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Milano Finanza - Numero 005 pag. 1 del 08/01/2022

Al debutto del nuovo anno, l'Italia e in buona parte l'Europa si trovano ad avere a che fare con un'equazione che appare irrisolvibile.

Punto di partenza: un capo di governo (Mario Draghi) e un capo di stato e di governo (Emmanuel Macron) hanno lasciato due giorni prima di Natale, quasi come il loro regalo sotto l'albero per italiani, francesi ed europei, un bellissimo progetto che può essere sintetizzato in “Ridurre il debito senza alzare le tasse”. In realtà nel proclama pubblicato sul solito Financial Times (che continua, nonostante la Brexit, a far parte della Ue essendo per di più di proprietà del gruppo Nikkei giapponese) c'è molto di più e di più articolato, come dimostra il rinvio, alla fine dell'articolo di princìpi, al progetto intitolato “Rivedere il quadro fiscale europeo” firmato in primo luogo da Francesco Giavazzi (consigliere economico di Draghi) e da Charles-Henri Weymuller (consigliere di

Macron). Il saggio, in coerenza con i principi espressi dai due governanti-statisti, indica la via che la Ue dovrebbe seguire per riadeguare le regole europee al mutato scenario economico, oggi molto diverso quello in cui furono pensate le regole ora sospese (massimo 60% di debito pubblico rispetto al pil). Uno scenario, quello attuale, caratterizzato da bassi tassi di interessi nonostante la recente lieve crescita, e una forte domanda mondiale per investimenti sicuri. La politica monetaria è in difficoltà nel mantenere i tassi vicini a zero ed è quindi necessario un coordinamento con la politica fiscale, ma le regole europee (fiscal compact appunto con limite al 60% del debito pubblico) lo impediscono, mentre va combattuta la recessione e normalizzata la politica monetaria. Partendo dal successo (per ora solo sui principi di solidarietà europea) del NextGenerationEu, il progetto di fatto propone la creazione, cambiando il Fiscal compact, di una sorta di Agenzia del debito alla quale sia quantomeno conferito il debito derivante dalla pandemia-Covid. In soldoni, e mi scuso con gli autori per la semplificazione, per esempio l'Italia, che ha oggi un debito pari al 155% del pil, dovrebbe passare alla Agenzia europea del debito quel quasi 20% accumulato per far fronte alla pandemia, tenuto conto che solo nel 2021 il pil è in recupero, anche se in forte recupero.

Per indirizzare all'ottimismo, sempre corroborante se non è campato in aria, Draghi e Macron del resto hanno scritto nel loro appello su Ft: “…Anche le finanze pubbliche sono del resto in via di risanamento, il rapporto debito-pil nei paesi della Ue si è stabilizzato ed è destinato a scendere nel 22”.

Non vi è dubbio che la teoria è razionale e si giova, per l'azione, del fatto che sta per diventare presidente di turno del Consiglio europeo proprio Macron. Il quale Macron, tuttavia, ad aprile dovrà faticare non poco per essere rieletto presidente della Francia, che è il secondo paese della Ue, come l'Italia è il terzo paese dell'Europa unita. Se non fosse rieletto, cadrebbe anche da presidente del Consiglio europeo e certamente il peso dell'operazione Italia-Francia scenderebbe drasticamente, rispetto all'attuale astensione sul tema del nuovo capo del governo tedesco, Olaf Scholz, che pur essendo progressista difficilmente riuscirebbe a superare le resistenze del nuovo ministro dell'economia, Robert Habeck, che pur essendo verde viene descritto molto rigido sul debito.

