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Milano Finanza - Numero 010 pag. 1 del 15/01/2022

Mentre la pandemia sta esplodendo, l'Unione europea si mette a fare una consultazione pubblica per scrivere nuove norme in materia di «Tutela della libertà dei media nella Ue»? Ma non ha altro da fare?

Qualche smanettone e idolo dei social, non dico no-vax, sicuramente arriverà a porre pubblicamente questa domanda. Sarà la conferma che l'iniziativa della Ue è non solo opportuna, ma indispensabile se si vuole salvare la democrazia. E infatti proprio l'esplosione dei social, usati e manipolati dai vari Ott, che hanno fatto esplodere questa esigenza di riscrivere le regole su come nella società di oggi e di domani sarà possibile avere ancora media liberi.

Dico l'ovvio, ma va ripetuto: senza media liberi e professionali non ci può essere democrazia e quindi libertà degli individui, tutela della loro privacy, possibilità di esprimersi e di realizzarsi.

Perché ci sia democrazia è necessario che ci sia informazione e conoscenza e tutto ciò è potuto avvenire nella forma migliore da quando è stato inventato l'alfabeto e con esso le parole e quindi la possibilità di comunicare idee e pensiero non solo a voce, ma realmente urbi et orbi. Senza i Vangeli, che cosa sarebbe il cristianesimo? Senza i testi dei grandi filosofi greci e via via quelli delle varie epoche, senza la storia, chi sarebbe maestro di vita? Non è necessario andare oltre.

Ma ribadire che se non ci fosse stata la libertà degli evangelisti di scrivere, dei filosofi di lasciare testi fondamentali, degli storici di raccontare i fatti della lunga vicenda dell'umanità, non ci sarebbe cultura, ma soprattutto non ci sarebbe una cultura solida se la maggioranza di chi ha parlato e di chi ha scritto non lo avesse potuto fare in piena libertà.

Non a caso una delle fondamentali scoperte dell'umanità è stata la stampa a caratteri mobili che ha permesso di moltiplicare i testi e la diffusione del pensiero e dei fatti.

Oggi, come è successo nei regimi non democratici, questa libertà è limitata, ovviamente dalle dittature, che sono sorte e hanno prosperato e prosperano proprio per la diffusione di notizie non vere in regime di non libertà; questa è una realtà che persiste appunto dove ci sono regimi dittatoriali; ma il pericolo è che ciò avvenga anche dove vige la democrazia, perché i sistemi di comunicazione hanno raggiunto la potenza massima grazie al digitale, colto immediatamente come mezzo per diffondere notizie false, le fake news, non solo per interessi commerciali ma alla fine per impedire ai cittadini di conoscere la realtà, la verità e quindi di poter scegliere a ragion veduta e liberamente.

È straordinariamente significativo, nell'epoca in cui tutti o quasi hanno la possibilità di dire la loro ma anche nell'epoca nella quale sulla rete le fake news hanno sorpassato fin dal 20 giugno 2020 le notizie vere (rilevazione dell'istituto Isi presieduto dal professor Mario Rasetti) e ora è stato seriamente calcolato che abbiano raggiunto il 65%, che sia l'Europa ad affrontare il problema con una consultazione pubblica a cui tutti possono partecipare.

Mi tocca a questo punto ripetere una frase storica e rivelatrice del presidente della Armenia, fisico docente all'Università di Cambridge, Armen Sarkissian. In una intervista di Barbara Carfagna per Speciale-Tg1, il capo dello stato martoriato un anno fa dalla guerra ha detto letteralmente: «Nella storia democratica un politico eletto veniva giudicato alla fine del suo mandato. Oggi viene giudicato, fustigato, esaltato, solo pochi secondi da qualsiasi suo atto o dichiarazione. E di conseguenza reagisce. Senza che si ristabiliscano regole per l'informazione digitale, la democrazia non sarà più quella che conosciamo dai tempi dei greci». Proprio così. Ed è per questo che meritoriamente la Ue, cioè l'area dove esiste la migliore e più alta democrazia e quindi la migliore civiltà, ha lanciato la consultazione pubblica, aperta a tutti i cittadini, le società, le associazioni, per capire quanta consapevolezza ci sia di questa realtà e quali rimedi vadano adottati.

