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Milano Finanza - Numero 139 pag. 1 del 16/07/2022

Su una lapide ideale in memoria di Eugenio Scalfari scriverei così:

Ebbe il coraggio di appellare Giovanni Agnelli come “L'Avvocato di panna montata”. Era in corso la bagarre per il controllo delle Generali e Agnelli si era accordato con Mediobanca e Lazard per far fuori Cesare Merzagora, presidente delle più grande compagnia italiana, ex presidente del Senato e simbolo (legittimo) dell'ideologia liberale dalla quale Eugenio era partito. Fu un legittimo sussulto, al quale privatamente l'Avvocato rispose: “Ha parlato il giornalista più abile ma anche più vanesio d'Italia”. Class Editori rende omaggio al giornalista più abile e più vanesio d'Italia o se preferite a Barbapapà, come lo hanno soprannominato i suoi allievi.

* * *

Schiena diritta e piena consapevolezza di sé e del suo passato. Questo è Mario Draghi. E non è una novità. Ma anche il presidente Mattarella la schiena la ha più che diritta, al pari della totale consapevolezza del suo ruolo. Per questo si è assistito a due incontri al Quirinale nel giro di poche ore: il primo perché Draghi potesse mostrare che ha la schiena dritta e la consapevolezza piena del ruolo che ha svolto e delle condizioni necessarie per poterlo svolgere; il

secondo perché Mattarella potesse svolgere il suo ruolo di vero tutore del paese, respingendo le dimissioni.

Come finirà?

Lascio ai bookmaker della politica le quotazioni di una soluzione o dell'altra, ma un fatto è certo: perché la grave crisi in essere non diventi un disastro profondo, è necessario che il presidente Draghi conservi la schiena dritta ma per un attimo sia più flessibile, perché non si è mai dato che un governo che in parlamento ha sempre avuto la maggioranza dei voti cada in quanto il suo presidente ha fissato in anticipo quali devono essere i partecipanti alla maggioranza che lo sostiene. Tanto più che è rimasta con la maggioranza una larga parte del partito che si è defilato o meglio è scappato per paura di perdere irrimediabilmente il contatto con la parte del paese più emarginata e meno preparata. Non si può non pensare che la scissione dei 5Stelle guidata dal più che saggio ministro Luigi Di Maio (chi lo avrebbe mai detto, non più di due anni fa?) non sia stata preannunciata sia al presidente Mattarella che al presidente Draghi.

Il problema vero è chi, quale partito si aggiudicherà il consenso e poi il voto di quella parte del paese composta da chi soffre realmente, da chi vuole sentirsi emarginato, da chi non ha umanità verso gli immigrati, da chi si è abituato a vivere con il salario di cittadinanza. A tutti costoro si uniscono ora gli emarginati veri, a causa della crisi economica in atto. In totale, una percentuale elevata dei cittadini con diritto di voto, a cui guardano per un verso o per l'altro non solo i sopravvissuti dei 5Stelle guidati da Giuseppe Conte, ma anche una parte della Lega, preoccupata dalla crescita di Fratelli d'Italia, altro partito che pesca anche nella protesta oltre che nell'ideologia di destra.

In tutto ciò, si trova una spiegazione razionale delle frasi categoriche del Presidente Draghi quando ha affermato, schiena dritta, che l'unico governo Draghi era quello che comprendeva i 5Stelle.

Anche se Draghi ha un'esperienza di governo non lunga, è lunghissima la sua esperienza nelle stanze del potere e sa che un governo con fuori Conte e i suoi sopravvissuti, anche senza con questo perdere la maggioranza dei voti in parlamento, genera un'inevitabile azione di dissenso verso gli atti del governo e una richiesta di altri atti da parte della Lega salviniana, che vuole o deve pescare nel dissenso per non calare ulteriormente di seguaci.

