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Boom di milionari grazie al bitcoin
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Ogni 8 ore nel mondo una persona diventa milionaria grazie al bitcoin. E due italiani sono plurimiliardari

31 ottobre 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 21:16

Il numero di cripto-milionari nel mondo ha superato quota 241 mila, di cui 69 mila nati nell’ultimo anno. Ma la volatilità estrema di questi strumenti rende i patrimoni molto effimeri: la loro epopea continuerà?

Nell’ultimo anno sono nati otto cripto-milionari ogni ora. Un numero impressionante, fotografato da una ricerca della società di consulenza americana Henley & Partners, che racconta più di ogni altra statistica la metamorfosi epocale di come si crea oggi la ricchezza nel mondo. In appena 12 mesi, trainati dalla corsa (apparentemente) inarrestabile del bitcoin e delle altre divise digitali, più di 69 mila persone hanno superato il tetto del milione di dollari grazie agli investimenti in divise digitali, con un tasso di crescita annuo del 40%. E otto persone sono riuscite perfino a diventare miliardarie (portando il totale a quota 36).

Ci sono anche due italiani

Tra i cripto-miliardari spiccano due italiani: Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino. Il primo è presidente, co-fondatore e maggiore azionista di Tether, la società che emette Usdt, la stablecoin più diffusa al mondo; il secondo è il suo ceo. Circolano stime che valutano Tether ben 500 miliardi di dollari. Se così fosse Devasini diventerebbe il quarto uomo più ricco del mondo con circa 250 miliardi mentre Ardoino sarebbe comunque ben posizionato con 100 miliardi.

L’epopea tragicomica di un cripto-miliardario mancato

Ai due italiani è andata decisamente meglio di Jeremy Sturdivant, il giovane inglese che nel 2010 ricevette 10 mila bitcoin per due pizze da 40 dollari dalla leggenda del mondo cripto Laszlo Hanyecz, oggi è diventata realtà. All’epoca Sturdivant usò la (modesta, per i valori di oggi) plusvalenza generata dalla vendita dei suoi bitcoin per fare un viaggio in America con la fidanzata. E pensò anche di aver vinto alla lotteria, visto che in cambio di due pizze si era potuto permettere il grand tour transatlantico.

Oggi, a distanza di 15 anni, Sturdivant avrebbe la bellezza di 1 miliardo e 80 milioni di dollari, e rientrerebbe di diritto nella stretta cerchia dei cripto-miliardari e perfino in quella (un po’ più ampia) dei miliardari tout-court. Sturdivant definì il viaggio in America «l’errore più grande della mia vita». Ma la sua storia, vista con le lenti del mercato di oggi, assume oggi un significato molto più profondo che travalica i confini del semplice aneddoto.

Una corsa difficile da prevedere

Chi avrebbe potuto immaginare, 15 anni fa, che un esperimento nato nel sottobosco dei forum nerd americani, senza nessun sottostante, disancorato (per sua stessa vocazione) dalla finanza tradizionale, sarebbe arrivato a valere oltre 3.300 miliardi di dollari e avrebbe dato vita a una nuova generazione di oltre 242 mila Paperoni? E chi avrebbe potuto immaginare che il presidente degli Stati Uniti in persona sarebbe stato il primo sponsor di queste valute digitali, tanto da promuovere lui stesso una memecoin (Trump, per l’appunto) che oggi capitalizza circa 1,6 miliardi ed è la cinquantesima più grande al mondo?

Le criptovalute, complice la benevolenza politica statunitense, sono ormai un asset istituzionalizzato a tutti gli effetti. E come tale, un veicolo di ricchezza reale. Ma lo scetticismo rimane alto, soprattutto per un motivo: a differenza dei milionari e miliardari del passato, che fondavano le loro dinastie e i loro patrimoni su asset tangibili come fabbriche o banche, i nuovi ricchi del mondo cripto lo sono diventati grazie a strumenti digitali privi di valore d’uso, altamente volatili e dalla componente speculativa elevatissima.

Maneggiare con cura

Basta lanciare una simulazione con lo strumento di backtest online Curvo per rendersi conto della portata del fenomeno: un investitore che avesse scommesso, dieci anni fa, 10 mila euro in un Etp sul bitcoin fisico (che, per inciso, all’epoca in Europa ancora non esisteva) oggi si ritroverebbe in portafoglio un ipotetico patrimonio di 4,5 milioni. Ma al prezzo di una volatilità, espressa dalla deviazione standard, del 73%: praticamente gioco d’azzardo. Nello stesso lasso di tempo lo stesso investimento sul Nasdaq avrebbe moltiplicato il capitale iniziale di oltre cinque volte, portandolo a 52 mila euro. Con una volatilità (comunque alta) pari al 18%.

La morale della storia

Cosa insegnano questi numeri? Che finora il gioco delle criptomonete ha premiato. Generando l’aspettativa che si possa davvero diventare milionari investendo solo in bitcoin e nei suoi fratelli. Ma il gioco rimane molto pericoloso e va maneggiato con cura. Anche se con l’endorsement di Trump, e la luna di miele con il risparmio gestito tradizionale, l’epopea dei cripto-Paperoni potrebbe ancora essere lontana dai titoli di coda.

D’altronde, e anche questo è un dato di fatto, per avvicinarsi all’investimento in criptovalute usando i canali della finanza tradizionale le occasioni non mancano: per investitori europei esistono ben 85 Etp (la macro-categoria degli Etf) che hanno le cripto come sottostanti. Il più grande, un comparto di Coinshares sul bitcoin fisico, gestisce oggi 1,7 miliardi di euro di masse. (riproduzione riservata)



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