
Quando si dice avere il complesso di essere fra gli uomini più ricchi del mondo nonché molto potenti, oltre che convinti, se sono anche editori (impuri), che in politica non si debbano dare consigli. È il ritratto sintetico di Jeff Bezos, fondatore e proprietario del gigante Amazon e da alcuni anni improprio editore di quello che è stato il giornale più importante degli Usa, più potente perfino del New York Times, cioè The Washington Post.
In un suo articolo direttamente sul Post, Bezos ha sostenuto che i giornali non dovrebbero indicare per chi votare come presidente degli Stati Uniti. E infatti, in quanto proprietario, egli ha comunicato che a questa tornata elettorale fra Donald Trump e Kamala Harris, per la prima volta nella sua storia, il giornale che svelò il più grande scandalo della politica americana, lo scandalo Watergate, facendo saltare il presidente Richard Nixon, non darà indicazione di voto.
E bravo Mr. Bezos, in questo modo lei vuole far credere che il Post è imparziale, o meglio che lei è imparziale e per sostenerlo si arrampica su pendii pericolosi, seguito dal suo collega miliardario, Patrick Soon-Shiong, proprietario del Los Angeles Times, il quale ha ugualmente proclamato la neutralità del giornale per la presidenza.
La grande Katharine Graham, ex-proprietaria del Post, si sta rigirando nella tomba. Infatti, comunicare urbi et orbi che non si vuole dare una indicazione di voto sul prossimo presidente degli Usa, non è altro che la dimostrazione di non essere editori indipendenti ma editori opportunisti, che editano il giornale solo per avere potere clientelare. E poiché ogni indicazione di voto, negativa o positiva, va motivata e spiegata, specialmente quando il risultato elettorale è molto incerto, per evitare di essere penalizzati se a vincere fosse il candidato che non è stato indicato dal giornale, allora, meglio tacere. Così, dopo, si ha l’opportunità di salire sul carro del vincitore, chiunque sia dei vari candidati (in realtà di due candidati).
In altre parole, meglio lavarsene le mani per essere pronti poi a iniziare un rapporto clientelare con il vincitore, dato che il vero e prevalente business sia per Bezos che per Soon-Shiong non è certo l’editoria. E magari, scegliendo di sostenere il candidato perdente, chi non era stato appoggiato dal giornale ma ha vinto potrebbe anche prendersi qualche vendetta o penalizzare lo pseudo editore nella sua vera attività, che nel caso di Bezos è molto vasta, se non globale, e altamente remunerativa grazie ad Amazon.it.
Quindi la decisione dei due editori non professionisti del settore è vile da qualunque lato la si guardi. E la loro scelta di neutralità la più strumentale di tutte quelle possibili. Ciò dimostra ancora una volta che fare l’editore, al di là della purezza che spesso viene evocata scordandosi che pura è stata solo la Madonna, significa non avere altre attività significative sulle quali chi ha vinto o ha perso possa favorire o danneggiare, a seconda dell’indicazione di voto data da parte del media.
Katharine Graham è stata il mito e l’esempio per chi vuole fare questo mestiere di editore, perché nessuno come lei sapeva che quanto viene scritto non debba essere funzionale agli interessi dell’editore, che appunto non dovrebbe avere interessi extra editoria o almeno interessi economici rilevanti.
Ma Bezos è ancora più pericoloso e riprovevole perché sostiene che oggi i media sono l’attività meno stimata in Usa, addirittura meno del Congresso, che occupa l’ultimo posto nella classifica . E per avvalorare questa tesi cita un recente sondaggio Gallup. Se fosse vero che questo è il risultato vero del sondaggio, c’è da chiedersi perché Bezos abbia comprato il Post.
Invece è chiarissimo il motivo per cui lo ha fatto: perché in questo modo può essere allo stesso tempo una minaccia e un sostenitore di chi può servirgli, per esempio per non subire restrizioni alla sua attività di vendita on line con Amazon. E del resto fino a quando il presidente Joe Biden non ha nominato presidente dell’Antitrust americano la giovanissima Lina Khan, per esempio, non si sapeva che Google pagava 30 miliardi di dollari all’anno per avere automaticamente inserito il suo software nei cellulari prodotti da Apple Inc.