È questa la ragione per cui in tutte le maniere il presidente Draghi ha comunicato che i 5Stelle partito, non gruppo residuo in parlamento, deve essere nella maggioranza: perché da fuori non abbiano il monopolio della protesta, il che inevitabilmente spingerebbe la Lega salviniana ad alzare il tiro.

La strategia del segretario leghista Matteo Salvini è stata quella di diventare governativo, sicuramente sotto la spinta del ministro Giancarlo Giorgetti e dei governatori del Nord-est d'Italia. Di fatto, Salvini ha ragionato (non c'era ancora la guerra) che Draghi sarebbe stato capace di portare il paese alle elezioni programmate in una buona se non in ottima congiuntura economica proprio perché la tecnocrazia del presidente del consiglio era ideale per l'attuazione e lo sfruttamento del Pnrr. E comunque di fronte al movimento generale, con la sola esclusione di FdI, il realizzare un governo di unità nazionale gli dava la chance di qualificarsi in maniera diversa dall'immagine iconoclastica di lui a torso nudo al Papeete. Per questo, specie all'inizio, è diventato un fan di Draghi difendendolo dai piccoli attacchi di FdI e dei 5Stelle gestione Conte.

La guerra e il cambio di congiuntura lo hanno portato ad alzare il tiro sulle richieste di sanatoria fiscale, di difesa delle pensioni, e di iniziative per le pmi. Tutti argomenti gestibili. Ma la guerra, l'esplosione dell'inflazione, il caro bolletta e via dicendo sono progressivamente diventati temi che Conte ha cercato di cavalcare. In sostanza di cavalcare il disagio, la protesta e in questo modo di recuperare voti.

Quello del disagio e della protesta, se non integralmente, è un bacino al quale Salvini non vuole rinunciare, come varie sue uscite hanno fatto capire a Draghi, il quale ha avuto ben chiaro che con i 5Stelle fuori dal governo, da una parte la scissione Di Maio avrebbe garantito i voti per la maggioranza, dall'altra avrebbe fatto salire la temperatura della Lega salviniana all'interno del governo.

Per questo il presidente del consiglio ha detto in maniera secca che ci poteva essere un solo governo Draghi, quello con tutti nella maggioranza ad eccezione di Fratelli d'Italia.

Non vi è dubbio che questa poteva essere la soluzione migliore, se anche Conte si fosse convinto che portare il paese alle elezioni programmate con una situazione economico sociale positiva sarebbe stato il miglior risultato anche per i 5Stelle. Ma poi sono entrati in campo temi di parte come quello del termovalorizzatore per Roma, che è indispensabile, ma il contrastarlo è stato il simbolo della giunta comunale 5Stelle e del sindaco Virginia Raggi. Con razionalità, il governo ha approvato il progetto del nuovo sindaco Pd, Roberto Gualtieri, e lo ha inserito nelle realizzazioni da compiere grazie anche al Pnrr. Apriti cielo: con la storica irrazionalità partitica, un progetto anche se importante ma locale è diventato un altro elemento

di propaganda antigovernativa dell'avvocato Conte.

Insomma, fra necessità di tentare un recupero disperato di elettori (le elezioni comunali hanno dimostrato che i seguaci dei 5Stelle in larghissima parte sono rimasti a casa), lo sventolio della bandiera del termovalorizzatore, la scissione di una parte importante di parlamentari, gli interventi di Beppe Grillo, l'ambizione di Conte di non dover tornare a fare il professore di diritto a Firenze, è esplosa l'indecente decisione di non votare il Decreto aiuti uscendo dall'aula, ben sapendo che comunque il provvedimento sarebbe stato approvato con il concorso dei grillini usciti dal partito al seguito di Di Maio.

Ciò che pesa per il paese è che anche nella riunione notturna di giovedì 15 Conte non è stato in grado di dire né un sì o un no netti rispetto all'atteggiamento da tenere verso Draghi, che proprio per la sua convinzione di avere nel governo i 5Stelle si era spinto a dire che nei nove punti elencati nel documento inviatogli da Conte c'erano molte tematiche condivisibili.

