
Quella mano sull’orecchio per orientarlo verso il pubblico a sollecitare l’applauso dopo un colpo vincente. Quando si dice la differenza fra un campione un po’ (anzi non tanto poco) arrogante come Carlos Alcaraz e un campione dall’animo gentile come Jannik Sinner. È così anche nella politica, nell’economia e nella finanza. Chi sono allora gli Alcaraz e i Sinner fuori dallo sport?
Gli Alcaraz sono tanti e non basterebbero tutte le pagine di MF-Milano Finanza per elencarli tutti. Forse bastano alcuni campioni. Per esempio, si prenda il settore bancario, anche se nel caso più che arroganza si può parlare di spavalderia, dovuta sicuramente a una grande abilità come banchiere d’affari che tuttavia mal si concilia con le banche di credito ordinario.
Lo avete già capito che mi riferisco al bravissimo ad di Unicredit, Andrea Orcel, persona sicuramente di grandi capacità, simpatica, ma che per una vita ha fatto operazioni straordinarie e ora essendo a Unicredit, banca di credito ordinario, non ha ritenuto di limitare il suo slancio aprendo almeno quattro fronti: ops su Banca Bpm, possibile escalation in CommerzBank, inserimento nel capitale di Generali per non essere escluso dal grande risiko e perfino un 3% di Mediobanca sotto scalata di Mps per non farsi mancare niente.
Il paragone con Alcaraz è giustificato proprio perché anche Orcel è un campione, nel suo campo.
Il Sinner delle banche è facile da individuare e non certo perché la sua banca è sponsor proprio del tennista numero uno al mondo. Inevitabilmente mi riferisco al ceo di Intesa Sanpaolo: avete mai percepito Carlo Messina come un banchiere che quando fa un colpo nel business tende l’orecchio per sentire se c’è l’applauso? Mai una dichiarazione in più, mai un gesto trionfale dopo la chiusura di una grande operazione, pochissime interviste e costantemente riservato nel suo ufficio nel verde di Roma.
È fondamentale per un Paese come l’Italia avere il primo banchiere in assoluto che non si esibisce e tanto meno si pavoneggia, in perfetta sintonia con i principali azionisti della banca, che sono fondazioni pro bono. Ma è utile per l’Italia anche avere, con Orcel, un banchiere esuberante e forte della tipologia di Alcaraz. Quantomeno anche per un termine di paragone con Messina.
Chi vincerà la partita? Ci vuole pazienza, perché non siamo ancora alla fine del primo set.
Se dalle banche si passa all’industria, chi è che somiglia di più a Sinner? Al paragone può reggere sicuramente un manager azionista come Giovanni Ferrero, figlio di Michele, che prima condividendo il ruolo di ad con il fratello maggiore Pietro e poi, alla morte di questi, capo da solo dell’azienda di famiglia, in assoluto silenzio, senza mai eccedere, ha moltiplicato enormemente il fatturato e i successi della casa edificata dal padre partendo dall’utilizzazione delle nocciole dell’albese e poi di tutta Italia. Quanti sanno che proprio Giovanni ha scritto sei libri, di cui solo uno di marketing, il primo e poi per Mondadori e Rizzoli titoli come Stelle di tenebre, Campo paradiso, Il canto delle farfalle, Il cacciatore di Luce, Blu di Prussia e Rosso porpora, quest’ultimo per Salani. L’avete mai visto esibirsi? Sempre in silenzio fino all’acquisto nei giorni scorsi di WK Kellogg per un prezzo di 3,1 miliardi in contanti. Silenzioso, almeno con la voce, ma deciso come Sinner.
Certamente Giovanni Ferrero meriterebbe un libro scritto su di lui come è toccato a Sinner. Titolo Effetto Sinner, scritto da due professori di economia, Cesare Amatulli e Matteo De Angelis. Dice Amatulli: «Questo libro è nato dal desiderio di scoprire se e quanto il nostro campione di tennis avesse una risonanza che andasse anche molto oltre il campo da tennis, influenzando positivamente con i suoi valori, i nostri consumi, il nostro modo di pensare, il nostro modo di interagire con gli altri, e l’immagine dell’Italia. La nostra ricerca ci ha mostrato che un’ampia audience oggi, grazie a Sinner, è influenzata dal suo modello di “sobrietà attiva”.
