
Caro Lettore, se puoi leggere questo giornale e questo sito, gran parte del merito è stato Suo, del Professor Luigi Guatri. All’epoca della fondazione di Class Editori era Rettore e amministratore delegato dell’Università Bocconi. Il professore ci ha lasciato giovedì 6 proprio alla soglia dei 98 anni. Non molti giorni fa la figlia Fiorella, che viveva con lui da quando il Professore si era ritirato ad Arenzano, mi aveva scritto per dirmi che al Professore, fotografato con Milano Finanza davanti a sé, avrebbe fatto molto piacere se fossi andato a trovarlo. Lo avevo programmato con emozione per la prossima settimana.
Ci eravamo conosciuti nel disastro di Rizzoli-Corriere della Sera. Il Professore era stato nominato commissario giudiziario della amministrazione controllata che gestì con grande abilità e rigore fino al punto da salvare la più grande casa editrice italiana. Il nostro rapporto fu molto intenso, anche perché, dirigendo il Mondo, ero fra i pochi tra i numerosi giornalisti a ragionare in termini economici.
Finita l’amministrazione controllata, arrivò la cordata capitanata dagli Agnelli e con amministratore delegato Carlo Callieri, l’uomo della marcia dei 40 mila. Avevo due anni di contratto garantito, mentre il Professor Guatri si assunse l’onere di continuare una sorta di controllo come presidente del collegio sindacale del Corriere della Sera.
Finiti i due anni, con altri otto giornalisti decidemmo di uscire per ritrovare la libertà. Avevamo deciso di fondare Class Editori nel concetto che dopo il capitale (in via Solferino avevo fondato Capital) viene la Class, ma prima di avviare la nuova casa editrice andai a trovare a casa sua il Professore, per chiedergli il suggerimento di un suo allievo che facesse il presidente della società. Mi rispose con la consueta simpatia che mi avrebbe telefonato la mattina dopo.
Alle 9 precise arrivò la telefonata. «Se non le dispiace», esordì, «il presidente lo faccio io». Feci un salto di gioia anche perché il Professore mi spiegò che se noi avevamo l’esigenza di essere giornalisti liberi, la Bocconi aveva analoga esigenza dopo essere stata finanziata negli anni anche da Roberto Calvi, prima di finire sotto il ponte dei Frati neri a Londra. E infatti il Professore aggiunse: «Ma guardi che non sarò un presidente di campanello. Faccio il presidente perché la Bocconi intende avere il 20% della casa editrice per poi quotarla e riceverne il beneficio economico che contribuirà ad avere anche la piena indipendenza dell’Università».
Dopo la quotazione arrivammo a valere circa 300 milioni per toccare poi 1,2 miliardi di euro. E il professore ci garantì che se anche la Bocconi avesse disinvestito, il presidente sarebbe stato, dopo di lui, sempre un docente della libera Università Bocconi.
Che uomo straordinario è stato il Professor Guatri e se oggi, a parte Class Editori, la Bocconi è fra le prime tre università d’Europa, è merito di quella decisione di sottrarsi ai finanziatori e di costruire un Ateneo autosufficiente, in permanente sviluppo. Oltre a noi, è quindi tutta l’Italia più qualificata che deve essere grata al Professor Guatri per aver costruito le basi e poi sviluppato un Ateneo di grande livello culturale, internazionale, capace di laureare ogni anno studenti italiani e internazionali che possono garantire lo sviluppo sociale ed economico non solo dell’Italia. Grazie Professore. Sono sicuro che da lassù continuerà ad aiutarci. E tutta Class Editori si stringe ai figli, a Giorgio che da anni è presidente come lo fu il Padre, e agli altri figli, a tutta la famiglia Guatri e alla famiglia della Bocconi.
Saggezza o spregiudicatezza? Nel mondo della finanza, come anche in altri settori, esistono sia l’una che l’altra. Nella finanza con una differenza: che chi usa la spregiudicatezza pensa quasi sempre di essere vincitore mentre alla fine, a medio termine si trova spesso perdente. Poi saggezza e spregiudicatezza sono difficili da distinguere, quando in un settore si muovono le pedine una dopo l’altra, come testimonia l’ops annunciata giovedì sera da Bper nei confronti della Popolare di Sondrio, ottimamente guidata da Mario Pedranzini.
Una lezione di saggezza l’ha data nell’intervista di pochi giorni fa, in occasione della presentazione di un super bilancio 2024, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. A parte la battuta sulla finanza milanese, che a suo avviso non esiste più e non solo, come ha precisato essendo sia lui che Andrea Orcel romani, ma soprattutto perché la finanza a un certo livello è diventata globale. Dopo questa divagazione, Messina ha detto una cosa importante, forse rivolta anche al suo concittadino romano che gestisce Unicredit, la seconda banca italiana: a Intesa Sanpaolo non interessano operazioni di minoranza. Ma quindi quelle di maggioranza sì. E quale potrebbe essere quella decisiva di maggioranza? Soprattutto una, sulla quale non molto tempo fa in Intesa Sanpaolo e nella divisione Imi avevano fatto un serio pensiero: l’acquisizione di Mediobanca, anche senza pensare al resto, cioè alle Generali.
