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Milano Finanza - Numero 119 pag. 1 del 18/06/2022

Con Mario Draghi a Francoforte non sarebbe successo.

Quando il 26 luglio 2012 pronunciò a Londra la famosa frase Whatever it takes (che non vuol dire solo «Tutto ciò che è necessario» ma anche «Costi quel che costi») sapeva bene che nel direttivo della Bce di due giorni dopo avrebbe avuto il voto contrario del terribile presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, braccio destro di Angela Merkel anche nel partito. Ma tirò diritto come pensava fosse necessario, essendo possibile nella Bce decidere a maggioranza. Christine Lagarde, che ha preso il posto di Draghi, non ha la stessa tempra e determinazione, pur essendo una donna che non ha avuto imbarazzi in una intervista a spiegare che lei, pur avendo

superato di sei anni la sessantina, non rinuncia a rapporti frequenti con il suo secondo marito.

Draghi sapeva benissimo che quando nella conferenza stampa dopo la riunione avrebbe reso pubblico che la Bundesbank aveva votato contro, i mercati avrebbero reagito negativamente e infatti così avvenne, tanta allora era la forza della Banca centrale tedesca e la sua totale contrarietà a una politica come quella di moltiplicare la creazione di moneta comprando tutti i titoli di stato e anche corporate che era necessario. E infatti al telefono mi spiegò di aspettare a pensare che la caduta dei mercati sarebbe continuata: aspettate l’apertura dell’America. Chiaramente aveva concordato la decisione con la Fed e infatti l’apertura di Wall Street capovolse la situazione anche in Europa.

La presidente Lagarde, invece, cercando l’unanimità e per questo essendo costretta a decretare la fine degli acquisti di titoli voluta sicuramente dalla nuova rappresentante tedesca nella banca, Isabel Schnabel e dagli altri paesi frugali, la presidente francese ha fatto scatenare un vero bagno dei mercati. Non escludo che il repentino cambiamento, con la decisione del giorno dopo, mercoledì 15, di annunciare uno scudo a protezione degli spread, sia frutto di un preciso suggerimento di Draghi a Fabio Panetta che rappresenta l’Italia nella Bce. Sia come sia, il realismo ha vinto, sia pure in ritardo sul rigorismo, ma da quanto è accaduto in poche ore a Francoforte dovrebbe deve far capire all’Italia, il paese iper indebitato rispetto a tutti i grandi, che non si può solo contare sulla resipiscenza della Bce.

E’ sicuramente per questa consapevolezza che ha ricevuto immediatamente adesioni, numerosissime e prestigiose, il doppio appello lanciato da MF-Milano Finanza sabato scorso per il Tagliadebito, vendendo immobili pubblici, e per la valorizzazione del risparmio italiano, che secondo il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco è investito solo per il 5% nelle attività produttive italiane.

Come fece 10 anni fa a Francoforte, il presidente Mario Draghi dovrebbe (deve, se è consentito usare l’imperativo), affrontare sia il Tagliadebito che l’incentivazione all’impiego in Italia, nel sistema produttivo, dell’enorme risparmio degli italiani, secondo solo a quello giapponese. Rimangono quasi 12 mesi alla vita del suo governo, e solo Draghi può compiere atti così tanto decisivi per il futuro del paese. Non può essere che 10 anni in più ne abbiano ridotto la determinazione, rafforzata da una competenza unica in materia, visto anche che il suo primo consigliere economico, Francesco Giavazzi, per anni promotore sulle pagine del Corriere della Sera (e non solo) del miglioramento del debito pubblico attraverso il taglio della spesa pubblica, appare ora convertito, dopo questi mesi, a constatare che tagliare la spesa pubblica in questo momento è impossibile e che quindi si debba tagliare il debito con atti straordinari di vendita di quel patrimonio immobiliare che Carlo Messina ha definito improduttivo, facendo contemporaneamente crescere il denominatore con una azione che moltiplichi gli investimenti del risparmio italiano nel sistema produttivo italiano.

