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ORSI & TORI

di Paolo Panerai
Milano Finanza - Numero 180 pag. 3 del 11/09/2021

L'ossessione della ripartenza. Mobili, design, architetti, filosofi, incontri e folla. Così è ripartita e riparte Milano nei giorni del Salone del mobile che anticipa di pochi giorni la settimana della moda.

Ma ripartire che cosa vuol dire veramente?

Il vantaggio è che si tratta di una parola alla quale ognuno, cittadino/a, politico/a, economista, filosofo/a, scienziati/e della medicina e dei big data, può assegnare il significato che vuole. Per lo starter dei 100 metri può voler dire che la precedente partenza non era valida. Per Roberto Mancini può voler dire ripartire da 5 a 0 dopo due pareggi. Per Papa Francesco ripartenza, può voler dire ricominciare a viaggiare dopo l'intervento in ospedale. Per gli americani (e anche per gli italiani e la Nato) ripartenza vuol dire ripartire dall'Afganistan…

Sì, i significati sono infiniti, ma in economia ripartenza vuol dire che il pil riprende a crescere. E per fortuna in Italia ha ripreso a crescere (+6%, secondo il bravo ministro Daniele Franco). Ma questo sostantivo ha veramente un uso ossessionante. Al punto che viene da pensare: ma io non riparto, rimango seduto sul water? Chi se ne frega della ripartenza. Può succedere, tanta è l'ossessionante uso di questa parola in tutti gli scritti, in tutti i discorsi.

In realtà il mondo e in particolare l'Italia dovrebbe ripartire da zero, tali e tanti sono i problemi irrisolti del paese. E stanno per arrivarne altri, non pochi per l'attuazione del Pnrr, il piano nazionale di ripresa (finalmente un sinonimo di ripartenza) e resilienza (“capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi o, in psicologia, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà”). Resilienza deriva dal verbo latino resilire, ovvero rimbalzare o saltare indietro. Ah no, saltare indietro no. Il Pnrr serve solo per saltare in avanti, per attuare la ripartenza.

Ma ripartenza è solo uno dei sostantivi (concettuali) che martellano il lettore o l'ascoltatore, ormai ossessionato dal sostantivo femminile sostenibilità e dall'aggettivo sostenibile. Se si mettono insieme le parole ripartenza e sostenibilità, si ha con due termini la fotografia della vita intorno a cui il mondo sta girando. Con una differenza: nonostante siano tutte e due parole inflazionate, la ripartenza la si vede a occhio nudo, mentre la sostenibilità, questa sì che si ammanta di mistero. E fosse solo il mistero. Purtroppo è anche e soprattutto illusione, come diceva la canzone “illusione, dolce chimera sei tu…”, cantata dal veterano Achille Togliani.

Se non sei sostenibile non hai diritto di cittadinanza; se non fai diventare sostenibile il tuo business non sei nessuno tu ed è dannosa la tua azienda; se non predichi la sostenibilità sei ghettizzato nell'epoca dell'eguaglianza reclamata di ogni sesso dell'essere umano, di ogni amore che nasce fra lo stesso sesso; se non offri prodotti finanziari e investimenti sostenibili puoi dover cambiare mestiere; se non hai azioni definite sostenibili rassegnati a perdere soldi…

Ma la parola sostenibilità e il suo aggettivo cosa vogliono dire veramente, oggi?

Può voler dire molte cose e ognuno può tirarle dalla sua parte come vuole. Una specie di contaminazione inarrestabile. Nella versione più concreta vorrebbe dire che qualsiasi atto, qualsiasi attività definita sostenibile contribuisce a migliorare le condizioni del Pianeta, colpito da malattie climatiche, da inquinamento dell'aria, dallo scioglimento dei ghiacciai del Polo, ma anche, nella forma sociale, vuol dire combattere perché il cibo non vada sprecato e sfami chi non ce l'ha; oppure inventare start up che consentono di migliorare la qualità della vita, oppure ancora (e questo è il top) sostituire l'energia che deriva dal fossile, cioè dal petrolio, destinato a esaurirsi e soprattutto inquinante, con la cosiddetta energia pulita. La maggior pare degli abitanti del pianeta hanno incominciato a capire di sostenibilità vedendo ricoprire i tetti con pannelli capaci di produrre energia con la luce del sole; e poi campi interi coperti di questi pannelli, che esercitano la loro funzione grazie al silicio, una terra rara di cui la Cina si è impossessata dei relativi giacimenti in Africa. Ma poi si è scoperto che il silicio è esso stesso inquinante. Quindi, meglio l'energia prodotta dal vento con grandi pali con in cima un'elica che gira e girando, come la dinamo delle vecchie biciclette che accendeva il faro perché accostato alla ruota aveva un coperchio dentato che girava insieme alla rota anteriore. E poi le stesse biciclette al posto dell'automobile o del motorino e i monopattini, che come le auto elettriche si ricaricano collegando una spina alla rete elettrica che porta l'energia nei sempre più numerosi distributori posti in vari punti delle città e anche in campagna.

