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Milano Finanza - Numero 129 pag. 1 del 02/07/2022

Ci sono due imprenditori italiani, anche se di peso diverso ma ugualmente di grande successo economico, accomunati da una storia familiare molto complessa. Mi riferisco al grande, grandissimo, Leonardo Del Vecchio, e al grande Bernardo Caprotti. Tutti e due hanno realizzato il massimo nel loro settore: la più prestigiosa catena italiana di supermercati Caprotti, la più grande azienda al mondo nel campo degli occhiali Del Vecchio. Tutti e due avevano un il primogenito maschio e figlie femmine. Nessuno dei due ha passato la mano in azienda al primogenito. Tutti e due si sono sposati più volte: Caprotti due, Del Vecchio tre, anche se la terza volta con la seconda moglie. Del Vecchio ha avuto figli (due) anche fuori dai tre matrimoni; Caprotti ha avuto due figli dal primo e una figlia di grande valore dal secondo; e infatti Marina è diventata presidente e amministratore delegato di Esselunga.

Del Vecchio invece ha scelto all'esterno a chi passare la mano: a Francesco Milleri, ex-consulente informatico, presentatogli dalla moglie sposata due volte, Nicoletta Zampillo, che insieme al figlio Leonardo Maria (detto Leonardino), possiede il 37,5% di Delfin, la holding di famiglia al vertice dell'impero.

Caprotti aveva provato al far salire al vertice il figlio di primo letto Giuseppe. Ma un giorno gli fece trovare fuori dalla sede una Mercedes con autista; aveva scoperto (anche se la versione è smentita dall'interessato) che il figlio aveva costituito un sistema particolare per gli approvvigionamenti insieme ad alcuni manager. Ne nacque una lunga controversia, conclusasi dopo la morte del genio della grande distribuzione con l'acquisto delle quote di minoranza di Giuseppe e della sorella da parte della seconda moglie e della figlia Marina. E Marina sta più che onorando il padre insieme al marito Francesco Moncada, un perfetto vicepresidente, nello stile del Principe Filippo.

La storia della successione di Del Vecchio, nonostante la designazione a presidente di Milleri, probabilmente anche in Delfin, non è affatto conclusa. Del Vecchio ha curato in maniera spasmodica anche lo statuto di Delfin, ma nonostante la regola dell'88% di adesioni che deve ottenere ogni importante decisione di governance (che implica, vista la distribuzione delle quote stesse, la necessità dell'unanimità dei consensi), teoricamente ci potrebbe essere anche un'alleanza d'opposizione fra i tre figli di primo letto (Claudio, che aveva gestito in autonomia Brooks Brothers e le due sorelle) con i due figli avuti da Del Vecchio dalla ex-investor relator, Sabina Grossi. Per il bene dell'azienda e della famiglia c'è da sperare che tutti e sei i figli più la due volte moglie trovino sempre un accordo. Vale per tutte le aziende familiari, ma in particolare per un gruppo straordinario come quello creato da Del Vecchio.

Penso che lui, l'ex-Martinitt, non abbia avuto imbarazzo a sposarsi tre volte e avere sei figli da tre donne diverse. Penso anzi che una famiglia così ampia e complessa la sentisse adeguata al risultato del suo genio e della sua straordinaria capacità di non mollare mai prima di aver raggiunto l'obbiettivo. Ma di Del Vecchio ne nascono sempre meno in Italia. E invece il problema dell'imprenditoria italiana sta proprio nella caratteristica di essere per lo più a connotati familiari. Familiari e per di più aziende di piccole e medie dimensioni. Da una parte un dna imprenditoriale straordinario, dall'altra, non di rado, una diaspora distruttiva al momento del passaggio generazionale.

C'è da augurarsi, quindi, che le storie di Del Vecchio e Caprotti spingano le migliori università economiche italiane a studiarle anche dal lato della regolamentazione familiare, per prevedere corsi speciali dedicati ai figli di grandi imprenditori anche se di aziende piccole o medie.

