In un mercato del risparmio gestito italiano in fase di piena trasformazione, tra spinte al consolidamento e ricerca di masse critiche, torna centrale il tema della creazione di un vero campione nazionale capace di competere su scala europea e globale. Un processo ancora incompiuto, ma inevitabile in un settore frammentato e altamente competitivo. In questo contesto si inserisce la visione di Fabrice Chemouny, head of International Distribution di Natixis Investment Managers, ovvero responsabile della strategia di sviluppo del gruppo in Europa, Asia, Africa e America Latina. In questa intervista concessa a MF-Milano Finanza a Parigi nel corso del Natixis Im thought leadership summit 2026, Chemouny analizza le dinamiche globali dell’industria, il ruolo strategico dell’Italia e le implicazioni del mancato accordo con Generali, proprio alla luce della possibile nascita di un grande polo nazionale del risparmio.
Domanda. Il vostro modello di distribuzione globale è spesso citato come un punto di forza. Come sta evolvendo?
Risposta. Il modello è uno dei pilastri della nostra crescita ed è anche uno dei motivi per cui Generali aveva guardato con interesse a una partnership con noi. Abbiamo una struttura semplice ma efficace: due piattaforme - una negli Stati Uniti e una internazionale - e 22 sedi nel mondo che operano come un punto di accesso unico a tutte le competenze delle nostre 16 società di gestione ciascuna specializzata in una certa asset class. Nel 2025 abbiamo avuto una raccolta netta globale di 40 miliardi di euro, in linea con il 2024, risultati molto positivi considerando che oggi la maggior parte della raccolta va alle gestioni passive mentre noi siamo concentrati sulla gestione attiva.
Negli ultimi anni abbiamo inoltre rafforzato molto la componente dedicata al retail, accanto alla nostra storica attività per gli investitori istituzionali. Questo perché il tema del risparmio previdenziale sta diventando sempre più centrale: i sistemi pensionistici sono sotto pressione e cresce il bisogno di gestione del risparmio a livello individuale.
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D. Quale ruolo gioca l’Italia nella vostra strategia europea?
R. L’Italia è uno dei cinque mercati chiave per la nostra crescita in Europa, insieme a Francia, Regno Unito, Germania e Svizzera. E quest’anno il mio primo viaggio che ho fatto è stato proprio in Italia. È un mercato molto competitivo, ma anche molto dinamico. Negli ultimi anni abbiamo probabilmente avuto risultati inferiori rispetto al nostro potenziale, da ultimo anche a causa dell’incertezza legata al progetto con Generali.
Oggi però quella fase è superata. Il messaggio che stiamo portando ai clienti italiani è molto chiaro: siamo tornati, siamo pienamente operativi e pronti a crescere in modo autonomo. I segnali sono già positivi: dall’inizio dell’anno i flussi sono ripresi. Stiamo inoltre rafforzando la presenza locale: accanto a Milano, apriremo un secondo ufficio a Roma, con focus sugli investitori istituzionali.
D. Il mercato dovrebbe leggere la decisione di non procedere con la joint venture con Generali come un evento isolato o parte di un più ampio riposizionamento della vostra strategia internazionale?
R. Va vista per quello che è: un’opportunità di accelerazione che non si è concretizzata, non un cambio di strategia. Noi avevamo già un piano industriale definito. La partnership con Generali avrebbe potuto accelerarne l’esecuzione, soprattutto sugli asset privati, grazie alla sua forza di bilancio. Dall’altra parte, Generali era interessata al nostro modello basato su diverse società di gestione specializzate, e alla nostra distribuzione globale. Poiché il suo modello multi-boutique è nascente, ha meno di dieci anni, il gruppo voleva beneficiare della nostra esperienza e anche fare affidamento sulla nostra distribuzione internazionale. Non ha funzionato, ma questo non cambia la direzione. Continuiamo a eseguire il nostro piano e a crescere. In Italia siamo ripartiti pienamente.
D. Ci sono opportunità specifiche nel Paese?
R. Stiamo osservando cosa farà il mercato italiano in termini di consolidamento. Se guardiamo ad altri Paesi, come la Francia, vediamo pochi grandi player forti e ben posizionati a livello internazionale, ci siamo noi, Amundi, Bnp Paribas. In Italia questo questo processo è ancora incompleto. La fase di concentrazione è in corso e ha una sua logica, un’esigenza evidente: creare un campione nazionale del risparmio capace di competere su scala globale. Penso sia molto importante per gli italiani avere un campione locale. Dal nostro punto di vista, non è oggi una priorità fare operazioni, anche perché le transazioni cross-border sono complesse, come abbiamo imparato. Ma è evidente che il mercato si stia muovendo in quella direzione. Se c’è qualche opportunità, naturalmente la osserveremo. Ma oggi posso dire che questo non è l’obiettivo principale. Per essere chiari continuiamo a eseguire il nostro piano.
D. Gli investitori italiani hanno caratteristiche specifiche?
R. Non si distingono in termini di aspettative: sono esigenti come tutti i clienti globali, soprattutto sulla performance. La peculiarità italiana è la struttura del mercato, più decentralizzata rispetto ad altri Paesi come la Francia. Non basta presidiare Milano. Bisogna essere su tutto il territorio, e questo stiamo facendo, rafforzando contatti diretti e presenza locale.
D. Come sta evolvendo la domanda degli investitori nell’attuale contesto di mercato?
R. Prima di tutto, vale la pena ricordare da dove veniamo. Il 2024 è stato un anno ottimo per noi e il 2025 sta confermando questa traiettoria: siamo cresciuti in tutte le aree – Stati Uniti, Europa, Medio Oriente e Asia. Il punto chiave è il nostro dna: gestione attiva e, soprattutto, basata sulle convinzioni. In un contesto caratterizzato da volatilità e incertezza geopolitica, il semplice trend following, ovvero seguire gli indici, non basta. I clienti chiedono scelte e capacità di lettura dei rischi. Questo spiega perché, nonostante il predominio dei flussi passivi, abbiamo avuto due anni consecutivi di forte crescita degli asset: quando aumenta l’incertezza, la gestione attiva torna centrale. E nel secondo semestre lanceremo i nostri primi Etf attivi.
D. Tra guerra e rischi di inflazione che sentiment state osservando a livello globale?
R. Da fine febbraio c’è stato un cambio netto: prima flussi verso il rischio e l’azionario, poi maggiore cautela a causa delle tensioni geopolitiche. Gli asset privati, come real estate e private equity, hanno rallentato, mentre il private debt solleva interrogativi di liquidità. Questo ha favorito il reddito fisso tradizionale, poiché presenta maggiore visibilità e liquidità per gli investitori. (riproduzione riservata)