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Milano Finanza - Numero 099 pag. 1 del 21/05/2022

Non passa giorno che il Metaverso della guerra abbia un mutamento. Giovedì sera, a Piazzapulita, la trasmissione de La7 condotta con successo da Corrado Formigli, si è assistito al lato feroce, non dei combattimenti, ma della ideologia atlantica, impersonificata dalla giornalista inglese di The Atlantic, Anne Applebaum, premio Pulitzer 2004 per il saggio sui Gulag sovietici. Ascoltando le sue parole si potrebbe credere che in Russia ci siano ancora i Gulag: «È vero, l'Ucraina condivide una parte della storia con la Russia, ma poi ha scelto la democrazia. Vladimir Putin vede questo come una minaccia, per questo vuole distruggerla. L'unico modo per ricacciarlo via è sconfiggerlo…». Quindi, guerra a oltranza.

E ancora: «È arrivata l'ora che la Nato cominci a guardare più da vicino dove sono di stanza i suoi soldati, dove vengono fatte le esercitazioni. Non penso che la Nato possa rimanere un'alleanza difensiva passiva, ma dovrà essere un'alleanza che prende molto più seriamente la minaccia di una guerra. Adesso sappiamo che c'è una vera minaccia militare per l'Europa, non solo per l'Ucraina ma per l'Europa orientale, forse anche per la Germania e altri stati della Nato. Putin continua a lanciare minacce di usare le armi nucleari per attaccare i paesi, come la

Gran Bretagna e l'Irlanda, che non è neanche un paese della Nato. Quindi la Nato è sicuramente un'alleanza difensiva, ma deve prendere più seriamente l'idea sul concetto della guerra e credo che sarà quanto succederà nei prossimi mesi e anni».

Allegria. Non bastava Boris Johnson, ma anche una delle più accreditate giornaliste inglesi, di un giornale, The Atlantic, che fa più opinione, non crede assolutamente alla possibilità di una pace a più o breve termine. Crede che l'unica via sia di sconfiggere Putin.

E aggiunge: «Nessuno poteva pensare che gli ucraini sarebbero riusciti a espellere e ricacciare i russi da Kiev e da Kharkiv. Ma la guerra è tutt'altro che finita. Putin vuole sfinire gli ucraini e la Nato. Non gli interessa dei suoi soldati che muoiono per questo disegno imperialista. Vuol dire che sarà un conflitto lungo. Dobbiamo prepararci a una Russia diversa da quella con cui pensavamo di avere a che fare negli ultimi 30 anni» (quando Putin veniva invitato come osservatore ai vertici Nato, aggiungo io).

Ma per comprendere come la giornalista di The Atlantic forse sbaglia l'analisi, e naturalmente questo è l'augurio per tutti, basta leggere a pag. 9 l'intervista di Gabriele Capolino a un'altra giornalista, questa volta russa ma che è scappata dalla Russia: i dati che fornisce sull'economia del paese sono quelli di una Russia vicina al collasso, anche se il consenso alla guerra è al 75%, nonostante un significativo calo. C'è forse quindi un modo diverso di pensare a come uscire dalla guerra in atto. Nel corso dell'intervista la signora Anne sostiene che naturalmente non ha niente in contrario che Emmanuel Macron o il presidente del consiglio Mario Draghi vadano a parlare con Putin, che cerchino di convincerlo al cessate il fuoco, ma dal suo punto di vista «l'obiettivo finale di Putin non è cambiato». Vuole la distruzione dell'Ucraina e con essa della democrazia in contrapposizione alla cleptocrazia e al potere autocratico.

Quindi, se avesse ragione Anne Applebaum, dovremmo prepararci anche in Italia a un'economia di guerra; il problema non sarebbero più solo i morti della guerra, il costo delle armi da inviare all'Ucraina, il rischio di rimanere senza gas o senza capitali per il prezzo a cui arriverebbe il costo dell'energia, e una caduta drammatica del pil. Tutti più poveri per Putin. Ma prima che ciò accada, per fortuna, appare esserci ancora uno spazio diplomatico. E per una volta viva l'Italia che, messaggero il ministro degli esteri, Luigi Di Maio, ha portato all'Onu in piano serio in quattro punti non solo per fermare Putin con la ragione, ma anche per intervenire sul fronte della ricostruzione e della fame dei popoli dell'Africa del Nord, privi dei rifornimenti di grano essenziale dalla Ucraina e dalla Russia stessa. Insomma, si potrebbe tentare di costruire almeno un Metaverso meno drammatico. Con tutto il rispetto per Anne Applebaum, come italiani ed europei abbiamo il diritto di sperare ancora che oltre a prevalere la ragione, la stessa sia tradotta in accordi e trattati, questa volta da rispettare, senza pretendere, come predicano Gran Bretagna e Stati Uniti, che la convivenza fra paesi con storie, regimi, valori diversi possano convivere.

