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Milano Finanza - Numero 245 pag. 101 del 11/12/2021

Quel 7 dicembre 1986, la Prima era il Nabucco di Verdi, diretto da Riccardo Muti. A 35 anni esatti di distanza, la Prima della Scala è sempre di Giuseppe Verdi, ma con il Macbeth, diretto da Riccardo Chailly. Da Babilonia, con la persecuzione degli ebrei, fino in Scozia con trama shakespeariana. Ma sempre con persecuzione ebraica nel Nabucco e con battaglia contro i rivoltosi in Scozia.

Sembra quasi un destino, un destino fortunato, di MF-Milano Finanza quello di celebrare il suo compleanno dei 35 anni sotto il segno di Verdi. Il Nabucco fu l'opera più risorgimentale del grande musicista così impegnato nel Risorgimento italiano. E in effetti, anche lo spirito della decina di giornalisti che fondarono con me Class Editori e lo stesso anno MF-Milano Finanza era risorgimentale. Risorgimentale non nel senso che all'Editoriale Corriere della Sera, dove lavoravamo a ilMondo (che era stato l'espressione del miglior laicismo e liberalismo impersonati da Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti) e Capital (che era diventato il magazine più redditizio d'Italia) fossimo trattati come

gli italiani sotto il dominio austriaco. No, non proprio così, ma quando in via Solferino arrivò la cosiddetta Cordata nobile, guidata dagli Agnelli e Mediobanca, non avevamo più lo spazio autonomo per un'informazione non condizionata dal potere. Giovanni Agnelli aveva proclamato «Torniamo in via Solferino per bonificare». In effetti c'era da bonificare la P2, ma a ilMondo, roccaforte laica e professionale, non avevamo permesso che quella loggia neppure ci sfiorasse. E io, prima dell'arrivo della Cordata nobile, avevo querelato senza indugio Agnelli quando il direttore piduista del Corriere, Franco Di Bella, che non riprendeva mai i nostri scoop, pubblicò in seconda pagina quasi integrale, senza chiedercelo, l'inchiesta di copertina «Anche la Fiat sull'orlo del baratro: 3 mila miliardi di debiti». Da mesi il Corriere pubblicava articoli firmati CS, le iniziali del giornale, contro Agnelli, il quale pensò che anche noi de ilMondo fossimo piduisti e tali ci appellò in una conferenza stampa. Ma male gliene incolse, perché per evitare la condanna in tribunale dopo la mia immediata querela propose, grazie all'intercessione del grande Gianluigi Gabetti, di venire in visita in via Solferino, rilasciando alla fine dell'incontro, un comunicato in cui dava atto a me e alla redazione di professionalità, laicità e indipendenza.

Quando il tribunale di Milano, nel 1984, fece uscire la Rizzoli-Corriere della Sera dall'amministrazione controllata ma imponendo un aumento di capitale che i Rizzoli non erano in grado di sottoscrivere, Agnelli tornò appunto in cordata con Mediobanca e altri 9 alleati e con lo slogan che veniva per bonificare, l'autonomia completa dei giornalisti finì. La bonifica qualche anno dopo fu inquinata dalla vendita alla Rcs della Fratelli Fabbri Editori, a cui fu fatto un bel maquillage, con i crediti rateali degli acquirenti di enciclopedie passati a una società di factoring della controllata Gemina. Il contratto vero era pro solvendo, ma ne fu presentato un altro pro soluto al momento della girata delle azioni. Dopo qualche tempo, la verità venne a galla e in una botola di Gemina in via Turati fu trovato il contratto vero.

Per fortuna che con i miei colleghi avevamo deciso di lasciare ilMondo e Capital. Trovammo, grazie a Francesco Micheli, un finanziamento di un miliardo di lire da un fondo di Morgan Grenfell, ma soprattutto trovammo la stima del professor Luigi Guatri, che era stato commissario giudiziale di Rizzoli-Corriere della sera, risanandola. Il Professore, che era rettore e amministratore delegato dell'Università, decise di far investire la Bocconi in Class Editori attraverso Finanziaria 2000. Gli avevo chiesto la segnalazione di un suo allievo per fare il presidente della nostra casa editrice; mi rispose che il presidente lo avrebbe fatto lui, ma non di campanello e appunto investendo. “La vostra idea di una casa editrice indipendente corrisponde alla volontà della Bocconi di avere indipendenza economica appunto attraverso buoni investimenti, per poter avere totale indipendenza didattica”. L'ultimo finanziatore della prestigiosa università era stato Roberto Calvi, che aveva lì studiato senza però laurearsi, e con il Banco Ambrosiano non aveva usato la lesina pur di diventarne vicepresidente. Senza il professor Luigi Guatri e l'appoggio che ci è sempre venuto dalla Bocconi, che ha espresso sempre il presidente della casa editrice (per 20 anni, il professor Victor Uckmar), Class Editori e MF-Milano Finanza non avrebbero potuto avere il successo e l'indipendenza economica e quindi editoriale, che ci ha permesso di arrivare dopo 35 anni ancora alla Scala, con un numero di 288 pagine curato da Gabriele Capolino, che è con me da 35 anni, e Roberto Sommella.

