Parole, parole, parole, soprattutto nei dibattiti televisivi, dove il giovane sociologo spiega all'anziano ambasciatore che l'Europa è condizionata dall'America, che ha ripetutamente provocato Vladimir Putin fin dalla riunione Nato del 2008 a Bucarest, dove Putin era stato invitato come osservatore: senza il no di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, il presidente George W. Bush avrebbe ammesso l'Ucraina nell'alleanza atlantica; e l'anziano ambasciatore che replica: la verità è che Putin vuole ricostruire la grande Russia ed essere vero Zar. E l'altra polemica: fino a quando l'Ucraina non sconfiggerà la Russia, la guerra non finirà; no, se la Nato continua a fornire armi all'Ucraina, la guerra non finirà mai. Una discussione infinita e inutile con una sola certezza, nessuno sa oggi quando la guerra o almeno il cessate il fuoco arriverà. Nel frattempo, specialmente in Europa gli effetti sono chiarissimi: la crisi economica morde sempre di più. E quindi è più utile guardare i numeri e in particolare quelli dell'energia, perché stanno accadendo fenomeni sorprendenti per non dire bizzarri e proprio per questo ancora più allarmanti.
Molti pensano che il prezzo del petrolio stia salendo, invece, come ha documentato il segmento Commodity Trading di Class Cnbc di giovedì 7,
non è così. “Il primo campanello d'allarme per i rialzisti, cioè per coloro che comprano petrolio, è negli spread”, ha spiegato Giancarlo Dall'Aglio di Commodities Trading. “Per esempio, i differenziali di prezzo tra le scadenze a breve e le scadenze a dicembre stanno collassando”.
Era a 18 dollari, a inizio marzo si è ora a 5 dollari tende addirittura sotto 5 dollari. E' un segnale molto importante rispetto alla domanda, perché segnala che mentre una settimana fa era molto forte, a distanza di 24 ore i dati sulle scorte hanno evidenziato per la prima volta che le stesse erano state ricostruite, mentre per tutto il primo trimestre 2022 si era verificata una perdita progressiva, che preoccupava perché la domanda era fortissima e non c'era disponibilità di prodotto. Le scorte 48 ore fa erano pari a 2.420.000 barili in più a fronte di un'attesa che fossero 2 milioni in meno. Lo stesso andamento si registra nei prodotti raffinati e anche le scorte di gasolio sono aumentate, come quelle della benzina e dei propellenti per gli aerei.
L'indicazione è chiarissima: la domanda sta cedendo nonostante i prezzi non siano neanche pari a quelli del 2008, cioè nell'anno dell'avvio della più profonda e funesta crisi economica. Se cala la domanda di petrolio vuol dire che si consuma meno e quindi siamo davanti a un pessimo segnale di fortissima crisi dell'economia, che pure si annusava da almeno un mese. Un allarme rosso per il presente e il futuro delle aziende e degli individui.
Ma c'è di più, guardando la realtà dal lato dell'export di petrolio della Russia. Mentre le proiezioni indicavano 1.800.000 barili in meno di export, in realtà il calo è stato solo di 800 mila barili. Come dire che la Russia sostanzialmente continua a esportare anche perché sul petrolio russo c'è un forte sconto di 30 dollari per barile sui contratti a pronti, cioè inviando una petroliera a prendere il carico. Si è dedotto, quindi, nella trasmissione di Class Cnbc, che chi facesse un carico da un milione di barili, avrebbe un potenziale guadagno di 30 milioni di dollari. Tutto ciò genera un forte interesse al petrolio russo nonostante le difficoltà per quanto riguarda i pagamenti, sia per l'espulsione della Russia dal sistema Swift, sia per i temerari imperativi da Mosca di pagare in rubli.In realtà in Asia hanno già trovato i sistemi per fare comunque i pagamenti, il che consente alla Russia di esportare. E infatti il rublo è risalito quasi verticalmente, mentre la Banca d'Italia prevede un'inflazione dell'8%, qualora scatti l'embargo anche al gas russo, quindi un forte impoverimento, in termini sintetici, degli italiani, stracarichi di liquidità.