Ma purtroppo per l'Italia non c'è solo la guerra in Ucraina. C'è la guerra infinita italiana contro le mafie, che ha ricevuto un sussulto in occasione del ventennale della strage di Capaci con la morte di Giovanni Falcone, della moglie Francesca e della scorta.

Su Rai1, a Porta a Porta, sempre giovedì, c'è stato un intervento molto forte e chiaro di Claudio Martelli, ministro della giustizia di allora.

Il tema era diventato, nel ricordo, il fatto che la mafia, secondo il fratello di Francesca Falcone, stia risalendo appoggiandosi a politici che, pur avendo espiato per reati mafiosi, ora stanno tornando al potere.

Si sono fatti anche dei nomi, Marcello Dell'Utri e Salvatore Cuffaro, che il moderatore Bruno Vespa ha protetto precisando che non era lecito legare oggi alla Mafia. È intervenuto con intelligenza Claudio Martelli: «Io credo che ci sia un equivoco in questa osservazione, in questa analisi. Quando per esempio si osserva che i delitti attribuiti alla mafia a Palermo sono calati, fino a quasi niente. I delitti e le responsabilità conseguenti. Ci sono due interpretazioni. Che Cosa Nostra è stata sconfitta. E l'altra interpretazione è che Cosa Nostra si è inabissata, come si dice, si è nascosta. Cosa nostra non si è sciolta. No, questo no, però quello che abbiamo fatto con Falcone e Vincenzo Scotti è stato sbaragliare la Cosa nostra corleonese. Quella militare. L'abbiamo disarticolata. Sono stati arrestati mille latitanti. Inflitti centinaia di ergastoli…».

Ma Falcone aveva capito molto di più: «Giovanni aveva anticipato, aveva segnalato il nuovo trend mafioso. Il suo vero timore, una impressionante anticipazione, è che mentre si combattevano i corleonesi, la mafia stesse intanto cambiando pelle, diventando qualcos'altro. E usa questa espressione: la mafia universale, cioè quella che mescola varie mafie, che hanno in comune tutte una base etnica, che si tratti di quelle della Paraguay e della Colombia, di quelle di New York, del New Jersey, di quella siciliana e di quella calabrese. Hanno tutte una base etnica. Poi li affari li fanno su scala planetaria e li fanno con strumenti modernissimi». E, racconta Martelli, «Falcone temeva che si sarebbe stabilito prima o poi un nuovo gap tra la modernizzazione della mafie e l'arretratezza dello stato». Questa era la sua preoccupazione. «Ho parlato con i dirigenti della Dna e della Dia, i quali condividono questa preoccupazione, in particolare quella della cybermafie. Il vero pericolo è che si saldi la cybercriminalità specifica del mondo informatico contemporaneo, quella che ruba i nostri dati e ne fa commercio con le mafie. Questa fusione di interessi dà vita a quella che Falcone immaginava fosse una mafia universale. Di questo bisognerebbe parlare, perché francamente fare dell'archeologia giudiziaria su Dell'Utri e Cuffaro mi sembra buttare tempo al vento, oltre che non giusto».

In Sicilia è iniziata la stagione delle elezioni, cominciando da quella del sindaco di Palermo del 12 giugno. Poi ci saranno le elezioni per il presidente della Regione. Per migliorare l'Italia occorre ridare un futuro alla Sicilia. Una regione fondamentale nel bene e nel male. Il ministro Enrico Giovannini, responsabile delle infrastrutture e dei trasporti, ha ben chiara questa realtà. E per questo non demorde sulla necessità del ponte sullo stretto di Messina per riconnettere la Sicilia all'Italia e l'Italia alla Sicilia. Non basterà. Il resto della cura deve essere lo stesso che la famiglia Planeta ha seguito a Menfi, un'isola dove l'aver garantito con la Cantina sociale Settesoli un reddito decente, di 20-30 mila euro all'anno, a coloro che dalla fine del latifondo sono diventati proprietari di 5-10 ettari di terreno e hanno un guadagno assicurato dalle viti che coltivano o dai carciofi che fanno crescere nei terreni non vitati. Dove le persone hanno da vivere decentemente la mafia non attecchisce. È così a Menfi. Non è così sull'altra sponda del Belice, a meno di 10 chilometri, a Castelvetrano, la patria di Matteo Messina Denaro.

Se si estirpa la mafia in Sicilia, anche quella che si è radicata come l'edera in larga parte d'Italia rimarrà senza linfa e seccherà.

* * *

P.S. E proprio a questa regione Milano Finanza dedicherà un'edizione speciale di Motore Italia-Le Pmi che fanno muovere il Paese il prossimo 20 giugno. Sarà un'occasione per testimoniare delle eccellenze dell'imprenditoria siciliana. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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