È oltretutto indecoroso che uno dei tre paesi guida dell’Europa abbia un mercato borsistico che per numero di società quotate e di capitalizzazione (se si escludono le banche) è pari a quello di paese sottosviluppato e senza risorse finanziarie, che invece nella penisola sono enormi per la capacità degli italiani di risparmiare.

Suvvia, Presidente Draghi, colga al volo la disponibilità della prima banca d’Italia, Intesa Sanpaolo, ma anche della seconda a fare fondi per vendere gli immobili superflui. Si leggano le parole del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che è un liberale come Lei, a proposito della disponibilità di tutto il sistema bancario a far uscire l’Italia da questa situazione imbarazzante e pericolosissima di paese super indebitato con però la riserva di un risparmio enorme. Faccia come qualsiasi capo azienda che ha debiti superiori del 100% al fatturato e che mette mano alla vendita di beni non indispensabili per ottenere nuovo credito utile allo sviluppo.

* * *

Ma Draghi ha il prestigio, l’intelligenza e la credibilità per compiere un altro atto fondamentale dopo il suo viaggio in treno a Kiev con Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Accettare la proposta, riteniamo già formalizzata attraverso i canali diplomatici, del presidente cinese Xi Jinping per un incontro a Pechino. Per il momento è previsto in autunno un viaggio in Cina del ministro degli esteri, Luigi Di Maio, in occasione del Summit dell’import in Cina, ma il vertice massimo del paese che si avvia a essere il primo al mondo ha consapevolezza che il ruolo di Draghi può essere molto importante per cercare di arrestare la prorompente entrata del mondo in piena guerra fredda.

Il presidente del consiglio è uno dei più solidi atlantisti che siano al governo nel mondo occidentale, ma ha anche una forte esperienza della complessità del mondo, per aver servito per alcuni anni come consigliere esecutivo della Banca mondiale, dove alla fine c’era anche allora il confronto diretto fra i vari blocchi nell’assegnazione dei finanziamenti ai paesi poveri prima che partisse la globalizzazione. Globalizzazione che ha permesso a paesi ricchi e paesi poveri di migliorare la qualità della vita. Nel board della Banca mondiale non si poteva non imparare l’arte sottile della diplomazia, che Draghi unisce alla determinazione. È sicuramente il più credibile capo attuale di governo del mondo occidentale agli occhi

degli americani, particolarmente in una situazione critica in questo momento.

L’idea cinese è poi che in fin dei conti l’Italia è l’erede dell’impero romano che per vari secoli si è confrontato con il vecchio impero cinese. E i cinesi attribuiscono molta importanza a chi è portatore di una storia millenaria, anche senza andare a scomodare Marco Polo e Padre Matteo Ricci.

Da quanto si è potuto accertare, i cinesi che avevano scelto per la loro carta costituzionale, come del resto i russi, un caposaldo delle costituzioni dei paesi a lunga democrazia, cioè la limitazione a massimo due mandati consecutivi della suprema carica dello stato, hanno due anni fa modificato la costituzione eliminando il limite, anche se in maniera assai più lineare di quanto abbia fatto Vladimir Putin che ha usato il trucco di far eleggere dopo i suoi due mandati capo dello stato un suo giovane adepto, che era primo ministro, diventando egli stesso Putin primo ministro, per poi tornare capo dello stato una volta finito il mandato del giovane ex-primo ministro. In conseguenza della modifica costituzionale, l’anno che viene il presidente Xi Jinping potrà essere riconfermato per il terzo mandato. La scelta è stata compiuta anche per avere un vantaggio competitivo rispetto agli Usa, dove, come è avvenuto con Donald Trump, il potere di quattro anni può essere anche troppo per distruggere, sicuramente non sufficiente per costruire. Poter pianificare a lungo termine in un momento come questo di rivoluzione tecnologica e di rivoluzione delle relazioni internazionali, potrà essere un ulteriore fattore di vantaggio per la Cina, anche se la cancellazione di quel principio base dell’alternanza può riconfermare le caratteristiche di paese autoritario.