Ecco, quindi, che sulla soluzione dell'equazione pesa già una notevole incongruità. Alla quale, allo stato dei fatti, non si può non aggiungere la doppia incognita Draghi. Doppia per due motivi: 1) se diventasse presidente della Repubblica, il suo peso in Europa certamente non scomparirebbe del tutto, ma certo non potrebbe partecipare alle riunioni dei primi ministri della Ue, anche nella vicenda specifica dell'operazione con la Francia, forse volutamente, ha avuto un ruolo non secondario il presidente Sergio Mattarella, che è andato in missione speciale in Francia per ratificare e firmare con Macron nelle vesti di presidenti della Repubblica, un patto fra i due stati di carattere ben più generale della proposta di politica economica, che poi è pura politica, di Draghi e di Macron capo del governo francese; 2) se Draghi rimanesse a capo del governo, ci sarebbero i quattro mesi sicuri di Macron presidente della Francia e quindi qualche passo avanti sul progetto potrebbe essere fatto; se poi Macron fosse rieletto, allora ci sarebbe tempo fino ai primi del 2023, se Draghi appunto rimanesse a capo del governo fino alla fine della legislatura.

Basterebbe questo lasso di tempo per convincere non solo la Germania ma anche gli altri paesi cosiddetti frugali?

Si sa che, ovviamente, Draghi e Macron hanno tenuto informato Scholz e anche il capo del governo spagnolo, Pedro Sanchez, che pure su molti temi è allineato con Francia e Italia. Scholz non ha dato nessun segno di assenso e ciò si può capire non solo per le posizioni storiche della Germania sul tema ma anche perché era diventato capo del governo solo da pochi giorni. Il silenzio di Sanchez, che pure è un progressista, ha una spiegazione più materiale: con il Covid il debito è salito oltre il 120% ma strutturalmente inferiore al 100%. Quindi si sente fra i paesi virtuosi. Come del resto potrebbe sentirsi la Francia, che prima del Covid aveva addirittura qualche punto in meno della Spagna. Ma Macron è un tecnocrate cresciuto alla Banque Rothschild e quindi con una affinità di pensiero e di esperienza vicinissima a quella di Draghi; e il fatto di essere diventato promotore di un rinnovamento della Ue, per anni condannata alle scelte frugali della Germania, lo aiuta sicuramente sia per le prossime elezioni sia per avere un programma solidale come prossimo presidente del Consiglio d'Europa. E poi, come fra tutti gli esseri umani, ci può essere fra loro più o meno empatia. Quella tra Macron e Draghi è molto alta.

Ciò non vuol dire ridurre il progetto Italia-Francia a empatia fra i capi, perché in effetti è evidente che i principi che furono fissati nel febbraio del 1992 con il Trattato di Maastricht fanno riferimento a uno scenario completamente diverso da quello attuale e in ogni caso la rigidità rigorista della Germania e degli altri paesi frugali che la seguono non ha certo prodotto un avanzamento dell'Europa che, si è dimostrato con la crisi Lehman, non può essere un'isola a sé.

C'è poi l'esempio, proprio per la crisi successiva al fallimento della banca d'affari americana, che solo la politica espansiva di Draghi alla Bce ha permesso di non avere una situazione drammatica come quella del '29. Quando Draghi proclamò “tutto quello che serve”, l'unico in consiglio della Bce che votò contro fu Jens Weidmann. Fu invece la salvezza e quindi questa esperienza dovrebbe aver insegnato alla Germania e ai frugali che essendo la pandemia Covid l'equivalente di una guerra, il debito, lo stampare moneta è il male minore.

Tutto ciò è inconfutabile ma è altrettanto chiaro che nell'aver creato l'alleanza con Macron, Draghi ha avuto ben presente che l'Italia è il secondo paese più indebitato d'Europa dopo la Grecia con il 132% del pil nel 2020. È quindi fra i grandi il paese più a rischio, se appunto non vengono adottate a livello europeo iniziative che socializzino, cioè rendano europeo, almeno il debito aggiuntivo del Covid.

Si stima che quello dell'Italia abbia portato il debito totale a circa il 150%, determinando che quello da Covid è pari a circa il 20%.

Assumendo che l'equazione impostata da Draghi e Macron alla fine sia risolta (e abbiamo visto come le incognite siano quasi n) e che quindi si vada verso la creazione di un Agenzia del debito europeo come nel progetto Gavazzi-Weymuller, l'Italia sarà veramente al sicuro?