I temi su cui tutti possono rispondere, dando la propria opinione sono cinque: 1) La salvaguardia del mercato interno dei media della Ue, dell'indipendenza e del pluralismo dei media; 2) Mercato dei media trasparenti e indipendenti; 3) Condizioni per mercati dei media sani; 4) Equa distribuzione delle risorse statali nei mercati dei media; 5) Opzioni di governance.

Un questionario davvero completo, che consente ai cittadini, alle imprese, alle associazioni che hanno a cuore la qualità dei media come strumenti fondamentali della democrazia, di dare un giudizio che sicuramente peserà sul futuro dell'Europa. Proprio per questo MF-Milano Finanza e più in generale Class Editori promuovono non solo con questo articolo, ma anche sul sito del quotidiano la possibilità per tutti i lettori di partecipare alla consultazione. Basterà cliccare sul link che segue:

https://ec.europa.eu/info/law/better-regulation/have-your-say/initiatives/13206-Tutela-della-liberta-dei-media-nellUE-nuove-norme/public-consultation_it

L'Italia, de facto, non è certo ai primi posti per normativa sulla proprietà e l'indipendenza dei media. La legge più importante fu varata molti anni fa per la necessità, soprattutto, di regolamentare e di fatto impedire che Mediaset con i suoi tre canali televisivi potesse consolidare il potere dell'informazione con la carta stampata sia del quotidiano Il Giornale fondato da Indro Montanelli ma diventato di proprietà della Fininvest, sia attraverso la Mondadori. Silvio Berlusconi saltò rapidamente l'ostacolo passando la proprietà al fratello Paolo, che tuttora risulta l'editore del quotidiano, nel quale la Mondadori ha recentemente ridotto ulteriormente la partecipazione. La legge, che in prima stesura fu curata dall'allora deputato del Psi, Claudio Martelli, e successivamente modificata anche con l'intervento di Franco Bassanini, allora deputato della sinistra indipendente, esprime essenzialmente un valore antitrust, contenendo anche dei limiti alle quote di mercato che un gruppo editoriale può possedere. Meglio di niente e sicuramente utile, ma i problemi sia allora e soprattutto ora sono molti altri.

In primo luogo, la qualificazione di chi possiede media di informazione. Sul tema, il primo dibattito risale agli anni 70, e fu sviluppato sulle pagine de L'Espresso formato lenzuolo. Fu in quel dibattito che l'ex-direttore del Corriere della Sera, Piero Ottone, coniò la definizione di editore puro e editore impuro. Era ed è editore puro chi ha come unica attività quella di gestire media. È impuro chi fonda o compra media, svolge altre attività, e diventa editore o direttore di giornale per avere potere utile alla sua attività principale. Nel questionario per la consultazione pubblica, l'Unione europea entra con decisione. In questa problematica al punto 2.2: «nell'Ue sono in vigore varie norme nazionali che

impongono il controllo o la limitazione delle attività delle imprese che operano nel settore dei media. Per esempio, in alcuni stati membri esistono norme specifiche per l'esame dell'impatto sul pluralismo dei media di fusioni, acquisizioni e altre operazioni che incidono sulla proprietà e sul controllo dei media. Le legislazioni nazionali prevedono anche che le imprese del settore dei media che operano in un dato campo possano ottenere l'autorizzazione a operare in un altro campo o in un settore non connesso con i media… C'è poi il caso in cui è necessario l'esame preliminare di tutti i cambiamenti all'assetto proprietario delle imprese dei media prima di consentire loro di operare sul mercato dei media…».