Sia come sia, la Cina si sente oggi il Paese più forte nel mondo, anche per la evidente crisi americana. La saggezza millenaria di quel Paese fa percepire, dai contatti con i vertici del paese, che essendo così forti e istituzionalmente compatti debbano fare loro un gesto distensivo verso l’America. E si comprende che a loro giudizio le persone più adatte siano due italiani, il capo del governo Draghi o il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Del resto a Pechino ricordano bene che dopo la politica del ping-pong ispirata da quel genio della diplomazia che si chiama Henry Kissinger e attuata dal presidente Richard Nixon, il gesto più concreto verso la cooperazione alla fine degli anni ‘70 lo fece l’Italia aprendo per prima una linea di credito stand by equivalente a 2-3 miliardi di euro di oggi per far acquistare prodotti italiani, grazie alla geniale intuizione del ministro del commercio estero ed ex-dg di Bankitalia, Rinaldo Ossola. Il ministro italiano, a sottolineare l’importanza del gesto, fu ricevuto tre volte in una settimana (lui responsabile solo del commercio estero) dal vicepresidente e fondatore della Nuova Cina, Deng Xiaoping. E tutte e tre le volte Deng, che non ha mai voluto diventare presidente pur avendo avuto tutti i poteri, ripetè a Ossola (e anche a me, nella breve intervista che potetti fargli) che la Cina aveva scelto di rimanere un Paese socialista ma con gli strumenti del capitalismo. Per gli Stati Uniti doveva essere e deve essere un valore importante che il Paese della rivoluzione maoista avesse scelto e continui a usare strumenti del capitalismo.

Il fatto è che usando quegli strumenti la Cina in questi oltre 40 anni ha sconfitto non solo la fame per 1,3 miliardi di cittadini, ma ha anche conquistato grandi primati frutto certo della globalizzazione e quindi della decisione di aziende come Apple di produrre i più sofisticati device in Cina, permettendo al sistema tecnologico cinese di progredire. Un altro fattore decisivo e tuttora in essere, mentre Apple sta decidendo, probabilmente anche per suggerimento del governo americano, di traferire la produzione in Vietnam, è data dall’apertura delle università americane a milioni di studenti cinesi. È stata questa una nobile decisione americana oltre che un vantaggio economico per gli atenei, e c’è da augurasi, nel clima di guerra fredda che sta montando, che le porte di Harvard, dell’Mit, di Stanford non siano chiuse agli studenti dagli occhi a mandorla, rivelatisi ogni anno fra i più bravi dei corsi.

Questa trasmissione di sapere e di cultura, è la più efficace medicina perché progressivamente il socialismo-comunismo cinese diventi sempre meno autoritario.

Gli effetti positivi ci sono già, proprio perché ai vertici cinesi, parlando in confidenza, si percepisce la consapevolezza che ora, con la forza raggiunta, è la Cina che deve essere più comprensiva, mentre in America cresce il convincimento che entro la fine del decennio Pechino vorrà riconquistare Taiwan, che è storicamente territorio cinese entrato sotto l’influenza americana quando, durante la guerra civile fra Mao e i nazionalisti, gli Usa aiutarono Chiang Kai-shek a riparare nell’isola.

Per evitare che si ripeta un nuovo scontro (la Cina non sembra avere nessuna intenzione di usare le armi) come quelli che hanno portato la Russia all’invasione dell’Ucraina, serve un mediatore autorevole che spieghi all’uno le ragioni e gli obbiettivi degli altri. A Pechino pensano che Draghi potrebbe essere questo mediatore ideale, perché gode della piena fiducia degli Usa e del mondo economico occidentale, ed ha sufficiente autorevolezza per ritornare alla politica della globalizzazione sia pure rivista e corretta. Se accadesse, il mondo del futuro sarebbe sicuramente migliore di quanto sia oggi. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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