Se Samuel Beckett dovesse riscrivere Aspettando Godot, potrebbe sostituire il signor Godot, che non arriva mai, con la fine della guerra fra Russia e Ucraina. Chi sa quando mai quella guerra finirà, specialmente se si dovesse dare credito alle ultime dichiarazione di Vladimir Putin, secondo cui «non avete ancora visto niente, il bello deve ancora venire».
Oppure Godot potrebbe essere incarnato dal virus Covid: chissà quando mai andrà via.
Insomma, il mondo, già choccato dalla crisi climatica materializzatasi con il crollo del ghiacciaio della Marmolada, sta vivendo una sorta di interminabile attesa che qualcosa di positivo alla fine arrivi. E perché sia veramente qualcosa di positivo, occorre che riguardi la condizione economica di chi abita il mondo, cioè il ritorno alla crescita e alla ricerca del benessere. Ma le ultime notizie dal fronte economico, dal fronte dalla crescita di ricchezza per migliorare la vita di tutti i terrestri, sono ancora più negative di quanto non generino la guerra in atto e la ripresa prepotente dei contagi non appena i governi hanno dato il «liberi tutti» dalla mascherina e dal vaccino.
Per capire cosa sta accadendo occorre pensare a che cosa di positivo
è accaduto per il miglioramento della condizione degli esseri umani negli ultimi 50 anni, cioè da quando iniziò la diplomazia del ping pong con la visita a Pechino di Richard Nixon e Henry Kissinger e il consolidamento al potere in Cina del super pragmatico Deng Xiaoping. Il mondo occidentale aveva capito che con un'apertura verso la Cina si creava un mercato enorme per togliere dalla fame 1,3 miliardi di cinesi e così via via ha preso corpo la globalizzazione. La cui formalizzazione è avvenuta quando quasi contemporaneamente, nonostante Monica Lewinsky, il presidente Bill Clinton ha fatto due mosse straordinarie che infusero fiducia al mondo: andò ad abbracciare a Mosca Boris Eltsin che dopo aver superato la già promettente perestroika di Michail Gorbaciov aveva aperto al parlamento e quindi a una sorta di democrazia, decidendo di ritirarsi per lasciare il posto a Vladimir Putin e poi, con coraggio, il marito di Hillary aprì alla Cina le porte del Wto, l'organizzazione per la liberalizzazione, regolamentata, dei commerci internazionali. Allora ebbe inizio un'altra epoca del mondo.
Dopo Clinton c'è stato George W. Bush, che pur essendo repubblicano, non ha cambiato la linea di sviluppo della globalizzazione. Sì, nel vertice Nato di Bucarest del 2008 tentò di far entrare nell'alleanza atlantica l'Ucraina, ma Angela Merkel e Nicolas Sarkozy glielo impedirono. Gli otto anni di Barack Obama sono stati segnati dalla grande crisi esplosa con il crollo di Lehman Brothers, ma anche dal grande sviluppo tecnologico, anche in Cina. A rovinare il finale di presidenza del primo presidente Usa afroamericano, nel 2014, furono gli scontri fra Putin e l'Ucraina per la Crimea. Fu l'inizio dell'era delle sanzioni alla Russia e di conseguenza dell'avvicinamento fra Russia e Cina.
Da allora è cominciato, anche se lento, il declino della globalizzazione che aveva permesso ai Paesi poveri di essere un po' meno poveri producendo a prezzi convenienti per i paesi più ricchi che quindi beneficiavano di minore inflazione e soddisfacendo anche la domanda dei ceti meno abbienti dei loro paesi. Insomma, una formula quasi magica, di cui è stato emblema l'iPhone di Apple prodotto in Cina e usato sempre più dai cinesi.
L'avvento di Donald Trump è avvenuto, fra l'altro, all'insegna del comprate americano e impedisce, con l'imposizione di dazi crescenti, ai prodotti cinesi (ma in realtà di tutti i paesi poveri diventati produttori) di continuare a crescere.
