivare ai vertici delle aziende italiane, grandi, medie e piccole, la consapevolezza di quanto è fondamentale raccogliere per lo sviluppo il risparmio italiano con la quotazione. Un processo, questo, sicuramente lungo. Per questo occorre partire con provvedimenti di immediata efficacia. E su tutti ha il peso massimo il trattamento fiscale per chi si quota e per chi sottoscrive il capitale delle quotande, cioè i risparmiatori.
Sono sicuro che se il governo Draghi fosse arrivato a fine legislatura avrebbe preso provvedimenti adeguati sull'unica leva che può far crescere in poco tempo il mercato italiano, permettendo così al risparmio italiano di alimentare la crescita delle aziende italiane e quindi dell'economia del paese. In realtà, qualcosa Draghi potrebbe ancora fare, quantomeno preparando un progetto di sviluppo del mercato dei capitali rivolto al mantenimento in Italia del risparmio italiano. Il tempo è poco ma sarebbe una eredità importante, anche se solo un progetto, da lasciare a chi governerà.
Proprio per questo dalla prossima settimana MF-Milano Finanza inizierà una inchiesta permanente fino alla data delle elezioni per verificare se mai qualche partito ha messo o metterà nel programma economico provvedimenti con capacità radicale per la creazione di un vero mercato dei capitali, capace di mantenere in Italia l'enorme risparmio italiano. MF-Milano Finanza darà voce non soltanto ai piani dei partiti, dove finora non c'è traccia di attenzione al fondamentale problema di mantenere in Italia la benzina per la crescita del Paese. Ma è aperta anche a una serie di interventi e di interviste a esperti che suggeriscono ai partiti le soluzioni perché il 75% del risparmio italiano non vada a finanziare le società quotate all'estero. L'iniziativa, come per il Tagliadebito, fa parte del programma L'Italia c'è che questo giornale e tutti gli altri media di Class Editori da anni stanno sostenendo.
L'Italia c'è, progetto perché il grande risparmio italiano abbia un grande mercato nazionale e non vada come finora per il 75% a finanziare le economie estere. (riproduzione riservata)
Paolo Panerai