Come si vede il tema nato dal dibattito di vari decenni fa su L'Espresso è più che attuale. Evidentemente, in quei paesi dove esiste la normativa descritta sarà impossibile ottenere l'autorizzazione a chi svolge attività per le quali sono necessarie autorizzazioni dell'amministrazione pubblica, che dipendono dal potere politico verso il quale i media possono svolgere azione di sostegno o di attacco.

Se di passasse in rassegna la proprietà dei media italiani si scoprirebbe che larghissima parte delle case editrici sono in mano a chi svolge attività in altri settori economici. E per fortuna che il maggior gruppo editoriale italiano è ora controllato da un editore professionale, mentre per lungo tempo è stato in mano al maggior gruppo industriale italiano, alla prima banca d'affari italiana, parzialmente a banche ordinarie. Soltanto una gestione disastrosa ha aperto la strada, con l'aiuto della maggiore banca italiana, Intesa Sanpaolo, a Urbano Cairo, che tuttavia non sa rinunciare a che la Gazzetta dello Sport dedichi mediamente più spazio al suo Toro rispetto ad altre squadre. Ma rispetto a quanto si assiste per altri gruppi, che hanno i giornali solo come strumento di potere, l'attenzione della Gazzetta per il Toro è meno di un peccato veniale. Si pensi solo a che cosa sta per succedere con la guerra in atto per Generali.

I giornali come strumento di potere per far soldi con altre attività non è una caratteristica unica dell'Italia. C'è anche in altri paesi europei, a cominciare dalla Francia dove uno dei due giornali più importanti, Le Figaro, alla fine è diventato di proprietà di Dassault, grande fabbricante di aerei civili e militari come i famosi Mirage. Negli Usa il simbolo del giornalismo come difensore della democrazia è diventato di proprietà di Jeff Bezos, il fondatore e controllore di Amazon.

Ecco che si arriva all'area di maggior pericolo per la democrazia, cioè il potere immenso degli Ott, da Google a Facebook, che ora tenta di modificare la sua immagine cambiando nome, come del resto ha già fatto lo stesso Google ribattezzando la società Alphabet, alfabeto, concepito come inizio di tutto il sapere, che dovrebbe essere in mano di Larry Page, secondo il disegno del fondatore di Google insieme a Sergey Brin.

Il loro potere è immenso ed è la maggiore causa della crisi dell'editoria tradizionale per aver essi potuto crescere senza limiti, grazie all'appoggio dei tre presidenti degli Stati Uniti che hanno governato per otto anni ciascuno. Certo, anche gli editori, compreso noi, hanno commesso l'errore di offrire per lungo tempo tutto gratis nei siti, nell'errata, oggi palese, convinzione di poter avere così il maggior numero degli utenti per avere più pubblicità. Si è compreso troppo tardi che non bastavano gli utenti ma tutti i dati possibili sugli stessi, sino alla costante violazione della privacy di ciascuno.

Gli Ott sono pervicaci violatori della libertà di competere degli altri, grazie allo strapotere che hanno potuto costruire. Per fortuna proprio dall'Europa, per la maggiore consapevolezza del ruolo fondamentale dell'informazione per la democrazia, sono partite importanti azioni antitrust e non solo con l'erogazione di continue multe. Il potere assoluto di far circolare sulla rete una maggioranza assoluta di fake news, è un altro danno gravissimo per la democrazia. Frances Haugen, ex-manager di Facebook, ha fornito a The Wall Street Journal documenti interni che accusano il fondatore Mark Zuckerberg di aver contribuito all'attacco al Congresso americano negli ultimi giorni di presidenza di Donald Trump.

Basterebbe questo episodio per far capire l'importanza che ha l'iniziativa della Ue di sottoporre a consultazione popolare possibili nuove regole per garantire l'indipendenza dei media e quindi la protezione della democrazia.

Mi permetto per questo di invitare i miei tre lettori a cliccare sul link riportato sopra e a partecipare attivamente alla consultazione, mentre intorno a noi non infuria solo la pandemia ma anche un tornado quotidiano di fake news, premessa per ribaltare la democrazia. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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