Quanto conta avere un presidente del consiglio che conta in Europa e nel mondo, perché autorevole, stimato e rispettato?
Sempre più spesso gli italiani si stanno accorgendo che il presidente Mario Draghi, mentre sull'Italia parla solo in conferenze stampa nelle quali risponde alle domande di vari giornalisti richiedendo non di rado di ripetere la domanda perché possa rispondere senza equivoci, sui temi internazionali, europei e del mondo fa dichiarazioni secche e pesanti anche senza essere interrogato.
Ma per la tragica vicenda dell'Afghanistan è tornato addirittura dalle ferie per concedere la sua prima intervista a una sola testata. E giustamente lo ha fatto con il Tg1 Rai, che se vogliamo è il più istituzionale dei media italiani, essendo di proprietà dello stato. In sintesi, Draghi ha detto che c'è il rischio di un «esodo di tipo siriano», ma che la linea deve essere «accoglienza» per chi ha collaborato con le forze occidentali e in particolare per i collaboratori del contingente italiano; che occorre «prevenzione» per i pericoli di terrorismo; che deve essere elaborato un piano «complesso» che richiede «coordinamento» in primo luogo da parte dei paesi dell'Unione europea, ma che un ruolo decisivo deve svolgerlo il G20, dove sono presenti anche la Cina, la Russia e altri
Paesi pronti ad accordarsi con i talebani per diretta convenienza.
Insomma, mancando pochi giorni alla fine del mandato di Angela Merkel ed essendo egli presidente del G20, ha parlato, come gli è congeniale, da leader di fatto della Ue e da presidente non silenzioso del G20, con la vicina riunione in Italia dei capi di stato e di governo. Non era mai successo che un capo di governo italiano potesse parlare in maniera così chiara all'Europa e agli altri paesi più importanti del mondo.
Una coincidenza, perché la presidenza di turno del G20 è italiana? Certo, è un elemento non trascurabile, ma non vi è dubbio che Draghi sia il governante italiano più autorevole, più determinato e più rispettato che il paese abbia mai avuto.
E c'è chi vorrebbe mandarlo al Quirinale, cioè a rivestire la carica istituzionale più importante del paese, ma anche limitata essenzialmente a un ruolo di garanzia, mentre l'Italia e il mondo hanno bisogno di un Draghi che può operare e non solo garantire.
Il Presidente Sergio Mattarella è sicuramente la persona che ha interpretato nel modo migliore il ruolo di garanzia che gli assegna la Costituzione. Non si esagera a dire che è un uomo di straordinaria trasparenza e impegno, che ha saputo, come pochi prima di lui, gestire una situazione esplosiva come quella uscita dalle ultime elezioni politiche. Si comprende che dopo sette anni di presidenza che si sommano a pesi enormi nel suo animo come quello dell'omicidio del fratello Piersanti e di attività come ministro e giudice costituzionale, senta il peso degli 80 anni appena compiuti e che sia stato non sincero ma iper-sincero nel dire che ritiene concluso fra pochi mesi il suo cursus honorum. Ma è anche una persona di così straordinaria lealtà e impegno, che se la richiesta di un secondo mandato, anche a tempo, gli verrà posta dalla maggioranza dei partiti, sarà probabile, molto probabile, che non si tiri indietro. E sicuramente lo farà con uno spirito diverso da quello che fece dire sì, desiderandolo, al suo predecessore Giorgio Napolitano.
Il presidente Mattarella fu eletto a sorpresa quando era dato per scontato che, anche sulla base dell'accordo del Nazareno fra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, il candidato certo fosse Giuliano Amato. Ma in un pomeriggio di quei giorni Renzi decise che Amato non gli andava più bene, conoscendone la sottigliezza intellettuale (non a caso chiamato Dottor sottile) e anche la capacità di occupare molti spazi politici.
Per caso ho assistito in un certo senso alla scelta di Renzi, perché uscendo di casa incontrai Marco Carrai, l'amico vero di Renzi, che ha l'ufficio di Milano nel palazzo accanto a casa mia. Dopo pochi minuti, squillò il telefono ed era Renzi che informava Carrai di aver scelto come presidente della repubblica il professor Mattarella. Sia Renzi che Carrai sapevano che sarebbe saltato il patto del Nazareno, con le conseguenze che poi si sono verificate sul referendum che avrebbe potuto cambiare la repubblica e che Forza Italia non votò proprio per la rottura sulla maggiore autorità dello stato.
Se non ci fosse stata quella rottura sull'accordo (o il presunto accordo) su Giuliano Amato presidente al Quirinale, probabilmente il destino dell'Italia, con la vittoria dei sì al referendum, probabilmente sarebbe cambiato in meglio, cambiando l'assetto dello stato,
Per fortuna, la scelta come presidente di Mattarella è stata una vera garanzia per il paese e il capo dello Stato con i suoi modi gentili e pacati è riuscito a tenere la barra dritta anche nei momenti più critici e a far arrivare a presidente del consiglio un uomo del valore di Draghi.