Questa è la struttura produttiva dell'economia italiana ed occorre valorizzarla. Specialmente in questi ultimi giorni in cui si continua a parlare della necessità di una forte educazione finanziaria per i cittadini, non si può dimenticare che si deve creare altrettanta educazione per la gestione di aziende familiari, per un passaggio generazionale ordinato e positivo in esse e per poter essere indirizzate verso l'oggettivazione del mercato borsistico, in modo da mettere a frutto il grande risparmio italiano. Per tutto ciò serve un intervento del governo che, avendo alla guida un uomo dell'esperienza di Mario Draghi, non può non mettere a punto e varare nei 12 mesi di vita che ha davanti, un sistema agevolato sia per chi quota le aziende che per chi ne compra le azioni. Qui, celiando Giuseppe Garibaldi, o si fa una sistema capitalistico-borsistico che trattenga in Italia l'enorme risparmio degli italiani o si muore, si muore come paese moderno e forte finanziariamente. Gli anni difficili che abbiamo davanti lo impongono.

* * *

Nel frattempo, a parte la guerra, il mondo è in profonda rivoluzione sia a occidente che oriente. Negli Usa la sentenza della Corte suprema a maggioranza repubblicana sta provocando duri scontri negli stati che hanno già una legge che permette l'aborto e che ora dovrebbero cambiarla e quelli dove l'aborto non era consentito e che ora cantano vittoria. Anche il piccolo risultato del presidente Joe Biden sulle armi non cambia il trend che conferma un paese dove è la Costituzione a consentire il possesso e l'uso delle armi. In Asia, oltre ai blocchi di città in Cina per sconfiggere il Covid, è in atto un significativo movimento su quale sarà d'ora in poi la piazza finanziaria prevalente fra Hong Kong, Shanghai e Singapore. Finora Hong Kong è stata la terza piazza finanziaria del mondo dopo New York e Londra, seguita da Shanghai e Singapore. Ma il primato di HK, ritornato territorio cinese da un quarto di secolo, ora è messo in discussione non dalla pandemia che pure ha colpito, ma dall'introduzione di una legge sulla sicurezza nazionale introdotta dalla Cina, e ora la magistratura indipendente che era apprezzata dagli investitori stranieri, risulta un po' indebolita dall'intervento politico di Pechino.

Per questo sta enormemente crescendo Singapore, la città-stato che con un diritto comune, leggi favorevoli alle imprese e tasse contenute toglie terreno operativo a HK. Il successo di Singapore presso le aziende è crescente in virtù di regole volutamente favorevoli alle imprese occidentali, riscuotendo così il consenso degli investitori. Ma tutto il sud-est asiatico è diventato ideale per le aziende occidentali. E la stessa Cina o meglio molti cinesi si appoggiano sempre più a Singapore, che è inevitabilmente la base ideale per tutta l'Asia. Se ne sono convinti anche Sony Music, che pur facendo parte della casa giapponese è una società americana, ma anche Dyson, produttore inglese di elettrodomestici, o VinFast, che avendo la base e la nazionalità vietnamita ha trovato comunque conveniente basare il centro operativo e finanziario a Singapore. E come detto anche le aziende cinesi sono a Singapore, a cominciare dalle tecnologiche per eccellenza, come Alibaba, Tencent e il mostro crescente TikTok.

Da Singapore gestiscono le operazioni globali, evidentemente con il consenso del governo cinese.

Per confermare che fra la Cina e Singapore c'è la volontà di mantenere rapporti cordialissimi, il primo ministrodella città-stato, Lee Hsien Loong, ha dichiarato pubblicamente il benvenuto alle società cinesi ma precisando che sarebbe ugualmente lieto che continuassero a operare anche da HK. Qualcuno ha dubbi che quanto sta avvenendo sia perfettamente consono ai disegni della Cina di normalizzare HK e di avere una base free a Singapore?

Ma HK sta cambiando anche perché la Cina ha consentito ai colossi della gestione patrimoniale come BlackRock e la francese Amundi di avere sede direttamente in Cina e precisamente a Shanghai, per far sì che la capitale degli affari della Cina diventi anche la capitale delle attività finanziarie interne al paese e con possibilità di operare in tutta l'Asia.

Quindi, una ridistribuzione strategica molto importante ma che al momento lascia a HK il primato del mercato dei capitali e delle banche di investimento.

Questa trasformazione risponde a una precisa strategia della Cina di poter avere più opzioni a seconda di come si evolverà la situazione mondiale.

