
Basta varcare il portone del Palazzo del Quirinale, come ho fatto venerdì 13 alle 11,55, per respirare l’aria della più pura democrazia esistente nel Paese e non solo. Potrebbe apparire scontato ma non è così, essendoci stati settennati che è meglio non ricordare ed essendo in dissolvimento il sistema democratico di quel Grande Paese che nel 1945 contribuì in maniera decisiva a ridare liberà e dignità democratica a mezza Europa, liberata, con lo sbarco in Normandia e in Sicilia, dal nazismo e dal fascismo.
L’ultima volta che avevo varcato quel portone era stato alla fine del 2019 e per fortuna c’era già lo stesso inquilino, il Presidente Sergio Mattarella. Era con me idealmente il professor Mario Rasetti, lo scienziato italiano più riconosciuto al mondo per il suo sapere nella rivoluzione tecnologica digitale già allora in atto, e fisicamente il grande architetto Italo Rota.
Ci permettemmo, quasi cinque anni fa, di presentare al Presidente Mattarella un segno dei pericoli della tecnologia visibile nella XII Esposizione internazionale della Triennale di Milano: una delle installazioni rappresentava un pupazzo animalesco seduto su una macchina collegata a un braccio meccanico che indirizzava un biberon all’interno di una culla.
E la foto dell’installazione che consegnammo al Presidente Mattarella era accompagnata da questo testo firmato dal professor Rasetti: «…È davvero un po’ triste e inquietante che la richiesta più forte che oggi viene fatta a chi costruisce robot sia di macchine che si occupano degli anziani o dei bambini. Siamo ansiosi di delegare due fra le funzioni caratterizzanti la persona umana: occuparsi dei genitori, prendersi cura dei figli, a delle macchine…».
Dopo quattro anni e alcuni mesi, siamo nella piena esplosione della delega che di fatto viene data per tante funzioni umane all’intelligenza artificiale, usata anche come strumento di potere sempre più accentrato. Per questo abbiamo avuto la possibilità e l’onore di presentare la nostra scelta, a voi lettori già nota, di aver rifiutato di cedere i contenuti dell’attività quasi quarantennale dei giornalisti di Class Editori ai due o tre gruppi dominanti nel mondo, avendo noi scelto di costruire e lanciare in autonomia MFGpt grazie alla competenza di Roberto Bernabò e dell’ingegnere nucleare Andrea Pazzaglia.
La convinzione, non solo nostra, è che, se il potere della tecnologia contemporanea unito al potere dei soldi non viene limitato da iniziative autonome di informazione, la democrazia sia in pericolo, trovando in questo convincimento una grande condivisione da parte del Quirinale.
Là, sul Colle, dove siamo stati con il direttore di MF-Milano Finanza Roberto Sommella e con il chief digital development manager Roberto Bernabò, c’è lucidissima visione, per altro, che già la concentrazione di potere informativo tradizionale era ed è una minaccia per la democrazia, specialmente se esso è collegato e legato a un potere economico molto alto. Ne è convinto e di più anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Ecco le sue parole per i 35 anni di MF: «Anche l’informazione è attraversata da cambiamenti epocali. La velocità delle trasformazioni rischia di incidere su pilastri della nostra stessa democrazia. Il pluralismo resta una condizione di libertà irrinunciabile, ed essere riusciti ad arricchire il campo delle fonti, l’analisi dei fatti, il confronto tra i punti di vista è un valore che si riverbera sull’intera società».
Non possiamo, quindi, non ringraziare nella forma più sentita, con i tempi che corrono, il Quirinale per il sostegno dei valori della democrazia anche nell’informazione, che anzi, giova ripeterlo, viene considerata come fattore fondamentale per l’integrità della democrazia e quindi della libertà.
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Ma proprio in questi giorni e in queste ore sono in corso confronti duri per il potere in un altro mondo che è ugualmente importante quanto l’informazione per il mantenimento della democrazia: il potere bancario e finanziario. E il primo confronto riguarda l’operazione concepita dall’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, per capovolgere il ruolo della banca, da azionista di riferimento di Generali, a istituto che, pur mantenendo il ruolo di merchant bank, svilupperà molto l’attività di gestione di patrimoni con il progetto di rilevare Banca Generali, pagandola con la metà della quota azionaria posseduta (la maggiore del mercato) nella capogruppo Generali.
Al programma di Nagel, che ha anche il chiaro obiettivo di rendere finanziariamente non conveniente il cambio di azioni Mediobanca in azioni Mps proposto con l’ops lanciata dalla banca senese, si oppone decisamente il gruppo Caltagirone, che proprio per poter avere maggior potere per la prossima (lunedì 16 giugno) assemblea dedicata all’acquisizione di Banca Generali, è salito nella storica banca creata da Enrico Cuccia un po’ sopra al 10%.