Non molti lo sanno ma prima di lanciare l’opas su Ubi, un serio pensiero era stato fatto sulla possibilità di fondere quella che ora è una divisione, Imi, ma pur sempre con caratteristica di banca d’affari, proprio con Mediobanca. Sarebbe stata una sorta di «torna a casa Lassie», perché per lungo tempo l’azionista più influente su Mediobanca è stata la Comit, che fondendosi con il Nuovo Banco Ambrosiano, ha dato luogo proprio a Intesa, per sposarsi poi con il San Paolo di Torino.
Quella dell’incontro fra finanza laica (Comit) e cattolica (Nuovo Banco Ambrosiano, fusosi in precedenza con la Cariplo) è stata una delle più nobili e intelligenti manifestazione di saggezza da parte del bresciano professor Giovanni Bazoli (parte cattolica, con il presidente di Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti) e del presidente della Comit, Luigi Fausti. Ma dietro le quinte avevano per questa storica operazione il grande governatore di Bankitalia e poi ministro del tesoro e quindi presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, laico livornese, e il ministro Beniamino Andreatta, cattolico. La successiva integrazione (2007) di Banca Intesa con il SanPaolo da parte torinese porta la firma del laico Enrico Salza, per anni persona fondamentale di Confindustria. E naturalmente del cattolico presidente (lo è stato fino al 2016) Giovanni Bazoli.
Sedendo sulla sedia operativa di Intesa Sanpaolo, è più che naturale che Messina abbia detto che la banca non è interessata a operazioni di minoranza. E ha subito aggiunto, per cercare di fugare ogni sospetto, che l’operazione incestuosa fra il governo (con una quota residua in Mps di poco più dell’11%) e azionisti della tipologia non tanto di Delfin (famiglia Del Vecchio) che non ha mezzi di comunicazione quanto invece di un gruppo come quello Caltagirone che usa il Messaggero e la lunga catena di giornali locali per combattere battaglie impure e violente, sia una operazione di mercato. Come dire, fate vobis.
La posizione di Messina è più che condivisibile perché, almeno al momento, non si vuol far tirare dentro alla vicenda più pericolosa per il mercato italiano, considerato l’obiettivo soprattutto di Caltagirone, ma anche inevitabilmente dell’alleato Delfin. Ma non è difficile immaginare che se da Mediobanca e da Generali arrivasse una richiesta di aiuto, per il rispetto che Messina ha del mercato vero, non di quello macchiato da collusioni di partito o di governo o semplicemente di potere informativo proprio nella capitale, quasi sicuramente Intesa Sanpaolo non rimarrebbe indifferente.
Messina ha già fatto raggiungere alla banca i vertici europei insieme ai suoi più diretti collaboratori come Stefano Barrese, che guida la banca dei territori, o Gaetano Miccichè e Mauro Micillo alla guida della divisione Imi, cioè la banca d’affari, oppure Virginia Borla che guida il settore assicurativo o ancora Nicola Maria Fioravanti passato dalle assicurazioni alle operation e infine Tommaso Corcos, capo di tutte le gestioni, e anche sovrintendente delle assicurazioni.
Quindi non ha le fregole come chi per forza deve darsi da fare rispetto agli azionisti a cui con il bilancio 2024 ha garantito un utile di 9,7 miliardi e dividendi cash per 6,1 miliardi, arrivando al vertice europeo dove eguaglia o supera Bnp Paribas e Santander.
Ma sono sicuro che Messina non si tirerebbe indietro, se Mediobanca e Generali dovessero trovarsi in difficoltà, sì da difenderne l’italianità e l’indipendenza.
Del resto, Messina è l’unico banchiere che si è offerto ripetutamente e per la verità quasi inascoltato per dare un contributo decisivo al taglio del debito pubblico italiano. Si è infatti operato di mettere a disposizione del Ministero dell’economia le strutture capillari in Italia per la vendita degli immobili che sciaguratamente un ex-ministro dell’economia con visione leghista trasferì agli enti locali per un valore di parecchie centinaia di miliardi. Era un governo Berlusconi e quindi sono passati molti anni da allora senza che questi immobili siano stati messi a frutto e valorizzati per tagliare il debito dell’Italia, a cui partecipano con il loro debito gli enti locali.