Sono sicuro che il creatore di Apple, Steve Jobs, si stia anch’egli rigirando nella tomba da quando è emerso questo chiaro comportamento antitrust. E la legge antitrust, che in Usa è stata istituita prima della fine del 1800, in questi due secoli abbondanti ha costituito uno dei principi fondamentali della democrazia americana. Il cui cardine sono stati proprio anche i giornali autorevoli e indipendenti perché posseduti da famiglie e gruppi sostanzialmente con l’unico interesse di fornire informazioni corrette e autonome, perché in questo modo non solo davano corpo alla costituzione, ma al tempo stesso determinavano il successo dei giornali.
Purtroppo questa, come dimostrano i casi di The Washington Post e di Los Angeles Times o anche altri, è una realtà ormai stravolta anche a causa della concorrenza dei nuovi media digitali, per i quali la mancanza di una normativa tempestiva e quindi efficace ha generato grandi ricchezze e anche grande potere, di cui Bezos è un illustrissimo esempio.
Se non riteneva utile schierarsi, perché allora è andato a comprare il giornale che aveva manifestato la massima forza dell’informazione autorevole e indipendente fino a far cadere più di un presidente? E perché ora decide di non schierarsi? Semplice: perché chiunque sarà il vincitore lui avrà sempre nei suoi confronti il potere dell’informazione quotidiana o addirittura minuto per minuto, attraverso il digitale: per attaccarlo o per sostenerlo. Tutto ciò si chiama clientela, nonostante l’impegno encomiabile dei giornalisti, fino al punto che tre membri dell’editorial board si sono dimessi.
Ma il segnale ancora più forte lo hanno dato i lettori: è stato calcolato che ben 250 mila abbonati hanno disdetto il contratto dopo la scelta di Bezos. E a Bezos tutto ciò non ha fatto né caldo ne freddo perché aveva ben presente che, se avesse deciso, come nella tradizione del giornale, di appoggiare i democratici e quindi la Harris e invece poi avesse prevalso Donald Trump, per lui sarebbero stati guai seri vista la personalità distorta dell’ex-assalitore del Congresso. Bezos deve essersi più che immaginato quale legge Trump avrebbe potuto varare per far cadere le vendite di Amazon.it.
Come è facile comprendere, l’informazione viene quasi sempre manipolata quando il padrone del media ha interessi economici importanti e quindi usa il giornale come strumento per attaccare i nemici e appoggiare gli amici.
Il fatto ora accaduto di una patetica neutralità era prima o poi inevitabile da quando il primo commerciante digitale del mondo è riuscito a mettere le mani sul simbolo della libertà dell’informazione qual era The Washington Post. Oggi l’unico simbolo rilevante dell’informazione libera e professionale in Usa è così The New York Times, con il controllo della società editrice sempre nelle mani della famiglia Sulzberger, anche se il miliardario messicano Carlos Slim possiede una quota rilevante.
E l’Italia? C’è un solo grande editore realmente indipendente, Rcs spa, controllato da Urbano Cairo, che riuscì ad avere l’appoggio illuminato per la conquista di via Solferino del ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, e dal suo braccio destro Gaetano Miccichè. E poi c’è, completamente indipendente, un editore più piccolo, ma specializzato nei settori più rilevanti. E voi lettori di questo giornale lo sapete bene chi è: Class editori.
Ma ritengo fondamentale ricordare che la nostra casa editrice esiste ed è indipendente perché, quando un pugno di giornalisti decise con me di lasciare la Rizzoli Corriere della Sera, che era finita sotto il controllo della Fiat e dei suoi vassalli, avemmo la fortuna di avere l’appoggio dall’allora Rettore e amministratore delegato dell’Università Bocconi, Luigi Guatri: l’università sottoscrisse il 20% e da allora i presidenti sono stati sempre di origine dalla prima università economica italiana e fra le prime nel mondo.
Ma non fu solo un gesto di grande democrazia, bensì, come è giusto, anche un ottimo affare per la Bocconi, considerato che Class editori arrivò nel 2000 a superare il miliardo di capitalizzazione in borsa. Purtroppo i tempi non sono più quelli, per la rivoluzione che ha attraversato il settore e la Borsa italiana, ma è proprio dall’innovazione che introducemmo allora, da cui ora siamo ripartiti, essendo i primi in Italia a costruire in autonomia un sistema GPT, come i lettori hanno potuto leggere da alcune settimane.
