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E se sui mercati scoppia la bolla AI? Ecco come proteggere gli investimenti
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E se sui mercati scoppia la bolla AI? Ecco come proteggere gli investimenti

24 ottobre 2025, 21:00 Ultimo aggiornamento: 27 ottobre 2025, 14:14

La corsa dell’intelligenza artificiale in borsa ha tanti punti in comune con la crisi dot.com di inizio Duemila, a cominciare dalle valutazioni troppo alte. Ma anche una differenza: molte società sono in utile. Cosa scegliere per evitare brutte sorprese   

Nel mondo dei mercati finanziari, già di per sé imprevedibile e capriccioso, nulla sfugge al controllo del pronostico più delle bolle speculative. «Una bolla può essere determinata solo con il senno di poi», riassume Wolf von Rotberg, equity strategist di J. Safra Sarasin, in un’ampia analisi dal titolo che va dritto al punto: A Wall Street c’è una bolla?

Domanda più che lecita, se si guarda allo stato attuale della borsa americana, che da mesi (se non da anni, tolti gli incidenti di percorso come il Liberation Day di Donald Trump di aprile) macina record su record, trainata in gran parta dai titoli tecnologici legati all’intelligenza artificiale. Un nome è sulla bocca di tutti: quello di Nvidia, il colosso dei chip che negli ultimi tre anni ha generato una performance total return del 1.347% e ora capitalizza 4.380 miliardi di dollari. Tra tutti gli asset investibili al mondo soltanto l’oro (28 mila miliardi) vale di più di questa azienda dei semiconduttori per l’AI.

Bolla o non bolla?

Questa corsa che all’apparenza niente e nessuno riesce a fermare porta però con sé varie incertezze. Tanto da evocare sinistre analogie con le grandi bolle del passato: la dot.com dei primi anni Duemila, quella della finanza giapponese degli anni Ottanta, perfino la mania delle ferrovie, che nell’Ottocento costò cara a personaggi illustri come il celebre scienziato Charles Darwin.

La paura che il passato possa verificarsi di nuovo porta a interrogarsi anche sulle scelte di investimento: quali titoli scegliere oggi in un portafoglio orientato alla crescita, che magari fino a oggi è stato sovraccaricato eccessivamente di società dell’AI?

Come primo punto è opportuno inquadrare bene il fenomeno. «I segnali di pericolo ci sono: valutazioni alte, attese quasi messianiche di rendimenti elevati, narrazione estremamente ottimistica», analizza Carlo Benetti, market specialist di Gam. «Questa narrazione a sua volta genera un afflusso di investitori individuali, mossi da quelli che la finanza comportamentale chiama effetto gregge e Fomo, cioè la paura di restare fuori dal trend».

Le analogie col passato

Impossibile non confrontare quanto sta accadendo oggi sui mercati con la bolla dei titoli tecnologici di inizio anni Duemila, divenuta celebre con il nome dot.com perché le aziende, per ottenere valutazioni elevate e capitali da parte dei grandi investitori, inserivano il dominio «.com» alla fine del proprio nome, così da entrare (quanto meno nominalmente) nel flusso della rivoluzione di Internet.

«Allora, come oggi, si guarda al nuovo fenomeno come un’evoluzione inevitabile che cambierà regolarmente il paradigma nel mondo del lavoro, delle comunicazioni, dell’educazione», ricorda Benetti. «Al contempo, Fomo ed effetto gregge sono tipicità delle bolle. Pensiamo anche alla bolla dei titoli ferroviari nell’Ottocento: nonostante la rivoluzione fosse reale, tante società ferroviarie sono fallite».

Uno sguardo alle valutazioni

Oltre agli elementi più psicologici, gli analisti cercano indizi anche nei numeri di borsa. E il campanello d’allarme più forte sono le vlautazioni. L’indice S&P 500, per esempio, tratta attualmente a 25 volte gli utili attesi, il Nasdaq Composite addirittura a 36. «Il rapporto prezzo-utili dell'indice S&P 500 sta eguagliando il massimo del ciclo 2021 e avvicinandosi al picco registrato durante il boom delle dot.com», evidenzia von Rotberg. «Ciò suggerisce che le valutazioni attuali potrebbero trovarsi in una zona pericolosa, potenzialmente matura per una correzione».