L’unico ministro dell’economia che si è preso la briga di affrontare questa via per l’indispensabile taglio del debito, cioè il ministro in carica Giancarlo Giorgetti, non ha tuttavia ritenuto di chiedere l’aiuto, ripetutamente offerto anche in maniera tecnica specificata, da parte di Intesa Sanpaolo per dichiarazione appunto del suo ceo. Per contro, ora, il governo in carica sembra propenso, anche con le modifiche fatte approvare dal parlamento, sulla governance delle società quotate, proprio sulla spinta di chi, come Caltagirone, cerca di forzare un assetto che sia per Mediobanca che per Generali ha finora prodotto risultati positivi per il Paese.
C’è da augurarsi che il bravo ministro Giorgetti non si vergogni a chiedere aiuto a Intesa Sanpaolo ed eventualmente ad altre strutture finanziarie italiane (che tuttavia non si sono offerte) per far entrare nelle casse dello stato alcuni centinaia di miliardi con il collocamento, magari, di fondi immobiliari da far sottoscrivere ai risparmiatori, che sicuramente risponderebbero se l’offerta fosse costruita con la massima professionalità.
Non si può continuare a vivere il paradosso di un Italia super indebitata e di un enorme risparmio italiano che inevitabilmente finisce all’estero, mentre c’è materia per trattenerlo in Italia, considerato l’interesse che gli italiani hanno sempre avuto per il mattone.
Non resta che aspettare di vedere se il governo ha il coraggio di rifiutare l’aiuto della prima banca e del primo banchiere italiano.
È stato più pericoloso per i commercio internazionale il Donald Trump della prima presidenza o lo sarà quello della seconda?
Sono in molti a domandarselo in queste ore in cui la macchina trumpiana sta entrando in azione, sia attraverso il nuovo segretario al tesoro, Scott Bessent, che attraverso il suo maggior consigliere per il settore, Peter Navarro. Navarro è sostenitore della tesi che il sistema del commercio internazionale sia ingiusto e truccato contro l’America e che quindi vada istruito. Nel primo mandato i dazi furono messi soprattutto nei confronti di prodotti cinesi per un valore delle merci importate di circa 390 miliardi di dollari. Se diventeranno operative le volontà che circolano e che riguardano non soltanto la Cina ma anche il Messico e il Canada, dovrebbero essere colpiti da dazi circa il 40% delle importazioni americane per un valore di circa 1300 miliardi di dollari. È vero che Trump ha sospeso per 30 giorni i dazi proposti in prima battuta, pari al 25%, verso il Canada e il Messico, mentre l’aggiunta di un 10% ai dazi vecchi sui prodotti cinesi sono già in vigore. E con un po’ di ironia qualcuno ha fatto notare che questa aggiunta di un 10% verso la Cina colpisce prodotti, fra i quali anche gli iPhone, di un’azienda americana come Apple, che tuttavia sono prodotti in Cina. E il bello è che in prima battuta l’entourage di Trump aveva escluso gli iPhone per evitare che una tassa daziaria aggiuntiva colpisse in maniera non indifferente tutti gli americani che usano iPhone.
C’è un altro tema che gli osservatori delle mosse di Trump e dei suoi collaboratori segnalano come un peggioramento, o se si vuole un rincrudimento della politica protezionistica di questo secondo mandato: nel primo, l’avviso dei rialzi era stato dato per l’entrata in vigore dopo alcuni mesi, in modo che le aziende si potessero organizzare. Ora, invece, sono entrati in vigore immediatamente e gli importatori avrebbero dovuto pagare maggiori imposte appena tre giorni dopo l’annuncio.
C’è una sorta di veemenza in quanto sta avvenendo: ha infatti dichiarato che dovranno esserci assolutamente nuove tasse daziarie da parte di tutti gli esportatori residenti nell’Unione europea. Per non parlare di che cosa ha annunciato sui chip prodotti a Taiwan, l’isola che la Cina ritiene strategica e che precedenti amministrazioni maneggiavano perché sfuggisse al controllo di Pechino.
Alla base di queste azioni e di quelle che seguiranno c’è un forte convincimento da parte del presidente Trump che i dazi sulle merci provenienti dall’estero siano il miglior strumento per attuare una politica differenziata a seconda del rapporto che i vari paesi hanno con la sua amministrazione. Trump sa che gli Usa sono il maggior importatore del mondo, che quindi determina molte economie, specialmente di stati confinanti come il Canada e il Messico. Ciò che dal Canada viene esportato in Usa è pari a circa il 20% del pil canadese e al 30% del pil messicano. Per contro, questi due Paesi importano prodotti dagli Usa pari solo al 3% del pil americano.
Ciò che appare paradossale se non ai limiti del non rispetto dei diritti degli altri e contrario alle relazioni rispettose fra ciascun paese, è che mettere dazi ampiamente fuori dei livelli medi del mondo sia un modo per far pagare meno tasse ai cittadini americani. Insomma, mors tua vita mea. Non c’è bisogno di commenti. (riproduzione riservata)