Se poi si considera che l'Italia è il paese più indebitato d'Europa, si capisce il rischio che il paese sta correndo. Infatti, non basta che uno dei maggiori rigoristi sulla necessità di tagliare il debito italiano come il professor Francesco Giavazzi, ora, tornato a essere consigliere economico del presidente Mario Draghi come lo era ai tempi della direzione generale del tesoro, teorizzi, insieme a un collega francese, di creare una agenzia europea del debito, la quale erediti dalla Bce l'enorme montagna di titoli pubblici e privati che la banca centrale ha accumulato fin dai tempi di Draghi per continuare con la presidente Cristine Lagarde.
La europeizzazione del debito pubblico, che è una necessità assoluta dell'Italia e molto meno dagli altri paesi, per non parlare dei cosiddetti frugali che non hanno nessun problema di debito, è una pia illusione. Ve la vedete la Germania accettare una simile agenzia? La Germania è sempre il paese che fino a tre mesi fa vincolava il nuovo governo a tre (socialisti, liberali e verdi) a far rispettare il fiscal compact e quindi a portare il debito pubblico sotto al 50% del pil per arrivare poi al pareggio di bilancio. Oggi, con la crisi energetica innescata dalla guerra della Russia contro l'Ucraina, anche la posizione della Germania si sta appesantendo per la dipendenza che ha dal gas russo. Pensare che una Unione Europea, che al di là delle parole non ha saputo avere un ruolo autonomo rispetto alla guerra in Ucraina, oggi sia disponibile a socializzare il debito rilevando i titoli in carico ha Bce è più di una pia illusione, è sognare.
Il legittimamente rigorista professor Giavazzi dovrebbe piuttosto pensare a quanto l'Italia può fare da sola e poiché è un economista di rara capacità, non gli può sfuggire che l'Italia è stracarica di debito pubblico mentre gli italiani sono carichi di liquidità, nonostante il risparmio enorme vada per il 70% all'estero. A che cosa fa pensare questa asimmetria fra stato e cittadini ? All'operazione più semplice che ogni azienda super indebitata fa, se ha asset da vendere: mette in vendita questi asset. I miei due o tre lettori saranno annoiati a rileggere che lo stato era proprietario di asset immobiliari per oltre 400 miliardi; per l'attuazione di un assurdo federalismo voluto dal precedente governo di sinistra, il ministro dell'economia del governo Berlusconi, il geniale (autenticamente geniale) professor Giulio Tremonti, non perse un minuto a eseguire il passaggio degli immobili agli enti locali, soddisfacendo in questo modo anche i desiderata della Lega.
La prima banca italiana, IntesaSanpaolo, si è proposta di formare una serie di fondi di investimento territoriali che possano acquistare questi asset con le risorse dei risparmiatori italiani. Poiché gli enti locali che dovrebbero vendere gli immobili, concorrono al debito pubblico per oltre 400 miliardi,
essi vendendo gli immobili attraverso i fondi creati da Intesa Sanpaolo, potrebbero azzerare quel debito e dare un taglio netto al debito pubblico italiano.
Di fronte all'insensibilità del governo, anche il bravissimo ceo di IntesaSanpaolo si è arreso, ma sono sicuro che nella situazione sempre più drammatica del debito italiano dopo covid e dopo la guerra, sia disponibile a riprendere il progetto.
La teoria del presidente Mario Draghi era quella di ribilanciare il debito con la forte crescita che sembrava profilarsi all'orizzonte anche per gli investimenti del Pnrr. Quella prospettiva a medio termine non c'è più, come dimostrano i venti di crisi e di forte recessione provocati dalla guerra. Quindi, Caro Presidente, sia agile ed elastico come fu al suo arrivo alla Bce, e rimoduli il programma, puntando appunto su un taglio netto del debito con la cessione di asset che fra l'altro sono in larga parte (gli immobili ceduti dallo stato agli enti locali) inutilizzati e costosi per la loro manutenzione. Mentre gestiti con taglio imprenditoriale possono rendere e non poco. E' per Lei e il suo governo un cambiamento di rotta? Non è Sua incoerenza, ma stato di necessità. In questo modo sarà anche più facile aiutare in maniera adeguata aziende e famiglie, con il vantaggio di tenere in Italia una consistente parte del risparmio italiano che va a finanziare gli altri paesi.