Ora chi è nei guai è il successore di Trump, Joe Biden, che è fra l'incudine e il martello. Ma in realtà fra l'incudine e il martello è tutto il mondo occidentale e orientale. Con in più la guerra che, se vogliamo, ne è una conseguenza.
Per conto di Biden, per spiegare che cosa il presidente dovrebbe fare, ha parlato non molto tempo fa il segretario di stato Antony Blinken. La sintesi è in tre parole: investire, allineare, competere. In maniera meno sintetica vuol dire che gli Usa dovrebbero investire nelle proprie forze; allinearsi, cioè trovarsi in completa sintonia con gli alleati; e affrontare la Cina in tutti i settori e in tutte le aree dove il potere di Pechino è crescente. Trump aveva messo sui prodotti cinesi dazi fino al 20% partendo dal 3% che erano al suo arrivo.
L'inflazione è in aumento e quindi Biden vorrebbe ridurre la pressione sui prezzi. Una soluzione sarebbe ridurre le tariffe doganali sui prodotti cinesi, che di fatto sono una tassa sui consumatori americani. Anche esponenti dello staff di Biden considerano le tariffe doganali messe da Trump come una leva importante nelle mani della nuova amministrazione per il consenso dei consumatori. Infatti, i dazi di Trump all'inizio colpirono i prodotti della tecnologia come i semiconduttori, ma poi arrivarono su tutto, quindi, per esempio, anche sulle scarpe. La conclusione di Biden potrebbe essere di abbassare sui prodotti di consumo e alzare invece ancor più sui prodotti tecnologici.
Ovviamente la Cina, con il potere conquistato specialmente nella tecnologia, sicuramente reagirebbe a una tale manovra. Quindi l'amministrazione Biden sta esaminando anche la possibilità di usare lo strumento della sezione 301 del diritto commerciale americano, già usato da Trump per bloccare i trasferimenti forzati di tecnologia dalla Cina.
Ovviamente, un provvedimento del genere deve essere compatibile con le regole del Wto, ma la domanda maggiore che si sente fra i commentatori americani è la seguente: è pronta l'amministrazione Biden a imporre sanzioni significative alla Cina? Ai vertici dei maggiori media americani si rileva che in realtà Biden è esitante quanto mai a uno scontro aperto con la Cina, come quello che condusse Trump. Più parole che fatti, ma proprio questa situazione di incertezza rende sempre meno efficace la politica di Biden perché da una parte le anticipazioni irritano la Cina, dall'altra non fanno assumere una linea precisa al tema fondamentale: ancora globalizzazione o solo multilateralismo, con l'aggravante che con la guerra in corso ad approfittare di un'irritazione della Cina sarebbe la Russia.
Trump aveva anche scelto di boicottare specifiche aziende cinesi; per esempio Huawei.
Lo strumento era la lista dei prodotti e servizi per l'importazione dei quali occorreva l'autorizzazione dello stato. Tentò anche con TikTok, perché questo sito cinese di grandissimo successo eliminasse le sue attività americane. Impossibile.
Allora Biden nel maggio scorso ha lanciato l'Indo-Pacific Economic framework (in sigla Ipef), che ha unito i Paesi che rappresentano il 40% del pil internazionale e cioè India, Giappone, Vietnam, dove ora andrà a produrre Apple. Quindi ha escluso la Cina, la quale inevitabilmente reagirà. Peggio ancora la dichiarazione che Biden ha fatto a conclusione del G7, il 28 di giugno: si è impegnato, è stato lo statement, a ridurre le dipendenze strategiche dalla Cina.
Molti commentatori americani e inglesi dubitano che queste parole si traducano in fatti, poiché gli Usa hanno bisogno di molti prodotti e servizi dalla Cina. E anche parecchi diplomatici asiatici, in base a quanto riporta il maggior settimanale globale inglese, sono scettici sull'iniziativa Ipef. La cosa più concreta è quella che fra i Paesi membri di Ipef si arrivi a procedure di sdoganamento agevolate più veloci.
