Per molti genitori e nonni è tempo di aprire le letterine a Babbo Natale dei propri figli e nipoti. E di sciogliere l’annoso dilemma: regalo utile o desiderato? A fianco a macchinine, videogame e carte collezionabili una scelta intelligente può essere quella di pensare al futuro dei piccoli cari aiutandoli a mettere loro un piede nei mercati finanziari.
D’altronde, una bambina o un bambino può sfruttare oggi a suo vantaggio quello che, statistiche passate alla mano, è l’alleato più prezioso a disposizione di un investitore: il tempo.
Le opzioni per fare un regalo di questo tipo sono essenzialmente due: se si ha subito a disposizione una quota importante di denaro si può pensare di investirla interamente tramite un piano di investimento del capitale (pic) in un’unica rata, scegliendo tra fondi ed Etf diversificati. Meglio se azionari, perché un giovanissimo investitore, avendo molto tempo a disposizione, può tollerare molta più volatilità (e cercare quindi più rendimento) rispetto a una persona più matura.
L'alternativa sono i piani di accumulo (pac), ossia gli investimenti a rate: stabilità una periodicità (uno, tre, sei mesi) e un importo ricorrente, il denaro viene automaticamente prelevato dai conti correnti e versato nei fondi o Etf, a prescindere dalle condizioni di mercato.
Ma con i mercati ai massimi storici come lo sono oggi, è meglio scegliere il pic oppure il pac? La simulazione proposta dal portale specializzato JustEtf, propone un confronto tra un investimento in un’unica soluzione da 336.500 euro (considerando le conversioni valutarie con la lira) fatto nel 1970 in un indice diversificato di azioni globali (Msci World) e un piano di accumulo dello stesso importo, ma spalmato in rate mensili da 500 euro. Nel primo caso il capitale finale sarebbe oggi pari a 21,6 milioni di euro, nel secondo si fermerebbe a 7,8.
«La sovraperformance del pic si spiega con il concetto di time in the market», evidenzia Lorenzo Demaria, country head Italia di JustEtf. «Nel pac una quota rilevante del capitale rimane liquida e improduttiva per anni, subendo l'erosione inflattiva e perdendo il premio per il rischio azionario. Nel pic invece l'intero capitale lavora dal giorno uno».
Cosa succede però se la stessa simulazione viene fatta in un periodo di turbolenza dei mercati, come la fase tra la crisi delle dot-com di inizio anni Duemila e la Grande Crisi Finanziaria del 2008? «Se la matematica premia il pic, la finanza comportamentale riabilita il pac», osserva Demaria. «La strategia di ingresso immediato, infatti, espone l'investitore al rischio di entrare sui massimi prima di un crollo. E ciò può compromettere i rendimenti per oltre un decennio».
Un investitore entrato con un piano in un unica soluzione a inizio 2000 avrebbe visto il portafoglio dimezzarsi (-50%) e sarebbe tornato in pareggio solo nel 2013, dopo 13 anni di sofferenza e volatilità estrema. Un investitore in pac invece, grazie all'acquisto di quote a prezzi decrescenti durante i ribassi (un meccanismo che si chiama anche Dollar Cost Averaging), avrebbe non solo contenuto la perdita massima, ma sarebbe tornato in profitto nettamente prima. Addirittura, calcola JustEtf, nel caso della crisi del Covid del 2020 (una crisi caratterizzata da una ripresa molto rapida) il pac non sarebbe mai andato in negativo, mentre il pic avrebbe subito una perdita massima pari al 19,55% del capitale.
Il pac, ricorda Demaria, «agisce come un ammortizzatore di volatilità: riduce drasticamente la profondità delle perdite in portafoglio, minimizzando il rischio di panic selling, cioè la vendita emotiva sui minimi, vero distruttore di ricchezza per gli investitori retail».
La paura di entrare al momento sbagliato, che il pac riesce per sua natura a tenere sotto controllo, resta comunque un freno per tanti investitori. Specie se in gioco c’è il futuro finanziario dei propri cari. Da qui la domanda: esiste un orizzonte temporale che sterilizza il rischio d’ingresso a prescindere dall’andamento delle borse? Posto che, come mostra l’istogramma, su 56 anni analizzati ben 41 (il 73%) si sono chiusi in positivo per le borse mondiali, «spesso la percezione del rischio dell'investitore è distorta dalla memoria degli eventi traumatici», evidenzia ancora Demaria.
Tuttavia, aggiunge l’esperto, «estendendo l’orizzonte temporale a 15 anni storicamente nessuna delle due strategie, pic o pac, ha mai chiuso in negativo». Questo significa che «sia entrando sui massimi del 1972, del 2000 o del 2007, chi ha mantenuto la posizione per almeno 15 anni ha ottenuto un rendimento positivo nominale. Il tempo tende a curare la volatilità di breve periodo, confermando l'importanza della pazienza come asset fondamentale».
Come si nota nel grafico in basso, la perdita massima dopo un anno sarebbe stata del 36% per il pic e del 22% per il pac. Ma questo valore si va via via affievolendo. Tanto che dopo venti anni dal calo peggiore in assoluto il pic sarebbe stato in positivo del 3,4%, il pac dell’1%.
Mentre il pic, in definitiva, è «la scelta razionale per chi ha orizzonti lunghi e un’alta tolleranza alla volatilità, il piano di accumulo può essere considerato come una vera e propria scelta di «gestione del rischio», sottolinea Demaria. «Uno strumento ideale per chi teme il rimpianto di un ingresso sbagliato e preferisce sacrificare parte del rendimento potenziale in cambio di una maggiore stabilità emotiva e protezione del capitale nelle fasi ribassiste». Un fattore importante anche per coltivare un’altra virtù: quella della pazienza e della costanza, un altro regalo indiretto che i piccoli investitori in erba potrebbero trovare sotto l’albero a fianco ai loro giocattoli preferiti. (riproduzione riservata)