Che sta succedendo a Draghi? Perché mai ha, per così dire, perso la pazienza contro i 5Stelle in un consesso così alto e non nazionale come la riunione plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo? «Il nostro governo fa del clima e della transizione i suoi pilastri più importanti, ma non siamo d'accordo su tutto, sul bonus del 110% non siamo d'accordo», ha detto secco e in estrema sintesi nella replica alla plenaria del Parlamento europeo martedì 3 maggio.
Una reazione così netta e in un contesto non certo proprio non è da lui, il banchiere dai nervi saldissimi, spesso pungentissimo ma sempre con parole felpate.
È vero che la sera prima i 5Stelle lo avevano infastidito non poco anche sul tema del termovalorizzatore di Roma deciso dal sindaco pd Roberto Gualtieri e condiviso dalla presidenza del consiglio. Ma perché ha proprio spinto l'affondo sul Superbonus, che è nato da una iniziativa dei 5Stelle con a Palazzo Chigi Giuseppe Conte e il sottosegretario Riccardo Fraccaro, che ne ha fatto una sorta di bandiera per il partito?
È vero che il Superbonus è diventato appunto la bandiera dei 5Stelle e che l'ex-presidente Conte non perde occasione per chiedere, al pari di
Matteo Salvini, che Draghi riferisca in parlamento sulle scelte dell'Italia nella fornitura di armi all'Ucraina. La vicenda delle armi è politica e in parte strumentale e quindi si può capire che Draghi sia, per così dire scocciato, ma il Superbonus è uno strumento economico che ha contribuito non poco alla crescita del pil prima che scoppiasse la guerra. Per di più, proprio pochi giorni prima di prendere cappello, Draghi ha di fatto acconsentito, per razionalità, che il termine per il completamento almeno del 30% dei lavori per le cosidette villette sia spostato dal 30 giugno al 30 settembre. Di fatto quindi una riconferma da parte del governo, anche se decisa dal parlamento. Se Draghi riteneva il Superbonus dannoso come ha affermato («Il costo degli investimenti necessari per le ristrutturazioni sono più che triplicati, perché il 110% di per sé toglie incentivo alla trattativa sul prezzo»), allora doveva essere chiaro anche sulle villette e dire no.
In realtà il rincaro, addirittura la triplicazione secondo Draghi, è avvenuta soprattutto dopo l'inizio della guerra e per il rincaro dei materiali per le ristrutturazioni, dall'acciaio all'energia e via dicendo e per l'avere tentato di ridurre i tempi di applicazione e quindi consentito alle imprese di sfruttare la domanda crescente in un arco di tempo limitato. Non è da un economista del suo valore sparare su una leva che perfino l'Europa ha valutato positivamente proprio nella chiave dell'ammodernamento degli edifici. Draghi sa benissimo che l'edilizia (il presidente dell'Ance, Gabriele Buia non cessa di ripeterlo), mette in moto, ha messo in moto, altre cinque o sei settori che sono coinvolti nei lavori, dalla chimica ai trasporti al cemento alle fornaci alle aziende che producono infissi e materiali siderurgici.
Piuttosto, se Draghi voleva dare una lezione, invece dei rincari avrebbe dovuto ricordare che, come è successo per altre attività in particolare durante il governo Conte, i regolamenti per usufruire del Superbonus, il sistema dei controlli, la preparazione degli organi di controllo hanno fatto acqua, qualificando la scarsa capacità del sistema burocratico e burocratico-politico italiano a mettere in atto regole e sistemi di controllo capaci di evitare le truffe da parte della delinquenza nazionale. Un test molto importante anche per far suonare l'allarme per il Pnrr, dei cui lavori il presidente Draghi va orgoglioso.
Dopo la scoperta delle truffe per il Superbonus, l'Agenzia delle entrate e il ministro dell'economia Daniele Franco hanno preso provvedimenti adeguati e al momento non si segnalano altre truffe, grazie anche agli impegni assunti dalle banche massimamente coinvolte nel processo di cessione dei crediti di imposta che la struttura del Superbonus 110% genera.
