Se un risparmiatore accorto avesse investito nel mercato azionario italiano nel 1900, quanto avrebbe reso quell’investimento anno per anno? E quanto renderebbe ancora oggi, a 125 anni di distanza, per i suoi pro-pro-nipoti? La domanda se l’è posta la banca svizzera Ubs, che ha messo a confronto i ritorni di lunghissimo periodo dei principali mercati azionari e obbligazionari globali.
Il mercato italiano, a dire il vero, ne esce con le ossa abbastanza rotte, tanto che lo studio del colosso bancario segnala come «l’Italia abbia sperimentato uno dei ritorni più bassi in assoluto tra tutti i Paesi del campione». Dal 1900 il ritorno reale annualizzato delle azioni tricolore è stato del 2,4%, il penultimo dello studio. Al contempo, il ritorno reale dei bond è addirittura negativo (-0,9%): «Uno dei peggiori dello studio, anche per via di inflazione elevata e valuta debole».
Insomma, per i figli e nipoti dell’investitore del 1900 la borsa italiana e i suoi titoli di Stato non sono stati un grande affare. Ben diverse sarebbero state le cose se il loro antenato avesse scelto di scommettere sull’Europa: il ritorno annualizzato reale delle azioni del continente è stato del 4,1%, e quello dei bond dello 0,8%. Questo numero si confronta però con il 5,2% dell’indice mondiale, e con il 5,3% dei mercati sviluppati nel loro complesso (Stati Uniti inclusi): il che significa, precisa il report, che «il vecchio mondo ha sottoperformato nel corso di questi 125 anni: questo potrebbe dipendere dalla perdita degli imperi e delle colonie, dalle due Guerre Mondiali, di cui l’Europa è stata l’epicentro, o dal fatto che molti Paesi del nuovo mondo sono ricchi di risorse». Le borse americane, come prevedibile, sono state le lepri indiscusse: il ritorno reale annualizzato dei mercati azionari a stelle e strisce è stato infatti del 6,6%.
Lo studio va poi oltre, andando ad analizzare come siano cambiati i mercati in questi 125 anni. Come prevedibile, la mutazione è stata drastica. «Circa l’80% del valore delle società statunitensi quotate nel 1900», spiega Ubs, «era concentrato in settori che oggi sono marginali o estinti. Nel Regno Unito questa percentuale è del 65%». Di fatto, nella borsa del 1900 c’era un settore dominante sia negli Usa sia in Inghilterra: il settore che più di ogni altro ha reso possibile l’industrializzazione del mondo moderno, e cioè le ferrovie. Seguivano, su entrambe le sponde dell’Atlantico, le banche e le miniere.
Al contempo, nel lungo periodo la sovraperformance delle azioni «è stata sorprendente: le azioni hanno superato le obbligazioni, i titoli di stato e l'inflazione in tutti i Paesi». Tradotto in numeri: un investimento iniziale di 1 dollaro in azioni statunitensi nel 1900 è cresciuto fino a 107.409 dollari in termini nominali alla fine del 2024.
Rispetto all’inizio del Ventesimo secolo la borsa si trova però a fronteggiare una minaccia emersa da pochi decenni: l’eccesso di concentrazione, e quindi la minore diversificazione. «Nonostante un mercato azionario globale relativamente equilibrato nel 1900, gli Stati Uniti rappresentano oggi il 64% della capitalizzazione mondiale, soprattutto grazie alla sovraperformance dei principali titoli tecnologici», conclude il rapporto della banca. «La concentrazione del mercato negli Stati Uniti è la più alta degli ultimi 92 anni». (riproduzione riservata)