Oltre ai capelli biondi di Giorgia Meloni c'è il programma economico di Fratelli d'Italia (FdI) messo a punto e fatto uscire sui giornali amici dal senatore Giovan Battista Fazzolari, 50 anni, laureato in economia e commercio alla Sapienza di Roma, e appunto responsabile del programma del partito di pura destra.
Se i media amici hanno scritto giusto, un programma davvero da candidato al Nobel per alcune trovate che non sono state mai sperimentate in economia. Per esempio: super riduzione del costo del lavoro oltre una data soglia di incidenza della manodopera rispetto al fatturato. Insomma, riportano i media amici, «più assumi meno paghi». Quasi come il reddito di cittadinanza ma alla rovescia: più sei povero più hai diritto al reddito di cittadinanza.
In principio è una bellezza: lo stato ti paga con super riduzione del costo del lavoro ogni assunzione che fai oltre l'ordinario, cioè l'organico necessario. E il mercato per i prodotti di quella data azienda? La domanda forse cresce perché cresce l'offerta? Cioè la domanda è stimolata da una super produzione grazie al maggior numero di assunzioni fatte?
No, non ci credo che l'attentissima prima bionda della politica italiana
accettato un piano economico che contemporaneamente accontenti sia le imprese che i lavoratori, sostenendo appunto che più si assume meno si paga, non sapendo però come le merci o i prodotti siano collocati sul mercato, specialmente se l'economia sarà in recessione. Annunci a effetto, per certi versi anche originali, per tentare di acchiappare i due protagonisti dell'economia, sia appunto le aziende che i lavoratori? Ma nessuno le ha mai detto, alla onorevole Meloni, che nessuno al mondo è mai riuscito nell'impresa proposta?
Quasi sicuramente è da tempo che Fazzolari ha scritto il programma perché è da almeno due anni che la Meloni ha conquistato il primato nel centro-destra e che sostiene che a fare il primo ministro debba essere il leader del partito che ottiene anche solo un voto in più rispetto agli altri due. Ma sarà meglio, se ambisce a governare, che se ne faccia preparare, di piani economici, almeno un altro meno esoterico.
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Mentre il mondo politico italiano comincia ad attorcigliarsi su se stesso (e non è una novità), nel resto del mondo sta avvenendo un'evoluzione che non appariva possibile soltanto alcuni mesi fa. In sigla sono Maama (Meta, Alphabet, Amazon, Microsoft, Apple), cioè l'oligopolio della tecnologia Made in Usa. Dopo 10 anni di crescita al 20%, oggi, per esempio Meta ex-Facebook, ha registrato nel report di luglio la crescita più bassa dai tempi dell'esplosione del Covid. E le vendite sono diminuite anno su anno. Non era mai successo. In maniera ancora più generale il Nasdaq, dove sono quotate tutte le Maama, è sceso del 25% dall'inizio dell'anno. Osservatori qualificati affermano che l'ora eccezionale della tecnologia potrebbe essere finita.
Quando queste aziende vendono byte materiali e non digitali, stanno subendo le stesse conseguenze delle aziende non tecnologiche per le difficoltà della logistica. In particolare Apple, che vende in grandi parte device fisici, ha avvertito che il fatturato del secondo trimestre sarebbe stato inferiore fino a 8 miliardi rispetto alle attese. Concausa i blocchi in Cina, in cui sono le fabbriche che da anni lavorano per la grande azienda della mela. Amazon, nonostante il suo mitico software che gestisce i magazzini e l'inventario, ha avuto conseguenze analoghe a quelle del concorrente fisico Walmart.
Ma soprattutto il mondo intero, dall'Europa fino all'India, hanno organizzato e stanno sempre più organizzandosi per impedire la conquista di dati sui suoi cittadini. A esserne colpiti sono soprattutto Microsoft, Meta e Alphabet per i firewall a protezione dei cittadini.
Nell'ultimo decennio il personale degli Over the top è aumentato in maniera esponenziale: oltre 2,2 milioni e ora il ricambio è difficile. Ma soprattutto è sempre più difficile trovare talenti, poiché le opportunità per costoro si sono moltiplicate. Inoltre, il personale di Maama è stato una ricca riserva di caccia per tutti coloro che nel mondo operano in settori affini o in società sempre attive nella tecnologia digitale.
È altrettanto negativo il trend dell'economia americana, che viene proprio in queste ore dichiarata in recessione sia pure per la politica della Fed decisa a combattere l'inflazione. Per vari lustri, per esempio Meta e Alphabet erano ritenuti insensibili all'andamento dell'economia, mentre oggi la sentono pesantemente.
Ormai i mercati della pubblicità on line, il cloud, gli smartphone, il commercio on line stanno diventando mercati maturi e quindi crescono più lentamente come per tutti i settori definibili maturi. E poi le aziende tecnologiche si fanno concorrenza anche se con core business diverso. E' il caso di Amazon e Alphabet. Alphabet vive in primo luogo di pubblicità, ma ora anche Amazon ne raccoglie. Nel Cloud lo scontro è fra Amazon e Alphabet, la quale sta investendo molto per battere il concorrente.
Per questo c'è una ricerca spasmodica per operare anche in altri settori. Uno particolarmente interessante è quello Medicale, dove Amazon ha effettuato un investimento significativo comprando One Medical. È il segno che la stessa Amazon sta vivendo con consapevolezza la fine del momento magico e così le aziende cercano la diversificazione. E il settore medicale è quello ancora non sufficientemente evoluto in termini di business. Per questo presto si assisterà a operazioni nel settore.
Ma l'indice più evidente del forte rallentamento del settore è la ricerca, per esempio di Apple, di aree che siano vergini e con forte crescita potenziale. Apple cerca settori nuovi, forte anche dell'esperienza maturata in questi 30 anni. Si sa che l'azienda creata da Steve Jobs voglia ripetere con la realtà aumentata il successo che ha avuto con le app.
Insomma, anche questo è un segno di normalizzazione, dove le aziende devono faticare per avere ancora sviluppo. Sviluppo che comunque non sarà più come prima. L'eldorado dei Maama sembra finito, anche se conservano moltissima della potenza che hanno accumulato negli ultimi 35 anni. (riproduzione riservata)
Paolo Panerai