E poi: per Draghi e il ministro Franco il 110% è una percentuale troppo alta? Probabile. Ma allora si sarebbe potuto intervenire per ridurla, portandolo al 100 o al 90%, ma sparare così su un provvedimento che il parlamento ha riconfermato più volte è davvero destabilizzante per tutto il sistema economico coinvolto, a cominciare dall'industria edile e di tutti coloro, professionisti e banche, che si stanno impegnando in maniera onesta.
Insomma, occorrerà che Draghi ritorni sull'argomento con un altro spirito e un altro tono e soprattutto che fughi ogni dubbio sul fatto che non ci siano in pentola provvedimenti per abolire la norma prima della naturale scadenza prevista nella legge, peraltro modificata ripetutamente come mostra la lucida analisi di Francesco Calciano, pubblicata sul sito MilanoFinanza.it.
Non è un bell'esempio che il parlamento legiferi e che il governo critichi i provvedimenti di legge. È un brutto esempio soprattutto per il governo stesso, che potrebbe apparire in balia del parlamento, mentre è il governo che deve governare l'economia e tutti gli altri settori del paese.
Presidente Draghi, tutti possono sbagliare e sbagliano. Possono sbagliare anche le persone intelligenti e di grandissimo livello come Lei. Per questo, sarebbe bene che Lei ritornasse sul tema spiegando e rassicurando. Ci mancherebbe che l'incipiente recessione fosse aggravata dall'andata in fumo anche di progetti e opere già in stato di importante avanzamento.
Al contrario, il presidente del Consiglio ha perfettamente motivo e ragione per rispondere politicamente alle tesi dell'ex-presidente Conte, che alla ricerca della ricostituzione di ciò che resta dei 5Stelle, forza il confronto. Ma quando una legge è stata approvata, riapprovata, riaggiustata dal parlamento, il governo, che non a caso si chiama anche esecutivo, deve eseguire fino a che la legge è in vigore. Al di là della polemica consumata a Strasburgo, sono personalmente convinto che Draghi non esiterà un attimo a fare tutto ciò che può essere utile perché il Superbonus produca i migliori effetti positivi per l'economia e i cittadini in generale.
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Del resto, non sono tempi sereni neppure per chi come Emmanuel Macron, presidente recentemente riconfermato, somma poteri ben maggiori di quelli di un capo di governo italiano, grazie alla riforma presidenziale inaugurata dal generale Charles De Gaulle. Macron ha vinto ma dal voto è uscita una opposizione che ha saldato l'estrema destra di Marine Le Pen con l'estrema sinistra.
Il pensiero politico di Macron si basa sul concetto di «emancipazione», cioè sulla possibilità di offrire a tutti opportunità per equità e migliore qualità della
vita, con in più una sorta di rete di sicurezza per coloro che non riescono a migliorare il loro status. Macron ha fatto fare al paese investimenti per migliorare la qualità di nutrizione nelle zone più povere, e ha aumentato in maniera netta gli investimenti per attuare programmi educativi e di apprendistato, sempre più necessari in una società sempre più tecnologica. Quale paese non gradirebbe programmi di tale natura? Ma i francesi che non hanno votato Macron pensano che per realizzare questi programmi ci vorrà molto tempo e che nel frattempo molti cittadini restino indietro.
E proprio per dare voce anche a coloro che restano indietro, Macron ha ipotizzato un'assemblea dei cittadini, per esempio per discutere della morte assistita, come è avvenuto in Irlanda per la legge sull'aborto. E del resto Macron l'ha già sperimentata per aiutare il cambiamento climatico, in palese antagonismo con i gilet gialli.
Macron ha programmato una maggiore sperimentazione nella scuola, ben consapevole che la rivoluzione tecnologica richiede sempre di più diplomati pronti a operare appunto nella tecnologia.
Il presidente francese ha aperto anche il fronte pensionistico. Vuole portare l'età minima a 64 o 65 anni e contemporaneamente chiedere agli insegnanti a lavorare di più, impegnarsi di più, ma per una paga migliore. Ciò in un contesto in cui, secondo Michel Richard, ex-primo ministro socialista ma anche al tempo consigliere saggio del giovane Macron, la Francia ha subito un declino in contemporanea o meglio in conseguenza del declino della Chiesa cattolica e del Partito comunista.