Non vi è dubbio che quelle auto e quei monopattini siano sostenibili, ma l'energia che li ricarica come viene prodotta? Con il petrolio o il vento? Sia come sia l'inquinamento delle città può migliorare, ma non scomparirà fino a quando, a cominciare dalla fonte primaria, l'energia non sarà veramente pulita. Ed ecco l'ultima messa a punto di Eni con l'Mit: “l'energia che imita le stelle, cioè la fusione a confinamento magnetico, una tecnologia mai sperimentata e applicata finora a livello industriale; è una fonte energetica sicura, sostenibile e inesauribile che riproduce i principi tramite i quali il sole genera la propria energia, garantendone un'enorme quantità a zero emissioni, rappresentando una svolta nel percorso di decarbonizzazione” (Agenzia giornalistica Italia, di proprietà dell'Eni).

Il guaio comincia quando con la definizione di attività sostenibile di una azienda, i suoi titoli finiscono in fondi di investimento che consequenzialmente diventano sostenibili e ancora consequenzialmente il loro valore sale.

Come spesso o talvolta succede la combinazione fra un prodotto e un investimento finanziario in quel prodotto possono avere effetti di attrazione se sono definiti sostenibili; immediatamente il loro valore sale, ma avere la certezza che quel prodotto è realmente sostenibile secondo i canoni fissati dall'Onu, dall'Ocse e dall'Unione europea non è facile. I canoni sono sintetizzati in Esg, che sta per Environement, social and governance. Se riferito a investimenti in strumenti definiti Esg, si ritiene che l'investimento finanziario è più o meno sostenibile. E un investimento Esg esprime un giudizio sintetico che certifica la più o meno alta solidità di un emittente, di un titolo o un fondo dal punto di vista dell'impegno in ambito ambientale, sociale e di governance. E il loro valore sale perché il mondo vuole un mondo più sostenibile.

Ma gli azionisti e i vigilanti sono all'attacco della finanza definita verde. Dopo il caso Dow, indagata dalla Sec americana e da Bedin (un ente regolatore Forex nato in Germania) per capire se i suoi prodotti siano davvero sostenibili. E i dubbi crescono su un settore che vale 2.500 miliardi di dollari. Paradossalmente proprio negli Usa i criteri sono sostanzialmente deboli. Anche azioni che sono del settore inquinante come le energie fossili, il cemento, le miniere possono avere il loro green.

A far esplodere il caso Dow, secondo The Wall Street Journal, è stato un dirigente della società Dow, una società di gestione controllata da Deutsche Bank. Il manager ha raccontato che i criteri ufficiali di valutazione sono stati edulcorati. La smentita non è stata sufficiente a far crescere le vendite. Non si tratta di pochi dollari perché gli investimenti definiti Esg di Dow riguardano fondi per 450 miliardi di dollari.

A salvare la società controllata dalla banca tedesca, potrebbe essere stato un fatto sconcertante: negli Usa non ci sono criteri solidi per poter definire gli investimenti appunto Esg, criteri che abbiano una definizione legale.

Come sempre quando si crea una bolla (e non vi è dubbio che una bolla della sostenibilità esiste) i rovesci possono essere violenti. A provocare un ritardo di regolamento Esg ha contribuito in maniera decisiva la politica di Donald Trump e ora il presidente Joe Biden sta tentando di recuperare.