Le testimonianze dell'evoluzione della finanza italiana e internazionale, della rivoluzione tecnologica e politica, delle attese per il futuro prossimo e lontano di 51 protagonisti italiani e internazionali; le analisi e le classifiche di tutti gli strumenti di investimento; la trasformazione delle banche; The Future of Everything, realizzato insieme ai nostri partner e soci storici di The Wall Street journal; un nuovo, straordinario Indice MF Next 35. Sono i contenuti di questo numero davvero speciale, non solo per la quantità di pagine.

Ma MF-Milano Finanza è anche fashion con il primo e unico quotidiano in Europa, MFFashion, che informa e forma su uno dei settori strategici dell'economia italiana. E poi Milano Finanza Intelligence Unit, il laboratorio di elaborazione dati sul modello dell'intelligence unit di Economist. E da Milano Finanza sono gemmate anche società di servizi come MF Centrale Risk e la partecipazione attiva in Standard Ethics, la prima e unica agenzia di rating di sostenibilità ESG con il modello pay-applicant.

La storia (la nostra è cronaca) è maestra di vita, anche di vita lavorativa, di obbiettivi per il futuro, di esperienze da vivere subito. Chi sono le persone che in questi 35 anni, incontrandoli per Milano Finanza mi sono rimasti più impressi, che hanno insegnato di più a me e a tutta la redazione? Ne cito quattro, che non ci sono più: Guido Carli, Paolo Baffi, Sergio Marchionne ed Ennio Doris. Senza far torto alle altre centinaia di persone, uomini e donne che ci hanno insegnato molto, Guido Carli è stato un gigante che riuscì senza tanto rumore a salvare due banche dello Stato, quali Banco di Roma e S. Spirito, facendole fondere da Pellegrino Cataldo e Cesare Geronzi nella più piccola Cassa di Risparmio di Roma. Carli volle darci il privilegio di poter pubblicare il suo libro di memorie. Paolo Baffi, che era stato protagonista della vita

de ilMondo di Pannunzio, mi regalò le il suo epistolario straordinario con il direttore de ilMondo, che quando lasciammo l'Editoriale Corriere della Sera mi fu sequestrato insieme anche alle mie agende da un energumeno di nome Alberto Donati, che dopo essere passato in Fiat tornò in Rizzoli-Corriere della sera come capo del personale. Sergio Marchionne, un anima pura, che salvò la Fiat, permettendoci con il dialogo di dedicargli due libri, prima e dopo. Ed Ennio Doris, che ci ha lasciato proprio a pochi giorni dalla Prima e quindi dall'uscita di questo numero. La sua ultima lezione, quella in cui spiega come è diventato il medico del risparmiatore e ha inventato l'unione di banca e assicurazione, che è la formula del successo di Intesa Sanpaolo, guidata da Carlo Messina e animata da Gaetano Miccichè, è pubblicata a pagina 117. Anche lui era un'anima candida, sempre con il sorriso nel volto. Ciao Ennio.

E Mario Draghi? Penso che sommando l'educazione scolastica dei Gesuiti all'insegnamento prima di Federico Caffè e poi del grande Franco Modigliani all'Mit, all'esperienza di direttore esecutivo della Banca Mondiale, alla lezione di Carli quando lo nominò direttore generale del Tesoro, all'esperienza tutta orientata al profitto di vicepresidente di Goldman Sachs, al ruolo di governatore della Banca d'Italia, alla presidenza del Financial stability forum, e infine agli anni a Francoforte come presidente della Bce, non essendo stupido rappresenta l'uomo che può fare di più per l'Italia.

P.S. A pag. 170 c'è il grazie, con elenco, dei 141 giornalisti che hanno fatto in passato parte della redazione. Qui, il mio grazie a quelli che ci lavorano attualmente e a tutti i manager passati e presenti in Class Editori.

E soprattutto grazie ai lettori, che ci seguono da 35 anni e a quelli che ci seguiranno per altri 35, sapendo che non leggeranno o ascolteranno mai fake news, né informazioni finalizzate agli interessi che non siano quelli degli stessi lettori. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai`



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