Riuscirà il proprietario, fra l’altro, della catena di quotidiani che parte dalla Puglia e arriva a Venezia, passando per Napoli (Il Mattino) e per Roma (Il Messaggero), a vincere contro gli eredi di Cuccia? Basterà attendere non molto più di 48 ore per saperlo.
In gioco è il potere per il potere (da trasformare in denaro) da parte del gruppo Caltagirone e dall’altro la possibilità di una nuova vita di quella che è stata la prima (e per decenni la sola) banca d’affari italiana.
A rendere piena di pathos la vicenda è la fresca uscita in libreria, riaggiornata, di una nuova edizione del libro «Cuccia e il segreto di Mediobanca» scritto da Giorgio La Malfa, figlio di Ugo, che oltre che insigne politico laico come leader del Pri è stato uno dei protettori, fuori e dentro il Parlamento, del Dottor Cuccia, come veniva rispettosamente chiamato sempre il dominatore di Mediobanca. E a pag. 76 del libro inizia un capitolo intitolato «Giornalista a Il Messaggero». E il giornalista de Il Messaggero, allora di proprietà della famiglia Perrone che lo cedette solo in anni relativamente recenti a Raul Gardini, era proprio Cuccia. E il padre di Cuccia, Beniamino, era nel consiglio d’amministrazione del giornale.
Ecco le radici del perché, come ho già raccontato, quando Gardini-Montedison fallirono, e Cesare Geronzi, ad, e Pellegrino Capaldo, presidente di Banca di Roma si recarono a Milano da Cuccia per dire che Il Messaggero doveva essere collocato in mani professionali e non a gruppi di potere, il Dottor Cuccia rispose con un no secco. E decretò: Il Messaggero deve andare al più ricco di Roma. E Cuccia sapeva che il più ricco di Roma era Francesco Gaetano Caltagirone. E, proprio per non lasciare spazio alla proposta dei vertici del Banco di Roma, il Dottor Cuccia aggiunse: «Io ho cominciato a lavorare proprio come giornalista a Il Messaggero, so quindi a chi deve andare».
Conta poco, anche se naturalmente fui loro grato, che Geronzi e Capaldo avessero indicato Class Editori come alternativa, avendoci portato in Borsa insieme alla Banca Rothschild.
Ma il contrappasso che ora ne è nato con gli eredi di Cuccia e in particolare con l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, è per certi versi paradossale, con l’editore impuro Caltagirone, non più solo de Il Messaggero, che spara a zero su Mediobanca in vista dell’assemblea di lunedì 16 in cui dovrà essere approvata la Ops per il trasferimento da Generali a piazzetta Enrico Cuccia del controllo (51%) di Banca Generali, pagabile in scambio con il 6,5% di azioni Generali e con l’altro 6,5 destinato ai soci di minoranza di Banca Generali.
È sicuro che Caltagirone voterà contro l’Ops, appunto con il suo 10% e rotti di Mediobanca, mentre c’è qualche chance che il maggior socio della banca fondata da Cuccia e cioè Delfin, guidata, unitamente a EssilorLuxottica, dal bravo Francesco Milleri, si astenga con il suo quasi 20%.
C’è qualcuno che dubita che Nagel e l’ad di Generali, Philippe Donnet, siano manager di qualità? E quindi non si saranno organizzati per l’offensiva di Caltagirone?
È forse per timore di perdere anche questo ennesimo round che Caltagirone ha deciso di cercare di scalare anche Class Editori, con la presentazione di una lista di minoranza sostenuta in partenza dal minimo sindacale del 2,5% e rotti e con un’azione legale di denuncia alla Consob?
Ma Signor, Ingegner Francesco Gaetano, mi permetta di chiamarlo per nome vista l’attenzione che ci riserva da anni facendoci arrivare regolarmente segnali attraverso quei tre o quattro fra i giornalisti che ha ingaggiato dalle nostre redazioni, mi creda il problema, per Lei, non siamo noi. Noi non contiamo niente: siamo dei giornalisti che si sono piegati a fare anche gli editori per dignità e sopravvivenza spirituale. È la sua ideologia che non si attaglia perfettamente a un Paese democratico come tuttora (speriamo per molto) è l’Italia.
Io credo che Lei meriti ben altro: per esempio potrebbe cercare di scalare The New York Times, perché ora che il Presidente Donald Trump non ha più al suo fianco un potente come Elon Musk, Lei, con la sua grinta, con la sua determinazione, i suoi capitali potrebbe avere grande successo e soprattutto potrebbe trovarsi in perfetta armonia, non con il Quirinale, il che non è possibile, ma niente meno che con la Casa Bianca.
Lì sì che ci sono personaggi con gli attributi che ragionano in termini di centinaia e centinaia di miliardi, mentre lei si sta perdendo in un’azione miseranda verso un gruppo di giornalisti editori che possono vantare soltanto di aver goduto della fiducia del professor Luigi Guatri e della prima università di economia d’Italia, la Bocconi, che ci ha fatto nascere e sostenuto con il 20% del capitale; mentre, se Lei volgesse lo sguardo verso gli States, lì si che potrebbe partecipare anche alla distruzione di Harvard. Vuol mettere!