Morale. È andata in scena una delle peggiori rappresentazioni della politica strumentale di cui si abbia memoria nella Repubblica.

Solo la schiena dritta, la consapevolezza del suo ruolo come garante dell'intero paese da parte del presidente Mattarella e uno sforzo di flessibilità di Draghi si potrà evitare un governo balneare, pronubo di disastri per il paese.

A frenare Salvini dalla voglia di elezioni dovrebbe essere un dato fondamentale: se si votasse a settembre, all'interno del centrodestra diventerebbe dominante FdI. Anche per questo e non solo per una posizione più moderata e ragionevole, Silvio Berlusconi ha subito invocato che rimanga il governo Draghi. Poco conta se sarà un Draghi bis o un Draghi ancora nel pieno dei suoi poteri, pronti a riprendere il cammino accidentato dell'economia e della guerra.

Come talvolta succede, anche fra moglie e marito uno scontro duro può essere l'occasione per un rilancio, o meglio il recupero di slancio per arrivare al giugno dell'anno prossimo con più vigore e determinazione di quanto non ci fosse negli ultimi tre mesi di governo.

In democrazia occorre avere rispetto per tutti, per tutte le ideologie e per tutte le posizioni, ma certo le vicende dei 5Stelle sono il segno di un malessere endemico degli assetti politici italiani, anche se come insegnano le recenti vicende della Francia, questo malessere non è esclusivo dell'Italia.

Al di là della vita o meno del governo Draghi, questo del malessere e della scarsa funzionalità degli schemi di governo in vari paesi democratici deve far riflettere. Il segno più forte era venuto dai quattro anni di presidenza Trump negli Stati Uniti, che erano sempre stati l'emblema della piena democrazia. L'ipotesi che viene avvalorata che Donald Trump avesse spinto al tentativo di assalto al parlamento ha dato un drammatico segnale al resto del mondo, facendo apparire gli Stati Uniti alla stregua di quando in Russia ci fu l'assalto al parlamento da parte dei seguaci di Boris Eltsin, prodromo di una crisi che sfociò sei anni dopo con la nomina di Vladimir Putin, proveniente dal Kgb. Sorvolando per il momento sulle vicende di Boris Johnson in Inghilterra, prima patria della democrazia.

Ma anche la totale politicizzazione della Corte suprema degli Stati Uniti con la decisione sull'aborto, così come non era mai successo nella storia della massima istituzione americana, è un pessimo segnale che anche nel paese simbolo della democrazia la stessa democrazia è in sofferenza.

È quindi quanto mai necessario che gli uomini che incarnano la democrazia, l'efficienza e la serietà non escano sconfitti nel confronto con chi ha scarso o nessun senso di responsabilità del momento drammatico che tutto il mondo sta vivendo.

Pensiamo a quale preoccupazioni dovremmo avere noi italiani se il presidente Mattarella non avesse rinunciato all'affitto dell'appartamento che aveva già trovato a Roma. E anche il presidente Draghi deve guardare e seguire quell'esempio. Anche Scalfari glielo chiederebbe. E MF-Milano Finanza è sicuro che lo farà.

P.S. «Ci sono città che, pur non essendo sedi del potere politico, riescono a offuscare con la loro vitalità culturale ed economica le stesse capitali nazionali. Odessa è una di queste. Dalla sua fondazione, alla fine del Settecento, è stata un punto di fusione di etnie, fedi religiose, costumi e avanguardie politiche artistiche e culturali… ». Descrive così Odessa Ugo Poletti, personalità dinamica qui in Italia, ma diventato volto noto per le sue corrispondenze televisive dalla città obiettivo della guerra della Russia contro l'Ucraina. E nel libro «Nel cuore di Odessa» (Rizzoli) fa il racconto tragico e appassionante della resistenza alle porte dell'Europa. Da leggere per capire di più. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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