Larghissima parte del panorama dell’informazione in Italia è desolante, quanto a indipendenza. Basterebbe citare il caso de La Repubblica. Finita sotto il controllo della famiglia Elkann-Agnelli ha mostrato subito come loro intendono l’informazione dei giornali quando c’è da difendere le proprie attività industriali e finanziarie. E ciò, nonostante il lodevole tentativo di buona parte del corpo redazionale di quel giornale. Del resto, Repubblica è stato fondato da un editore professionale e indipendente, nonostante la parentela con Agnelli, come è stato Carlo Caracciolo; da un grande giornalista come Eugenio Scalfari e dalla Mondadori guidata da un editore vero come Mario Formenton, ma prima di approdare nelle mani di John Elkann era diventato patrimonio e strumento di Carlo De Benedetti.
Se si guarda poi all’Italia in generale, domina la catena che dalla Puglia, Napoli, Roma (il Messaggero) arriva a Venezia, controllata dal cementiere Francesco Gaetano Caltagirone, oppure sempre partendo da Roma per arrivare a Milano, dal padrone di cliniche e deputato della destra Antonio Angelucci, che ha raccolto Il Tempo a Roma, il Giornale e Libero a Milano. Anche nell’area dei giornali locali gli editori di professione sono più di una rarità rappresentata da Lino Morgante con Gazzetta del Sud e Giornale di Sicilia. Il più che rispettabile Sole-24 Ore, ben diretto da Fabio Tamburini, che ha cominciato a il Mondo e Capital quando ne ero direttore, per lavorare alcuni anni a MF-Milano Finanza, fino a diventarne vicedirettore, rappresenta sì interessi precisi, quelli degli industriali, ma con un buon equilibrio.
Ma oggi come oggi affrontare il tema dell’informazione solo dal lato dei giornali, anche se restano tuttora la base dell’informazione più significativa, sarebbe più che riduttivo, visto il dilagare di ogni tipo di comunicazione via digitale. Quante informazioni, racconti, giudizi, campagne a favore e contro persone, aziende, prodotti, manager, artisti, politici vengono offerte al pubblico enorme dei siti, dei social, delle chat, dei siti delle aziende e via senza limiti? Quanta parte di quelle «informazioni» è corretta, o interessata, artificiale, falsa e commerciale per vendere?
È la conferma che l’informazione, il pane del sapere per scegliere ed agire, è doveroso affermarlo, si trova in una fase che richiederebbe lucidità e volontà da chi può legiferare nel mondo e da chi sappia come ricondurre a correttezza l’esplosione tecnologica in atto. A ben guardare, dopo il segnale di falsa indipendenza e invece di opportunismo da parte di Bezos, ci vorrebbe al vertice degli Usa, che sono la fonte principale dell’innovazione tecnologica, una guida saggia e autenticamente democratica.
Le speranze che ciò avvenga non sono molte, anzi. Toccherebbe quindi al vecchio continente, all’Europa, dare l’esempio. Qualcosa ha fatto, nella precedente legislatura, la responsabile della concorrenza, Margrethe Vestager, ma a parte il fatto che non è più in carica, il sistema appare inquinato dai neo entrati nella Ue come l’inqualificabile capo dell’Ungheria, Viktor Orban, che si trova a essere presidente del Consiglio dell’Unione europea per sei mesi e certamente, con l’ideologia e le alleanze extra Ue che ha, non potrà che peggiorare la situazione. L’allargamento della Ue è un bel principio, ma se è difficile gestire un paese dove i valori non sono uguali per tutti, figuriamoci far progredire un continente dove anche le ideologie e le alleanze sono spesso completamente all’opposto.
Del resto l’esperienza, sia pure partita da propositi e valori alti, come quella del primo grande allargamento dell’Europa deciso da Romano Prodi, come si è visto ha creato non poche problematiche gestionali. Figuriamoci in un’epoca come quella attuale, dove la forza prorompente del digitale sui sistemi di informazione rende difficile e pericolosa l’evoluzione della democrazia.
C’è da sperare che di ciò i vertici della Ue siano consapevoli e non stiano ad aspettare scelte americane (figuriamoci quali potrebbero essere se vincerà Trump), imponendo anche nell’informazione la maggiore profondità e cultura europea. Il tutto per approvare delle norme che siano capaci di difendere la democrazia e l’indipendenza dell’informazione, essenziale per la stessa democrazia, fatta almeno da chi non fa informazione per altri fini che non siano quelli di trasmettere il massimo possibile di verità ai cittadini.
Proseguendo nell’evoluzione di MF GPT, all’interno i lettori trovano due analisi particolarmente interessanti sui conti dei grandi produttori mondiali di smartphones e sulle assicurazioni per i danni da catastrofi naturali, sempre più maledettamente frequenti nel Mediterraneo. (riproduzione riservata)