C’è così la speranza che i nostri giovani attraverso un nuovo modello di estetica sportiva rappresentato da Sinner possano avere un sistema valoriale ben rappresentato da un personaggio come il nostro straordinario campione». E, secondo gli autori del libro, Sinner ha la capacità di influenzare decisamente anche le scelte dei consumatori e «in modo particolare di condurre a scelte di consumo virtuose, responsabili e sostenibili».
Chi è da tempo il più autorevole sponsor di Sinner? Semplice, la banca che da tempo è sponsor anche del tennis in generale con il torneo ATP di Torino e che offre l’immagine di Sinner come esempio, in generale, e in particolare nel mondo finanziario. Lo avete capito, ma in ogni caso è Intesa Sanpaolo. Ma Unicredit non è da meno e sponsorizza la Coppa Davis.
E c’è un passo del libro citato che, anche per l’autorevolezza scientifica degli autori, ci restituisce, attraverso una ricerca empirica, «un Sinner in grado di portare enormi benefici all’immagine dell’Italia, che vista attraverso il campione, appare moderna ma allo stesso tempo tradizionale, umile, ma allo stesso tempo innovativa». E l’esercizio è andato oltre: nel caso in cui un brand del lusso, prototipo del Made in Italy (Brunello Cucinelli), mettesse al centro della sua comunicazione una eventuale partnership con Sinner, sicuramente aggiungerebbe un’attrattività perfino superiore ai valori che quel brand ha come qualità, artigianalità, ed heritage. Infatti, i risultati dell’indagine dicono che Sinner è un volano di attrattività aggiuntiva e quindi superiore a tali caratteristiche».
Va bene, direte, si è capito (e lo sappiamo) che Sinner è un fenomeno benefico straordinario. Ma Alcaraz con il suo orecchio piegato? Chi sono i personaggi italiani della finanza e del business (il mondo coperto dal giornale che state leggendo) e che inclinano a quei valori segnati dall’arroganza? Il libro Effetto Sinner non ci aiuta, perché è tutto Sinner, ma non è difficile individuarne alcuni, con caratteristiche addirittura superiori a quelli Alcaraz per presunzione di sè. Appena avrò pronunciato il nome, qualcuno dirà «ma sempre quello»? Sì, sempre quello, e non per ragioni personali, ma per antropologia del mondo imprenditoriale e finanziario italiano, che per contro è animato anche da molti altri Sinner oltre a Ferrero. A volere l’applauso per i suoi successi economici sarebbe sicuramente l’ottavo re di Roma. Ed ecco a voi ancora una volta l’ingegner Francesco Gaetano Caltagirone. Ma perché proprio lui? Perché anche lui, altezzoso com’è ha però perso la partita. Almeno per il torneo che si è appena concluso. Ma appare ovvio che come Alcaraz, che tuttavia è giovane, sicuramente l’ingegnere di origini siciliane non si arrenderà.
Per capire il presente e intuire il futuro non di rado occorre tornare al passato. Uno schema che vale per lo scontro non tanto fra Alberto Nagel, ceo di Mediobanca, e Luigi Lovaglio, ceo di Mps, quanto fra il gruppo creato da Leonardo Del Vecchio e lo stesso Nagel. Per quale motivo prima lo stesso Leonardo Del Vecchio, fino a quando ha vissuto, e poi il suo amministratore delegato, Francesco Milleri, ora sia presidente di Delfin che di Essilor Luxottica, hanno rastrellato il più grande pacchetto azionario di Mediobanca, pari a circa il 20%?
