C'è chi si meraviglia che il governo cinese abbia messo sotto controllo i giganti dell'hi-tech, cioè i gruppi che nel mondo occidentale sono stati ribattezzati Ott, letteralmente Over the top, cioè al di sopra del top. Diciamo che Pechino ha consentito a questi gruppi (Alibaba, Tencent, TikTok ecc.) di crescere e di raccogliere capitali in borsa, sia a New York che a Hong Kong, seguendo ciò che avevano fatto i tre ultimi presidenti degli Stati Uniti a governare per due mandati: Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama. Con una differenza, che i due presidenti democratici e uno repubblicano, hanno perfino finanziato la Silicon Valley, oltre a lasciargli la possibilità di crescere senza limiti, cioè senza mai far scattare le regole classiche dell'antitrust americano.
I governi cinesi non hanno dato finanziamenti, ma hanno lasciato che nascessero giganti enormi per poter avere gruppi competitivi con gli Ott americani. Ma appena hanno capito che il potere di questi gruppi stava diventando enorme, sono intervenuti non tanto con le norme antitrust che la Cina ha (ma di cui il governo di Xi Jinping non ha bisogno) ma con le metodologie tipiche di Pechino. Il primo a essere messo sotto
tutela è stato Jack Ma, il fondatore stramiliardario di Alibaba.
La Cina ha creato accoglienze di qualità, dove agli ospiti involontari, non manca niente; non sono prigioni ma una sorta di alberghi dove chi, parte della classe dirigente, ha sbagliato o esagerato vi trascorre settimane o mesi per meditare. Mi fece conoscere questa realtà il terzultimo ambasciatore a Pechino, Alberto Bradanini. Andammo anche a vedere da lontano questi edifici, in tutto veri e propri alberghi.
Il primo creatore di un Ott cinese è stato Jack Ma e lui è stato il primo a trascorrere due mesi a meditare, durante i quali dai giornali occidentali veniva indicato come scomparso dalla scena.
Ora sta per essere la volta dei fondatori di Tencent, che dopo avere creato il sistema di comunicazione WeChat, senza il quale è impossibile dialogare fra cinesi e con i cinesi, sono sotto critica perché hanno creato il più grande sistema dei videogiochi digitali del mondo.
Il segnale forte e chiaro è arrivato dal quotidiano Economic Information Daily, del gruppo Xinhua, che, erede dell'agenzia di informazione Nuova Cina, è il gruppo ufficiale per le notizie e i commenti. Con Xinhua, Class editori ha la partnership per il sito sulla Nuova via della seta, www.classxhsilkroad.it, e quindi possiamo contare su informazioni dirette, che in questi giorni però sono arrivate anche sui maggiori giornali del mondo occidentale. «I videogiochi? Oppio dello spirito, droghe elettroniche. Nessuno può essere autorizzato a svilupparsi in modo tale da distruggere una generazione», ha scritto il quotidiano economico di Xinhua. E nello stesso giorno Tencent ha perso il 10,57% a Hong Kong, seguito a ruota dalle altre aziende del settore: NetEase (-15,7%), Xd (-21,8%), Gmge (-15,6%).
Qualche oppositore ideologico della Cina potrebbe dire che la condanna del quotidiano di Xinhua e il suo sermone sull'effetto dei videogiochi nei confronti dei giovani è infondata? Non vi è dubbio che i videogiochi siano divertenti, tuttavia sono diventati uno strumento, certo non eticamente meraviglioso soprattutto per le nuove generazioni, e soprattutto un ennesimo canale di business incontrollabile. Sempre più usato anche in occidente per vendere qualsiasi tipo di prodotto, come ha documentato Class - il magazine per usare il futuro che esiste già.
Quindi un'azienda come Tencent, equiparabile a WhatsApp per il sistema chat in ogni forma, vocale, scritta ecc., è diventata una società con sviluppi in vari settori anche se sempre derivati dal digitale e perciò un reale dominatore in tutti i settori connessi che possono usare internet. Appunto con questo boom quasi monopolistico nei videogiochi e le connesse implicazioni non solo diseducative ma di potere nell' e-commerce. Del resto, nel nuovo piano quinquennale diffuso ieri dalla Cina si parla esplicitamente dell'«urgente necessità» di una legislazione aggiuntiva per governare i settori della tecnologia e dell'istruzione e anche per risolvere le questioni antitrust: servono nuovi quadri legali per l'economia digitale, la finanza su Internet, l'intelligenza artificiale, i big data e il cloud computing per garantire che «nuovi modelli di business si sviluppino in modo sano».
Non è casuale che la stessa analisi sia stata compiuta nei confronti degli Ott negli Stati Uniti dall'attempato ma determinato presidente Joe Biden. Come è già stato analizzato in queste pagine, la moderna analisi sul potere dei grandi gruppi Ott è stata compiuta da Lina Khan, che il presidente Biden ha messo a capo del dipartimento antitrust del trade, cioè del commercio.
Lina Khan ha capito che Amazon con prezzi bassi, Google e Facebook con tutto gratis hanno puntato a creare sistemi praticamente inattaccabili, in quanto hanno costruito attività collaterali come il cloud, i trasporti, le informazioni via Alexa, le serie televisive (Amazon); il sistema operativo Android più diffuso nel mondo, Youtube e mille altre diavolerie (Google); il sistema per postare messaggi e creare aggregazioni, Instagram e soprattutto WhatsApp (Facebook). Tutti sistemi oltre ad altri che non sto a elencare che, oltre a essere barriera di entrata a concorrenti, sono tutti finalizzati alla raccolta di big data e all'acquisizione di profili degli utenti da usare per ogni tipo di attività, anche durante le elezioni politiche in vari paesi, come dimostra lo scandalo, acclarato, di Cambridge Analytica, sia in Italia che altrove. Quindi, controllo dei mercati per fare soldi ma anche per avere potere pari o superiore ai governi, potendo indirizzare l'opinione pubblica, come ha sperimentato Facebook con due algoritmi, uno per deprimere e l'altro per esaltare gruppi presenti sul sistema fondato da Mark Zuckerberg (le prove sono presso la National Academy of science americana).