Addirittura, in Usa molti gruppi stanno spingendo perché il Paese rientri a far parte della Trans Pacific Partnership, cioè dall'accordo commerciale dell'area che Trump aveva boicottato uscendo. A dolersene fu soprattutto il Giappone.
Sempre a Washington si rileva che Biden è anche su questo fronte incerto, incamerando essenzialmente due fattori negativi: da una parte l'irritazione della Cina e dall'altra la mancanza di risultati concreti.
Quindi a Biden non rimane, della triade di idee espresse dal suo segretario di stato Blinken, che investire in patria. La carta è il pacchetto sociale e climatico denominato Build Back Better, che tuttavia non è ancora arrivato al Congresso. Ma nel frattempo Camera e Senato sono andate in due direzioni alternative, ma tutte e due con uno stanziamento di 52 miliardi di dollari per produrre semiconduttori.
E per frenare gli investimenti americani all'estero e in particolare nel sistema Cina, Biden potrebbe tentare di imporre che, per la prima volta, le aziende Usa dichiarino i loro investimenti all'estero prima di farli, con la possibilità che la Casa Bianca possa bloccarli. Una vera rivoluzione rispetto alla libertà d'impresa simbolo degli Usa.
L'unico fatto che può dare una mano a Biden per scoraggiare investimenti Usa in Cina sono le scelte fatte dal Paese presieduto da Xi Jinping, della ricerca dello zero Covid con chiusure di città come Shanghai per mesi. Ma a ben guardare, in Cina stava già succedendo quello che si vede ora in Europa, con una ripresa spettacolare dei contagi.
Da Washington i più oggettivi fanno presente che se anche Biden riuscisse a limitare lo sviluppo della Cina, ciò andrebbe a discapito dei prezzi e quindi dei consumatori e quindi di una minore crescita economica. Biden si è impegnato molto per migliorare i rapporti con gli alleati, ma nell'ambito dell'economia e dello sviluppo sembra la brutta copia di Trump, concludono sempre i meno incantati a Washington.
La realtà è che, Aspettando Godot e rendendo sempre meno vera la globalizzazione, a pagarne le conseguenze sarà tutto il mondo.
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Ritornando nel nostro carruggio, come dicono a Genova, la relazione all'assemblea dell'Abi di giovedì 8 del presidente Antonio Patuelli è stata all'insegna, oltre che della consueta lucidità, della concretezza per il problema che questo giornale non intende abbandonare, e cioè l'impegno per valorizzare il risparmio italiano. Ha scritto e letto il presidente Patuelli: «Per attrarre risparmio verso gli investimenti italiani occorre proseguire nelle riforme fiscali. Il potenziamento dei piani (Pir) va in questa direzione, ma questa riforma non è sufficiente per attrarre l'ingente liquidità parcheggiata. Occorre ridurre la pressione fiscale sugli investimenti stabili e non speculativi, per innescare un più robusto circuito virtuoso per favorire la trasformazione di liquidità in investimenti produttivi, che sono oggi gravati da doppia imposizione: sugli utili delle imprese e sui dividendi. Importante, ma anche ciò non basta, sarà l'entrata in vigore della proposta della Commissione europea per gli incentivi fiscali per gli aumenti del patrimonio netto delle imprese. Necessita razionalizzare e semplificare le normative fiscali, evitando i continui mutamenti e garantendo anche una prospettica certezza del diritto. Mai va dimenticato che il Mezzogiorno è una grande area di potenzialità di sviluppo sostenibile, con effetti positivi per l'Italia e tutta l'Unione europea…».
All'assemblea Abi le conclusioni sono state del ministro dell'economia Daniele Franco. Speriamo che riporti al presidente Mario Draghi questo ennesimo appello perché l'enorme risparmio italiano venga mobilitato per l'Italia e non vada investito per il 75% all'estero. Ci manca il gas, scarseggia la benzina, ma il risparmio è il più formidabile carburante per lo sviluppo. Se un ex-governatore della Banca d'Italia e un ex-direttore generale come Draghi e Franco non riescono ad affrontare il problema, chi mai lo potrà affrontare e risolvere? (riproduzione riservata)
Paolo Panerai