Guardi, Signor Presidente, che non sono idee solo di questo giornale, ma appunto della prima banca italiana. E lei sa bene quanto è importante per un paese avere una solida e grande banca privata.
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Lo sa bene il presidente francese Emmanuel Macron, ex testa d'uovo della Banque Rothschild & Co, che infatti non si accontenta di avere solo, come banca globale, Bnp-Paribas e Sociéte Generale, ma è favorevole che il secondo gruppo, il Credit Agricole cresca sempre di più, specialmente in Italia. E infatti ecco che venerdì mattina gli italiani si sono svegliati con l'annuncio che il bravissimo amministratore delegato di Credit Agricole Italia, Giampiero Maioli, ha avviato, rastrellando il 9,5%, una nuova acquisizione in Italia, nientemeno che il terzo gruppo italiano, Banco Bpm, guidato dall'altrettanto bravo Giuseppe Castagna. Se l'operazione andasse in porto, il Credit Agricole diventerebbe il terzo gruppo bancario in iItalia.
Una settimana fa questo giornale aveva premiato come miglior banchiere dell'anno, l'ad Maioli, per l'operazione che aveva concluso con abilità e correttezza negli ultimi tempi, inclusa l'opa su Credito Valtellinese. Nel consegnargli il premio ho chiesto al dottor Maioli, di spiegare che cos'è e come è fatto il gruppo Credit Agricole, secondo gruppo bancario francese e attualmente di dimensioni analoghe Bper in Italia. Ecco la risposta:
“La struttura è abbastanza complessa perché è una piramide rovesciata. Crédit Agricole ha più di 10 milioni di soci, quindi se li schieriamo tutti diventa un esercito. La storia del Crédit Agricole nasce dalle casse rurali francesi. Dopo la crisi dell'agricoltura negli anni 60, vennero spinte dal governo a raggrupparsi. Un po come qui avviene, come è avvenuto con Iccrea e Cassa Centrale Banca per le Bcc; anche in Francia ne sono nate sostanzialmente due. Il Crédit Mutuel che è rimasto più locale e il Crédit Agricole che invece è cresciuto. La caratteristica è che oggi le casse sono 39, erano più di 100, quindi anch'esse si sono aggregate. Dietro le casse ci sono milioni di soci. Le casse regionali nostre non distribuiscono dividendi e quindi va tutto a patrimonio. E questo è quello che ha generato la stabilità e la fortuna del gruppo. Oggi è un gruppo che ha un Cet di gruppo che supera il 16%. Tutto nasce da lì. E poi la Federazione delle Casse regionali ha ancora oggi il 54% del gruppo. E non scenderanno di sicuro. E questo dà una stabilità e la possibilità soprattutto di fare dei piani di lungo periodo. Citavo l'investimento nel 2020. Non ricordo un anno nel quale il gruppo in Italia non abbia investito e questo a prescindere dal bel tempo o dal cattivo tempo. E tutto questo nasce dall'azionista e dal fatto che l'azionista non ti dà pressione di brevissimo, non è condizionato dal mercato, non è condizionato dalle mode e questo secondo me è una grande fortuna per me e per i dirigenti che con me rappresentano Credit Agricole in Italia”.
Capito. Questo schema avrebbe potuto essere applicato anche in Italia, anche per le banche popolari, perché Credit Agricole e casse francesi lavorano a due livelli, sul territorio e nel mondo. Invece in Italia si sono distrutte le grandi popolari invece di metterle insieme, con una legge che grida vendetta. Speriamo che le autorità di governo e bancaria sappiano almeno far crescere Iccrea e Cassa centrale, come ha saputo fare il governo francese. Almeno la presenza di Credit Agricole, sempre più potente in Italia, potrebbe provocare una rivoluzione necessaria.(riproduzione riservata)
Paolo Panerai