A stimolare le due maggiori potenze del mondo a ripristinare i principi fondamentali dell'antitrust, diventati ancora più pregnanti con l'analisi di Lina Khan con il suo libro Il paradosso Amazon, è stata per una volta l'Europa, dove all'Ue c'è una donna determinata come Margrethe Verstager, ex viceprimo ministro danese. Dopo aver affrontato il tema quando era semplice commissario nel precedente esecutivo europeo, da due anni come vicepresidente della commissione è partita in quarta contro i monopoli degli Ott. E ha preparato due decreti fondamentali per poterli affrontare. Il suo attivismo, in una Europa con più cultura e più solidità democratica, ha per fortuna contagiato i governi di Usa e Cina. Perché il virus degli Ott contro la democrazia è come il Covid: se non si opera a livello globale, Amazon, Facebook, Google e anche altri troveranno sempre una via per sfuggire a una politica di rispetto della privacy e di riequilibrio delle ricchezze.
Per quanto riguarda la democrazia già con il precedente parlamento europeo, la Verstager aveva contribuito in maniera decisiva alla direttiva per il rispetto del copyright, in modo che gli Ott paghino il giusto compenso a chi produce contenuti dell'ingegno, quindi giornali, libri, produzioni video, musica e via dicendo.
A questa disposizione il primo singolo paese a reagire è stata la Francia, che ha tradotto in legge la direttiva. Immediata la risposta di Google che sulle notizie acquisite gratuitamente ha realizzato fatturati
pubblicitari spaventosi (solo in Italia 1,5 miliardi) tutti sottratti ai giornali. In Francia Google ha cercato di dividere subito gli editori, accordandosi con i principali tre quotidiani nazionali, Le Figaro, Le Monde e Libération, lasciando a friggere tutti gli altri riuniti nell'Alliance de la presse.
Ora anche il governo italiano ha messo a punto il testo della legge per inserire nella normativa italiana i contenuti della direttiva europea. Ma la lobby tremenda di Google è già partita, prima concludendo alcuni accordi singoli e ora cominciando a sparare bordate di varia natura. «Il prossimo mese, dedicato alla conversione, sarà terribile per lo scontro che Google condurrà», spiega Fabrizio Carotti, direttore generale della Fieg, che ha preparazione da avvocato. E infatti ecco qua le prime iniziative.
Il governo Draghi è stato fin dall'inizio ben consapevole dell'importanza di un tale provvedimento e sia pure con ritardo è arrivato a definire un testo che rispetta in pieno lo spirito della direttiva. Ma guarda caso, proprio nell'imminenza dell'approvazione da parte del Consiglio dei Ministri è partita anche in Italia la lobby di Google & c. È bastato leggere la pagina delle opinioni del Corriere della sera di mercoledì 4 agosto 2021. Titolo: «Copyright, news digitali: decreto da ripensare». Firmato: Giuseppe Colangelo, professore aggiunto di diritto dell'economia all'Università della Basilicata.
Non è passato un giorno e, anche se non nelle pagine dei commenti ma in quelle dell'economia, nuova opinione sul tema e il titolo «Copyright, il titolo non va annacquato». Firmato: Gustavo Ghidini, allievo del grande Adriano Vanzetti alla cattedra di diritto industriale ed emerito professore dell'Università di Milano (di fatto il guru della materia, dopo il suo maestro) e Valeria Falce, Jean Monet professor in Eu innovation policy e componente del team dei consulenti del ministro per la transizione digitale, Vittorio Colao.
Nella logica di un giornale libero, il Corriere della Sera ha tirato un colpo (duro) alla botte e uno al cerchio: probabilmente ha pesato da una parte il fatto che da tempo il Corriere ha concluso un accordo economico con Google, ma la coscienza dell'editore professionale Urbano Cairo e del direttore galantuomo Luciano Fontana evidentemente si è fatta sentire e con il secondo articolo è stata tentata una correzione.
Ma con perfetta sintonia, la macchina lobbistica googoliana, il giorno seguente, venerdì 6 agosto, ha prodotto un'altra performance: questa volta su Il Sole-24 Ore, già da tempo con un contratto firmato con Google e con in consiglio d'amministrazione il capo in Italia del monopolista del search, Fabio Vaccarono. Nella pagina dei commenti, un docente della ben poco conosciuta Università europea di Roma, ha replicato sostanzialmente il primo articolo pubblicato dal Corriere, sia pure con un titolo più neutro (Diritto d'autore, le direttive Ue e le soluzioni italiane). Ma dopo poche righe: «…Destano più di una perplessità le modalità con cui l'Italia ha recepito le direttive più importanti dell'Europa». Insomma, un secondo tentativo di rompere il fronte degli editori italiani, e di creare confusione nel momento in cui il testo del governo stava per approdare in parlamento.
Ha ragione l'Avvocato Carotti: sarà un mese infernale. Ma per fortuna a Palazzo Chigi hanno capito che la battaglia è decisiva per la democrazia, che non può fare a meno di un'informazione professionale e verificata, mentre i signori Ott sono i creatori e i diffusori di fake news, arrivate al 60% delle notizie sulla rete, che vanno direttamente contro la democrazia. (riproduzione riservata)
Paolo Panerai