Chi ha poca memoria pensa che il motivo del contendere sia legato a motivi finanziari. Coloro, sbagliando, si dimenticano di alcuni fatti fondamentali del passato riguardanti un ospedale, lo Ieo (Istituto Europeo di Oncologia), istituto di grande livello per la cura dei tumori. Ieo fu fondato nel 1994 dal professor Umberto Veronesi con l’aiuto decisivo della Mediobanca allora gestita da Enrico Cuccia.
Mentre l’Istituto cardiologico Monzino era nato prima, nel 1981, grazie alle donazioni di Italo Monzino (Standa) e al progetto del grande cardiologo Cesare Bartorelli e di suo figlio Antonio altrettanto straordinario. Nel 2014, sempre sotto l’egida di Mediobanca, è stata creata la fondazione Ieo-Monzino e di fatto il Monzino e diventato controllato dalla Ieo.
Consapevole delle sofferenze, l’ex-Martinitt, Leonardo Del Vecchio, mosso spesso dalla consapevolezza della miseria si propose come benefattore offrendo 500 milioni di euro per raggiungere un ruolo centrale nel sostegno dei due grandi ospedali. Ma Alberto Nagel, diventato ceo di Mediobanca dopo l’epoca Cuccia e il tentativo (fallito) di governare la banca da parte di Vincenzo Maranghi, non permise a Del Vecchio di apportare 500 milioni di euro allo Ieo.
Fu uno dei più negativi episodi nel mondo della salute e della socialità, ma appunto Del Vecchio che voleva materializzare il suo spirito di charity e le sue ambizioni, fu stoppato proprio da Nagel. E nel momento stesso dello stop a crescere nello Ieo, Del Vecchio che cosa fece? Si mise a rastrellare tutte le azioni di Mediobanca disponibili sul mercato fino a passare da percentuali a una unità al possesso del 20% proprio di Mediobanca.
Con la consapevolezza di essere a tutti gli effetti il maggior singolo azionista della (prima) banca d’affari italiana, Del Vecchio ha studiato ogni possibilità per prendere il controllo della banca e dello Ieo e quindi anche del Monzino. E Milleri, l’erede della gestione a vita di Delfin e Essilux, non ha mai dimenticato gli obiettivi e il desiderio di rivincita verso Piazzetta Cuccia del suo scopritore Del Vecchio. Ecco perché, inevitabilmente, Milleri con Delfin si è trovato a essere alleato del gruppo Caltagirone nel permanente tentativo di prendersi la rivincita in nome di Del Vecchio sugli eredi di Cuccia.
In altre parole, quella che è oggi l’alleanza di fatto se non formale fra Milleri e Caltagirone nasce grazie al fatto che Delfin ha raggiunto il 20% di Mediobanca di cui Caltagirone è arrivato nel frattempo a circa il 10%. Un’alleanza che ha motivazioni assolutamente differenti, a parte l’interesse comune a fare plusvalenze sui pacchetti di Mediobanca.
E che si è cementata nel momento in cui sia Milleri che Caltagirone hanno aumentato, per le vendite istantanee del governo, la loro partecipazione in Mps , che il suo coriaceo ad e lungimirante, Luigi Lovaglio, ha progettato di far diventare controllore di Mediobanca: da Siena a Roma (Caltagirone), a Milano (Milleri) per tentare di prendere il controllo, anche se indiretto, di Mediobanca, mentre Nagel sognava perfino una maggiore indipendenza per Mediobanca, grazie anche al consistente progetto di conquistare Banca Generali in cambio del 13,1% di azioni di Generali assicurazioni.
Qualcuno ha dubbi che la soluzione potesse avere senso e riflessi non negativi nella possibilità di razionalizzare l’anomalia di una banca d’affari di relative dimensioni anche se con un prestigio e un potere molto alto come Mediobanca controllasse di fatto Generali? La capriola da un punto di vista razionale era perfetta, ma le vicende della vita, i rapporti interpersonali, episodi soprattutto come quelli dello Ieo e del Monzino in un uomo ex-Martinitt come Leonardo Del Vecchio hanno acceso il risentimento personalizzato verso Alberto Nagel come erede naturale di Enrico Cuccia.