Non c'è infatti ancora una linea chiara e netta da parte degli Stati Uniti verso la stessa Cina. Da una parte il presidente Joe Biden annuncia modifiche dei dazi doganali per far riprendere i flussi fra i due paesi dopo le decisioni del predecessore Donald Trump di imporre ai prodotti cinesi dazi enormi sì da renderli non importabili negli Stati Uniti. Quindi, un gesto distensivo da Parte di Biden, immediatamente o quasi contraddetto dalla decisione di mercoledì 29 di sanzionare cinque società cinesi per gli aiuti che avrebbero dati a Mosca.

Non ci vuole molto a capire che gli Usa sono in una qualche forma di confusione nelle strategie internazionali, oscillando fra le ipotesi di guerra per Taiwan, la ripresa dei commerci grazie alle modifiche sui dazi e dall'altra parte la durezza delle sanzioni a chi ha operato con la Russia. Come se si volesse che la Cina stessa, attraverso il presidente Xi Jinping, facesse dichiarazioni esplicite e ripetute di condanna della Russia. Dimenticandosi che i rapporti fra Russia e Cina hanno avuto un forte sviluppo, come sanno i miei tre lettori, nel momento in cui Barack Obama mise le prime sanzioni contro Putin nel 2014 per la conquista di zone dell'Ucraina da parte della Russia.

Insomma, va bene che fra la possibile incriminazione di Trump come istigatore dell'assalto a Capitol Hill, tuttavia sconsigliata dal ministro della giustizia americano, e dall'altra parte la decisione della Corte Suprema sull'Aborto e il modesto successo sulle armi, Biden si trovi in mezzo a una vera e propria bufera. Ma sarebbe indispensabile per il mondo intero che la strategia Usa verso la Cina venisse definita una volta per tutte e comunicata urbi et orbi. Il mondo ne ha un bisogno estremo per scongiurare le legittime paure che la situazione sfugga di mano e si arrivi a davvero a una guerra generale. Invece, anche a conclusione della riunione della Nato non ha rinunciato prima alla sparata verso Putin: «Non vincerai mai», ma prima ancora aveva invitato alla riunione di quella che si chiama ancora Alleanza Atlantica il Giappone, la Corea del Sud, l'Australia e India. Come a dire che l'Alleanza diventa Atlantico-pacifica. E tutto in modo da circondare la Cina. Per alcuni commentatori è finalmente un sussulto positivo di Biden. Per molti altri è un'azione che certo non favorirà il ritorno a relazioni come quelle instaurate dalla diplomazia del ping pong ideata da Henry Kissinger, nessuno illudendosi che il potere raggiunto dalla Cina non sia già alternativo a quello degli Usa, ma che almeno una corretta relazione fra i due giganti mondiali sarebbe indispensabile per il mondo intero. Per i paesi in cui si spera di non perdere il benessere e per quelli dove regna la fame. Ma la saggezza sembra non essere più di questo mondo.

* * *

Per trovare saggezza e misura occorre guardare a microaree del mondo dove i valori migliori sono consolidati da secoli. È il caso della Valtellina e di Sondrio con le sue montagne, la sua gente semplice e una banca, la Popolare di Sondrio, che pur avendo subito la violenza di dover lasciare lo status di cooperativa che aveva da quando fu fondata 150 anni fa, continua a ragionare con quello stesso animo di solidarietà ed efficienza seguito dalla nascita. La riprova è venuta a metà settimana con la presentazione del piano di sviluppo 2022-25. Un piano coraggioso ma assolutamente trasparente. Coraggioso perché promette la distribuzione di 500 milioni di dividendi in un contesto di incertezze economiche e politiche, ma trasparente perché spiega nel dettaglio come: cioè continuando a seguire i concetti di prudenza e solidarietà tipici di una cooperativa, ma anche con a disposizione tutti gli strumenti tecnologici e di strategia che una banca moderna deve avere in un epoca di forte innovazione digitale. L'amministratore delegato Mario Pedranzini li ha spiegati sia nella conferenza in borsa che nella bella intervista a Class Cnbc, che può essere rivista a questo link del videocenter del Canale e sul sito di Milano Finanza: https://tinyurl.com/3f45n7dz . (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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