Non solo per il varo delle riforme necessarie al Pnrr, ma anche per tenere alto il prestigio dell'Italia nel momento in cui verranno al pettine le problematiche del debito, è fondamentale che Draghi resti presidente per il resto della legislatura. Con l'uscita dal governo tedesco di Angela Merkel, il vero riferimento anche per l'Europa è Draghi e lo si è visto appunto anche nella circostanza del ritorno al potere dei talebani. Nessun leader europeo, e non solo e non tanto perché Draghi è presidente di turno del G20, ha formulato con pochi concetti essenziali che cosa l'Europa e il numero maggiore di membri del G20 debbano fare per evitare il tradimento del popolo afghano e per evitare che il terrorismo ritorni a essere un pericolo immanente.
Il presidente Joe Biden ha detto, inopportunamente, che in fin dei conti la missione, dopo 20 anni, in Afghanistan era compiuta perché il terrorismo di Al Qaeda è stato sconfitto e Bin Laden era stato ucciso. Sorprende che un uomo della sua esperienza non metta nel conto che solo tagliando (e non sbarbicando) la pianta mortale del terrorismo, esso non ributti ancora più aggressivo.
Poi è noto che ben 6 miliardi di dollari di pil dell'Afghanistan vengono dalla coltivazione dei papaveri da oppio e quindi dall'eroina, che sta distruggendo milioni di vite nel mondo. In questi 20 anni di presenza in Afghanistan gli Stati Uniti avrebbero potuto riconvertirne completamente l'economia tagliando i redditi non solo al terrorismo ma anche alla malavita che rende quasi dementi milioni di giovani e meno giovani in tutto il mondo.
La presa di posizione immediata di Draghi, pur senza usare parole critiche verso Biden, ha corretto la rotta sbagliata che il presidente degli Stati Uniti ha scelto. Del resto, parole molto critiche sono venute anche dal generale David Petraeus, ex-direttore della Cia, eroe in Iraq, il quale ha dimostrato che il ritiro delle truppe è stato eseguito male e in maniera intempestiva; ma ha anche aggiunto che non è il momento delle polemiche: in primo luogo, vanno messi in sicurezza gli afghani, uomini e donne, che hanno collaborato con gli Usa e tutti i contingenti che hanno difeso Kabul. È lui che ha
evocato un'operazione tipo Dunkerque, quando le truppe anglo-francesi furono salvate via mare, perdendo tutto l'equipaggiamento e i materiali, ma evitando la cattura da parte dei tedeschi. L'ex-direttore della Cia auspica che sia attuato come prioritario il salvataggio di decine di migliaia di collaboratori delle truppe occidentali ora in pericolo assoluto di vita.
Sia come sia, è stato Draghi che, per primo, con lucidità ha tracciato le priorità assolute e cioè, giova ripeterlo «accoglienza» e «coordinamento», che il mondo occidentale deve compiere, non fidandosi affatto delle dichiarazioni del costituendo governo talebano che garantisce una transizione pacifica. Nel ricordo degli oltre 50 soldati italiani che hanno perso la vita in Afghanistan per una causa giusta, Draghi non ha esitato a usare la parola eroi. Occorre che quegli «eroi», altra parola chiave di Draghi, non abbiano perso la vita invano, come appare dal disastroso ritiro perché intempestivo e non organizzato. Basti dire che la Cia aveva previsto tre mesi per l'arrivo dei talebani a Kabul; invece sono arrivati in tre giorni.
C'è infine un altro valore che Draghi ha dimostrato in questa circostanza: l'indipendenza, parlando più che chiaro nonostante la sua vicinanza storica agli Stati Uniti.
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Può sembrare bizzarro passare da un evento drammatico e ricco di possibili sviluppi ancora più drammatici come la presa del potere del Talebani, per ritornare alle faccende solo italiane ed economiche. Ma Draghi, sia pure con l'aiuto di uomini competenti e fidati come il ministro dell'economia, Daniele Franco, e il nuovo amministratore delegato di Cdp, Dario Scannapieco, sa bene che il fronte italiano non può essere trascurato. E finalmente sembra siano state messe a punto, a parte il Pnrr, idee per salvare il cuore del sistema produttivo italiano, formato da milioni di pmi, mobilitando a loro favore almeno una parte, ancorché insufficiente, del risparmio italiano che per il 75% va all'estero.
«Minibond, potenziale da 100 miliardi», ha titolato questo giornale mercoledì 18. I minibond esistono da anni e da tempo avevano cessato di essere una promessa per finanziare le pmi; per alcuni critici erano addirittura morti. Ora c'è uno studio di Cdp, il braccio finanziario del governo, e del Politecnico di Milano che li rilancia ritenendo che con certi accorgimenti possano consentire di raccoglie oltre 100 miliardi di euro. Quasi la metà del Pnrr, e specificamente per la spina dorsale del sistema produttivo italiano che sono appunto le pmi sempre più in crisi di finanziamenti, visti i limiti posti dalla normativa europea alle banche, che storicamente erano arrivate a finanziare il 93% del fabbisogno.