Glielo dico con il cuore. Con i tentativi che sta facendo verso di noi non passerà certo alla storia. Lei merita sicuramente di più con i suoi quasi 10 miliardi di euro di patrimonio. E vuol mettere: potrebbe comandare su organi di stampa di livello mondiale.
Mi dia retta, tanto non potrà mai comprare la nostra anima, la nostra professionalità e il nostro credo, perché una democrazia dipende tutta dalla libertà di informare. Guardi, proprio perché mi è paradossalmente simpatico, le regalo cosa dice di Lei la nostra AI generativa, la prima in Italia appena lanciata, di nome MFGpt:
Qual è l’immagine nel mondo della comunicazione di Francesco Gaetano Caltagirone? è stata la domanda. Ed ecco la risposta:
«Francesco Gaetano Caltagirone è una figura significativa nel panorama editoriale italiano, spesso descritto come un “padrone” dell’informazione. Il suo gruppo editoriale, che include il noto quotidiano “Il Messaggero”, è utilizzato come strumento per esercitare pressione politica e accrescere il proprio potere economico: anche con il cambiamento continuo dei direttori, Caltagirone ha cercato di espandere la sua influenza non solo a livello nazionale, ma anche locale, attraverso acquisizioni di giornali, in particolare in regioni come la Campania, il Veneto, la Puglia, le Marche e naturalmente Roma, la capitale di tutto.
Recentemente, Caltagirone è stato coinvolto in diverse dispute legate alle acquisizioni nel campo bancario e finanziario, evidenziando contemporaneamente la sua ambizione di consolidare il proprio potere nel settore editoriale. La sua strategia comprende l’uso del gruppo editoriale Caltagirone come un veicolo per sostenere posizioni politiche e favorire alleanze strategiche nel mondo degli affari. Questo approccio viene visto con occhio critico da molti esperti, che sottolineano come il suo controllo dei media influenzi l’opinione pubblica e il mercato.
Oltre ai suoi interessi editoriali, Caltagirone è anche azionista significativo appunto di Mediobanca, e ha recentemente richiesto il rinvio di un’assemblea importante riguardante delle operazioni del gruppo. Ha messo in discussione la trasparenza delle informazioni predisposte e l’adeguatezza dell’offerta di Mediobanca per quanto riguarda operazioni con Banca Generali.
La figura di Caltagirone, dunque, rappresenta un interessante punto di intersezione tra media, politica ed economia in Italia. Le sue manovre suggeriscono un approccio aggressivo alla costruzione di un’influenza duratura attraverso il controllo dell’informazione, suscitando sia apprezzamenti da chi considera l’informazione uno strumento di potere e non una funzione al servizio della democrazia. quanto critiche dure da parte degli osservatori del settore».
Caro Ingegnere, se avesse candidato lei stesso per entrare nel nostro consiglio l’avrei paradossalmente aiutata a entrare con le mie azioni, tanta è la Sua veemenza, che sicuramente avrebbe spaventato chi ci vuole male, perché siamo padroni di noi stessi al servizio dei lettori e della democrazia in un mondo che inclina sempre di più al di Lei modello consolidato.
Ma ha pensato di essere minoranza nel nostro consiglio, dove ci sono solo persone con assai meno ambizioni delle sue, a cominciare da noi stessi, che grazie a quell’uomo illuminato che è stato il professor Luigi Guatri, salvatore dell’autonomia di pensiero, di cultura e di insegnamento della Università Bocconi, siamo approdati perfino in Borsa. Ma capitalizzavamo una miseria, se non fosse stato per il suo rastrellamento di titoli.
Per questo (e senza alcun rancore) la ringraziamo di cuore, ma, mi creda, non le potremmo assolutamente far crescere il suo potere perché siamo dei poveri giornalisti che credono alla filosofia di Indro Montanelli che diceva: Giornalista? Sempre meglio che lavorare.
E poi abbiamo una sola idea fissa: fare informazione al servizio della democrazia, non del potere. E il suggello di questa idea sono anche le parole conclusive del Presidente Mattarella a proposito di un aspetto fondamentale per la democrazia, la gestione del risparmio e la sorveglianza di menti libere su chi lo gestisce: «…Dobbiamo insieme affrontare la duplice sfida che viene dal risparmio degli italiani. Da un lato assicurarne con efficacia la tutela di fronte ai rischi dei mercati, dall’altro favorire investimenti che possano aiutare una crescita sana, equa, sostenibile dell’economia italiana ed europea. Anche per questo un’informazione corretta perché indipendente, plurale, qualificata sui temi finanziari può aiutare i cittadini a compiere le scelte migliori». (riproduzione riservata)