La tabella in basso, a titolo di esempio, raccoglie i primi dieci titoli dell’intelligenza artificiale presenti nell’indice Nasdaq Cta Artificial Intelligence (Nqintel): il loro rapporto prezzo-utili atteso a 12 mesi è di ben 34. Meno del valore di 70 dell’era dot.com, vero, anche se, precisa lo strategist, «all’epoca il Nasdaq includeva molte aziende tecnologiche giovani e non redditizie, che avevano valutazioni gonfiate a causa dei bassi utili. Ma il mercato odierno è diverso: le Magnifiche 7, tutte componenti del Nasdaq, rappresentano oltre il 20% degli utili dell'S&P 500».

Le differenze tra ieri e oggi

Al contempo, ci sono anche delle differenze tra la situazione attuale a quella di inizio anni Duemila. La più evidente la mette in luce Goldman Sachs in un report intotolato Non siamo in una bolla...per ora: «Le aziende che dominano il mercato oggi non sono poi tanto care rispetto alle bolle del passato». Oggi le Magnifiche 7 trattano a 26,8 volte gli utili attesi (tabella in basso), ma nella fase dot.com i leader del mercato (tra cui Microsoft, Ibm, Oracle) trattavano a ben 52 volte gli utili. E le banche giapponesi a fine anni Ottanta a 67.

«L'interrogativo cruciale oggi non sono tanto le valutazioni, ma la sostenibilità della domanda a fronte di investimenti colossali», evidenzia Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, alludendo alla stima di 3 mila miliardi di dollari di investimenti in data center entro il 2029. «Se la domanda dovesse deludere, queste infrastrutture costose potrebbero non essere redditizie».

L’importanza degli utili

Un altro elemento decisivo che differenzia AI e dot.com, secondo Benetti, è che le prime aziende di Internet «erano società che promettevano di fare utili in futuro, mentre molte aziende dell’AI già li generano». Tante dot.com infatti non erano altro che «piccole imprese che nascevano e si sviluppavano nei garage, invece per fare AI servono capitali massicci, come le infrastrutture per i chip».

E poi, elenca ancora il money manager, a mitigare le possibilità di una bolla «ci sono l’impatto sull’economia reale, molto più avvertito oggi che in passato, e il fenomeno geopolitico: l’AI è un ambito dove notiamo uno scontro serrato tra Usa e Cina, mentre le dot.com erano un fenomeno solo americano».

Quali titoli scegliere

Posto che sia gli argomenti a favore sia quelli contro il rischio bolla sono allo stato attuale piuttosto robusti, il passaggio successivo è quello di distinguere i vari titoli dell’universo tecnologico, e capire quali sono più a rischio bolla e quali invece appaiono più solidi. «Il rischio non è uniforme», riassume Flax. Da una parte ci sono «i titoli di hardware e semiconduttori: un segmento meno soggetto a competizione, dominato da pochi attori chiave come Nvidia e Tsmc, con una struttura oligopolistica che suggerisce un forte potenziale di rendimento».

Dall’altra parte c’è invece l’ambito dove si annidano i rischi maggiori: «Quello delle applicazioni e software: è il livello più competitivo, frammentato dalla presenza di quasi 2.000 aziende e speculativo». L'intensa concorrenza, sottolinea il cio, «rende difficile identificare i vincitori, aumentando il rischio di sopravvalutazione, incluse small e mid cap». Benetti individua anche una terza area: «Quella della mega cap, che hanno un rischio bolla moderato: le valutazioni sono alte ma giustificate dai flussi di cassa, e fanno già utili». Se anche le attese sui profitti venissero riviste al ribasso, aggiunge, «ci potrebbe essere un riaggiustamento del prezzo, ma non in automatico un crollo».

Le strategie per proteggersi

Oltre alla selezione di singoli titoli, ci sono poi alcune strategie di difesa da mettere in pratica fin da subito. «Noi non sappiamo quando scoppierà l’incendio, ma possiamo predisporre opportune barriere tagliafuoco», esemplifica Benetti. «La prima è la diversificazione, fatta con rigore: bisogna curare le decorrelazioni tra classi di attivo, e farlo con il supporto della consulenza finanziaria, la seconda indispensabile barriera». La terza difesa è poi «il tempo, che lenisce la volatilità: in situazioni di questo tipo, più che la scelta di quali strumenti mettere in portafoglio conta la fedeltà agli obiettivi di lungo termine del portafoglio e il distacco dalle proprie emozioni».

È concorde anche Flax: «Invece di tentare di selezionare singoli titoli con il rischio di subire forti perdite se le aspettative dovessero andare deluse, un portafoglio diversificato permette di partecipare alla crescita del tema AI, mitigando al contempo il rischio idiosincratico legato a singole aziende». La diversificazione, conclude, «sia all'interno della catena del valore dell'AI sia nell'economia in generale, rimane la strategia chiave per proteggersi da sorprese negative». (riproduzione riservata)



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