Questo è teoricamente un tema solo italiano, perché nella realtà se c'è qualche probabilità di convincere non solo Macron, che si è già convinto per le ragioni descritte, ma anche la Germania e gli altri frugali di un cambio radicale di politica, occorrerà che proprio l'Italia faccia in modo di allinearsi almeno alla percentuale francese e spagnola, come segno di resipiscenza.

Ciò vuol dire che Draghi, se rimarrà al governo o se andrà al Quirinale, dovrà convincere i riluttanti e litigiosi partiti a compiere un altro atto di unità nazionale e cioè varare un progetto Tagliadebito straordinario.

Da questo punto di vista, le situazioni economiche sono di fatto circolari e inevitabilmente ritornano. E l'esigenza del Tagliadebito, che questo giornale porta avanti da anni, insieme a personalità come Paolo Savona, Andrea Monorchio, Alberto Quadrio Curzio…economisti, imprenditori, banchieri a cominciare dal capo della prima banca italiana, Carlo Messina che ha impegnato Intesa Sanpaolo per un progetto per mettere a frutto con fondi immobiliari locali, l'enorme patrimonio dello stato, degli enti locali e comunque pubblici. Se si tiene conto che il debito delle amministrazioni locali è pari a circa il 7,5% del Pil, diventa paradossale che nello spirito federalistico, dal 2009 lo stato abbia trasferito agli stessi enti locali proprietà immobiliari. In molti casi quegli immobili sono diventati un peso gestionale per gli enti locali. Il progetto Intesa Sanpaolo ha previsto che questi immobili siano venduti a fondi comuni locali e che il ricavato vada a ridurre il debito degli stessi e quindi il debito pubblico.

Questa manovra naturalmente non basterebbe, ma sono molte altre le ricette che sono state messe a punto quando il Tagliadebito appariva come un imperativo assoluto. Ecco, a giudizio di questo giornale, contemporaneamente ai progetti di sviluppo del pil e quindi del miglioramento del rapporto che viene tenuto in principale conto dal mercato, sia proprio tagliato il debito. Non c'è situazione sul piano aziendale, se il debito supera il fatturato, che si possa tornare all'equilibrio solo con il progetto di far salire il fatturato. La manovra deve essere duplice. E come per il taglio esistono appunto varie ricette, che nessun governo ha realmente voluto attuare, per lo sviluppo c'è una leva fondamentale da a usare. Fare in modo che il risparmio italiano, che va all'estero per il 75% andando quindi a finanziare lo sviluppo di paesi stranieri, resti nella percentuale massima in Italia. Perché questo avvenga, è necessario che ci sia un mercato reale dei capitali, con il quale anche il risparmio gestito possa affluire alle aziende pmi ma anche alle grandi aziende. C'è stato il momento delle privatizzazioni delle banche, in cui il numero di azionisti italiani delle stesse salì enormemente. Fu un periodo appunto caratterizzato dalle privatizzazioni buone, non come quella di Telecom. Ma da allora le società medio-grandi quotate in borsa si sono ridotte di almeno cento unità e solo il passaggio al mercato principale di società dell'ex-Aim non ha fatto diventare il listino italiano una miseria anche in termini di nomi. Se il presidente Draghi rimarrà comunque, da nonno al servizio delle istituzioni, insieme alle strategie europee non potrà dimenticare il fondamentale obbiettivo di creare un vero mercato dei capitali con migliaia di società quotate che attraggano l'enorme risparmio italiano, che, occorre ripeterlo, essendo il secondo del mondo, va per il 75% a finanziare l'estero. E ora, probabilmente più di prima, anche la Francia di Macron, visto che Euronext è una borsa con la sede principale a Parigi. Qui non si vuole e non si fa nazionalismo becero, ma nello spirito europeo sarebbe un grave errore non considerare l'enorme buco che l'economia italiana sul piano del mercato dei capitali ha e che fa scorrere verso altre economie la ricchezza del risparmio degli italiani. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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