Secondo lo studio Cdp-Politecnico di Milano nel solo meridione le imprese che potrebbero emettere minibond sono 3.603. Nel caso tutte sfruttassero questi strumenti per finanziarsi, le risorse a disposizione potrebbero aggirarsi attorno a 11,8 miliardi di euro e proiettando i dati raccolti, lo studio arriva a stimare una crescita del volume d'affari di 2,7 miliardi l'anno e la creazione, nell'arco di un triennio, di 1.680 posti di lavoro. Lo stesso calcolo applicato alle pmi del Nord e del Centro ipotizza un bacino di oltre 21mila emittenti, forti di un monte ricavi complessivo di oltre 281,5 miliardi.
Un maggior ricorso ai minibond o ai basket bond permetterebbe di raggiungere una raccolta potenziale di 92,5 miliardi, con una crescita del volume d'affari di 17,7 miliardi annui, contribuendo a triplicare la creazione di posti di lavoro.
La parola chiave della ricerca di Cdp-Politecnico di Milano è basket bond, cioè la possibilità che chi sottoscrive sottoscriva un basket di titoli di aziende diverse, riducendo così il rischio senza ridurre il rendimento.
Il momento per questo progetto è ancora più importante che nel passato, perché sono destinati, prima o poi, a finire i vari aiuti che il sistema pubblico ha garantito per l'emergenza Covid.
Ma come possono essere collocati i minibond o basketbond, essendo quello del collocamento e la presenza di un mercato secondario l'ostacolo maggiore del passato e del quasi fallimento di uno strumento essenziale per le pmi? Per fortuna Cdp e Politecnico hanno capito che va creato un vero mercato. Affinché ciò accada, scrivono la società più strategica dello stato e il più avanzato Politecnico italiano, «è necessario che la quotazione dei bond avvenga su un mercato strutturato per dimensione e caratteristiche delle pmi».
Lo studio non va oltre ma le alternative sono due: o viene creata una sezione speciale all'interno dell'Mts, il miglior mercato che ha la Borsa italiana dovendo rendere fluidi gli scambi dell'enorme quantità di titoli di stato del paese, ma appunto una negoziazione di un centinaio di miliardi scomparirebbe nel mare di Bot e Cct; oppure viene creata una sezione dell'Aim, nato proprio per la quotazione delle azioni delle pmi, e quindi sarebbe naturale anche per le obbligazioni relative, quali sono i minibond o i basketbond.
Da tempo è in programma una revisione del regolamento dell'Aim e l'associazione AssoAim, presieduta da Giovanni Natali, auspica che serva a snellire ulteriormente le procedure. Ma la modifica di regolamento è l'occasione buona per strutturare una linea di mercato dei minibond e dei basketbond, tanto più se il nuovo ad di Cdp, con la lunga esperienza che ha nel finanziamento delle imprese per tutti gli anni in cui è stato vicepresidente della Bei, si facesse promotore di un fondo o di un fondo dei fondi dedicato all'Aim e quindi anche ai minibond, sì da garantire in ogni caso la liquidità del mercato. Non servono cifre enormi, ma proprio la necessità di creare un market maker che oggi manca per l'Aim, mentre c'era nel vecchio mercatino della borsa fisica, dove ogni titolo doveva avere un agente di cambio o una banca che lo seguisse e lo rendesse liquido. Oggi né lo specialist né tantomeno il nomad hanno questa funzione, per cui gli investitori istituzionali, ma anche i privati, non di rado rischiano che l'investimento diventi irrealizzabile. Se questo lo avevano capito in Piazza Affari quando c'era la borsa fisica e una volta la settimana c'era il mercatino, non si capisce perché non debba esserci uno strumento creato da chi gestisce il grande risparmio postale (ed è importante azionista di Euronext) e che faccia, almeno fino al vero sviluppo dell'Aim, le vecchie funzioni degli agenti di cambio.
In gioco qui non sono soltanto i 100 miliardi dei possibili minibond, ma l'occasione per riattirare in Italia l'enorme quantità di risparmio che non trova sbocchi in un mercato principale con appena 238 società quotate. E naturalmente il nuovo regolamento Aim deve dare sicurezza agli investitori ma anche semplicità di quotazione alle aziende, sia che sia tratti di azioni, sia che si tratti di minibond e basketbond. Una strada i minibond per arrivare poi alla quotazione delle pmi.
Dottor Scannapieco, nel ruolo istituzionale che riveste, a Lei la parola e l'azione dopo l'utilissima analisi condotta insieme al Politecnico di Milano. (riproduzione riservata)
Paolo Panerai