Proprio per spiegare il clima e i contorni dei due grandi ospedali come il Monzino e lo Ieo voglio ripetere un episodio rivelatore che ho vissuto personalmente. Mio padre Brunero (dal cognome del ciclista famoso nei primi anni del secolo scorso, di cui mio nonno Beppe era tifoso) era cardiopatico e frequentava il Monzino. Quando venne a mancare i medici del Monzino, fra cui alcuni veri amici, mi suggerirono di fare un controllo di due giorni. Quando mi diressi nella camera che mi avevano assegnato vidi di fronte alla porta accanto il delfino di Cuccia, Vincenzo Maranghi, fiorentino come me.
Vidi che mi guardò con un certo sospetto, ma io non sapevo assolutamente che nella stanza accanto ci fosse il dr. Cuccia come è giusto chiamarlo nel bene (molto) e nel male (non poco) che ha fatto al sistema italiano. Passa una mezz’ora durante la quale mi ero sistemato nella camera e mi squilla il telefono. Era il grande banchiere certificato da Guido Carli, il ceo di Banca di Roma, Cesare Geronzi. Mi dice diretto: «Ma che fai, ti sei fatto ricoverare per spiare il dr. Cuccia?».
Era successo che Maranghi aveva chiamato Cesare sapendo della amicizia che ci legava da anni, fin dalla Banca d’Italia e dalla mia direzione de il Mondo, il primo settimanale economico e finanziario italiano. Insomma, per l’ossessione che lo distingueva per ogni movimento dei giornali verso Mediobanca, Maranghi era sicuro che io mi fossi fatto ricoverare per spiare il dr. Cuccia, addirittura riuscendo ad avere la camera accanto.
Non vi è dubbio che per li rami Alberto Nagel abbia ereditato anche un certo mood rispetto al resto del mercato, ma non vi è altrettanto dubbio che la sua gestione specifica della banca sia stata ordinata, trasparente e rispettosa del mercato. Ma questo, nel contesto attuale sia economico-finanziario che politico, non poteva più bastare e quindi insieme a un non secondario potere ha anche ereditato, dalla gestione Cuccia e Maranghi, i risentimenti che loro si erano conquistati, compreso quello del mondo Del Vecchio per quanto ho ricordato a proposito del divieto a Del Vecchio di condividere la gestione dello Ieo-Monzino al 50% per la disponibilità a donare 500 milioni di euro.
Non secondario è che un importante operatore all’interno dello Ieo era il bravissimo Milleri con la sua società personale di informatica. Con i 500 milioni di euro Del Vecchio-Milleri, che avevano rilevato da Unicredit il 18,5% della Fondazione, volevano sviluppare residenze per i parenti degli ammalati e altre migliorie, diventando anche più importanti nella Fondazione. Nagel ebbe l’ingrato compito di opporsi, spalleggiato da Unipol-Sai, Banco Bpm, Pirelli, Mediolanum. Il vulnus di quel no di Mediobanca alla crescita di Del Vecchio nella Fondazione Ieo-Monzino non è mai stato metabolizzato, nonostante l’intelligenza e abilità di Milleri. «Un contrasto insanabile che si è riflesso su qualsiasi altro rapporto e che è tutt’altro che estraneo alla situazione attuale di scalata sia pure indiretta a Mediobanca», conclude serafico un banchiere d’affari molto addentro a questo mondo.
C’è una voce che ha fatto della sua vita un impegno alla razionalità e correttezza nei comportamenti e nelle valutazioni dei fatti finanziari. In tutto il groviglio delle ops da destra e da sinistra ancora in atto, la voce segnala un fatto molto grave nel rispetto verso gli investitori: la cessazione dell’obbligo a pubblicare i prospetti delle operazioni finanziarie straordinari, dalle opa alle ops. Chi vuole leggerli deve andare a cercarseli nel mare magnum della rete. (riproduzione riservata)