Ma il Macron 2, inevitabilmente, si trova di fronte agli obbiettivi di quasi tutti i paesi leader europei. E cioè: rendere l'economia più giusta ed equa, più verde e più competitiva in un contesto che dalla pandemia è passato direttamente alla guerra.
Peccato che Draghi potrà collaborare con Macron molto meno di un anno.
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Era più che ovvia la mossa di Francesco Gaetano Caltagirone di salire in Mediobanca dopo non essere riuscito a conquistare Generali insieme a Leonardo Del Vecchio e alla terremotata fondazione Crt (dove è cominciato il regolamento dei conti). L'obbligo di comunicare le partecipazioni rilevanti a Consob ha fatto ufficializzare questa intenzione nella giornata di giovedì 5: passaggio dal 3,03% al 5,5%, che saldandosi con il 20% posseduto da Del Vecchio fa naturalmente prevedere che per il Ceo Alberto Nagel ci saranno mesi movimentati.
La vicenda Generali, con l'affermazione della lista indicata dal vecchio consiglio d'amministrazione dice essenzialmente che alcune aziende italiane con rilevanza internazionale, essendo oggetto di investimento da parte di fondi internazionali, seguono le regole delle finanza internazionale. Succederà lo stesso per Mediobanca che è la principale banca d'affari italiana ma presente anche nella raccolta con CheBanca?
Per Generali gli organi di controllo erano due: la Consob per gli aspetti borsistici e l'Ivass per il merito assicurativo. Ivass, che è una emanazione di Banca d'Italia, di fatto non ci ha messo becco, mentre Consob, per la competenza particolare del presidente Savona, ha esercitato un ruolo effettivo per far rispettare le regole nazionali e internazionali. Per Mediobanca la competenza è ovviamente di Consob per gli aspetti borsistici, ma c'era stato il tentativo, nel momento in cui Del Vecchio era salito significativamente nella banca, da parte dell'Eba, l'organo di controllo delle banche europee, di monopolizzare il controllo dell'operazione. Prova ne sia che è stato necessario riscrivere le regole per i rapporti fra Consob ed Eba.
L'Eba (European banking authority) aveva concesso a Del Vecchio l'autorizzazione a salire fino al 20%. L'ex-Martinitt, formidabile imprenditore nel campo degli occhiali, a quel 20 c'è arrivato facilmente anche perché Unicredit (partecipata da Del Vecchio), aveva deciso di disperdere la sua partecipazione del 9% a seguito della bizzarra decisione del più che bizzarro Jean Pierre Mustier, peraltro amico e socio del ceo di Generali Philippe Donnet in boschi di querce del Massiccio Centrale. Ora Eba rimarrà silenziosa di fronte all'evidente intreccio Del Vecchio-Caltagirone-Generali-Mediobanca? O considererà che le mosse in Mediobanca, la quale ha vinto in Generali per le regole internazionali, sono di fatto una sola operazione, che intreccia assicurazioni, banche e giornali?
Giova ricordare che quando ci fu un tentativo dei francesi di Lazard e Vincent Bollorè di conquistare Mediobanca, si mobilitò il governatore Antonio Fazio sul piano regolamentare e il fondo pensioni di Bankitalia dette un contributo decisivo insieme a Banca di Roma-Capitalia e altre banche per impedire la scalata.
Si potrebbe dire: erano altri tempi. È vero, ma non si può non ricordare una delle fondamentali eredità di Guido Carli, il quale sempre impedì, per l'autorità che aveva, che chi era imprenditore e proprietario di giornali, oppure proprietario di giornali con ambizioni di essere anche banchiere, potesse realizzare il suo obiettivo. La Ue ha emanato recentemente due provvedimenti per fermare le distorsioni che provocano gli Ott sul piano delle fakenews e del potere condizionante nel mondo della pubblicità. La vicepresidente dell'Unione, Margrethe Verstager, ha dimostrato grande sensibilità per cercare di tutelare la libertà e indipendenza dell'informazione. Non è improbabile che la vicepresidente, ex primo ministro danese, voglia e debba intervenire anche sugli intrecci fra finanza, banche, industria e media. (riproduzione riservata)
Paolo Panerai