L'Unione europea è sicuramente avanti a tutti quanto a regolamento dei criteri Esg ai prodotti finanziari, ma come dice un vecchio detto “fatta la legge trovato l'inganno”. Per questo non conviene farsi prendere dall'entusiasmo incontrollato, dato che certamente l'impegno per salvare il Pianeta è molto sentito da sempre più cittadini. Troppo semplice conquistare appeal da parte di investimenti Esg per due motivi: per la partecipazione al salvataggio del Pianate, ma anche perché finora gli investimenti destinati alla sostenibilità hanno avuto sempre un trend ascendente e ciò per un altro motivo: perché chi offre e chi sottoscrive considera che nella corsa a salvare il Pianeta il fatturato e gli utili di investimenti dedicati cresceranno sempre di più.

Ma nonostante la selva cresca, la serietà per gli investimenti Esg è possibile accertarla. Le società che offrono prodotti finanziari e hanno maggiore coscienza richiedono il rating. Class editori è il singolo maggior azionista di Standard Ethics, la società più strutturata e essa stessa sostenibile, fondata cinque anni fa a Londra.

L'operazione più emblematica di come può funzionare il rating è stata realizzata recentemente da Standard Ethics con Snam, la società guidata da Marco Alverà che per primo ha lanciato il passaggio dal gas naturale all'idrogeno. Alverà ha prima richiesto a Standard Ethics il rating per l'intera società e poi per l'emissione di un prestito obbligazionario di 700 milioni di euro dedicato proprio all'idrogeno. Il regolamento del prestito che fissa il rendimento, prevede che il rendimento debba salire se calasse il rating della società Snam.

Recentemente, la Banca dei Territori di IntesaSanpaolo e Sace hanno stanziato insieme un fondo importante per finanziare 300-400 aziende che scelgono comportamenti Esg. Una scelta importante anche perché l'idea è che le società si sottopongano a certificazione delle loro attività sostenibili.

Sostenibilità, una parola magica e, come abbiamo visto oltre che inflazionata anche abusata. Siamo a una svolta ed è sempre più necessario, nel rispetto delle regole europee, che le aziende serie abbiano la volontà di far certificare la loro attività e se le società si rivolgono al risparmio pubblico devono anche essere disposte a sottoporsi all'ottenimento del rating.

Come si sa quello che non è green produce riscaldamento al Pianeta. Ecco come sintetizza la situazione del Pianeta il ministro della trasformazione ecologica: con la lucidità del grande scienziato, il professor Roberto Cingolani, prima direttore generale dell'Istituto di tecnologia di Genova ed editorialista del magazine Class, poi capo della ricerca di Leonardo in tutti campi della grande azienda presieduta da Alessandro Profumo e ora ministro della Trasformazione ecologica, non ha dubbi: “L'obiettivo è arrivare a produzione netta zero della Co2 nel 2050.Vale a dire che entro il 2050, bisogna non produrre più Co2 fra quella che produciamo a quella che intrappoliamo, arrivare a essere neutri. Sono 29 anni da oggi. Il piano di Recovery Fund dura 5 anni, quindi è la prima accelerazione, dopo ce ne saranno altri 24 in cui il paese e il mondo dovranno andare con le loro gambe alla decarbonizzazione totale entro il 2050. Questo è l'obiettivo per garantire ai nostri figli di poter vivere in un pianeta ancora gestibile. Se non saremo in grado, come dice il report Ipcc (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), la temperatura terrestre potrebbe aumentare non di un grado e mezzo o di due ma di tre-quattro. Avremo dei problemi di sostenibilità proprio dell'esistenza sul pianeta che diventerebbe una fornace, si tropicalizzerebbe nel Baltico e noi ci desertificheremmo”.

Mi pare chiaro che una vera azione per la sostenibilità è imprescindibile, è un obiettivo serissimo. Per questo è necessario che si faccia sostenibilità vera e non fasulla. A cominciare da quella del mondo finanziario che deve dare i mezzi per poter fare azioni concrete. Per questo deve diventare sostanzialmente un obbligo che le aziende e i loro prodotti si facciano certificare e che ottengano un rating come già succede per tutte le aziende quotate, che si sottopongono periodicamente alla valutazione di Standar&Poor, di Moodys o di altre società specializzate. Episodi come quelli di Dow non devono più succedere e gli Usa devono stabilire regole forti come ha fatto la Ue. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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