Per l’Europa è sempre più difficile evitare di prendere una posizione chiara sulla questione di Taiwan, trovandosi infatti in bilico tra Washington e Pechino per quanto riguarda il suo approccio a un potenziale conflitto.
Le osservazioni del Presidente francese Emmanuel Macron durante la sua recente visita in Cina, secondo le quali l’Ue non dovrebbe seguire l’esempio di Washington sulla questione di Taiwan, hanno scatenato scalpore negli Stati Uniti e in alcune parti d’Europa. L’incidente ha anche messo in luce il grado di elusione da parte dell’Europa su qualsiasi discussione ad alto livello per adottare un approccio comune a una potenziale crisi sull’isola dell’Asia orientale.
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L’Ue è priva di una politica nonostante le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina su Taiwan. Tra le escalation, la risposta energica di Pechino alla visita dell’estate scorsa a Taiwan dell’allora Presidente della Camera Nancy Pelosi e la recente visita negli Stati Uniti della Presidente taiwanese Tsai Ing-wen. Le elezioni di gennaio a Taiwan potrebbero suscitare nuovi discorsi sull’indipendenza, irritando ulteriormente Pechino. Tuttavia, i leader e i ministri degli Esteri dell’Ue hanno evitato qualsiasi discussione mirata su come il blocco risponderebbe alle ostilità attraverso lo Stretto di Taiwan.
Un gruppo di lavoro di funzionari dei Paesi dell’Ue che si occupano di Asia ha discusso occasionalmente di Taiwan, tra cui l’ultima volta il 30 marzo. Le persone coinvolte in queste discussioni affermano che non c’è stato alcun dibattito sugli scenari che potrebbero verificarsi, né su come e quando l’Ue dovrebbe rispondere.
Per molti Paesi europei più piccoli, le tensioni tra Stati Uniti e Cina su Taiwan, fino a poco tempo fa, «non erano sul loro radar», ha detto il diplomatico tedesco di lungo corso Wolfgang Ischinger, che ha presieduto la Conferenza di Monaco sulla sicurezza fino al 2022. Le capitali europee, ha detto, hanno preferito evitare una questione così grande e complicata. «Se si vuole affrontare seriamente la questione, si deve pensare all’accesso alle risorse, alla deterrenza e all’invio di segnali di allarme», ha affermato Ischinger.
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Al centro della politica europea nei. confronti di Taiwan c’è la politica «Una Sola Cina», che riconosce la posizione di Pechino secondo la quale esiste un solo Governo cinese, quello di Pechino. Gli Stati membri dell’Ue non hanno legami diplomatici formali con Taipei. La posizione formale del blocco è che non ci dovrebbero essere cambiamenti unilaterali dello status quo da parte di Taipei o Pechino; ciò implica il non sostegno all’indipendenza di Taiwan e l’opposizione a qualsiasi uso della forza da parte della Cina per conquistare l’isola.
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In realtà, ogni Stato membro dell’Ue affronta la questione in modo differente, spesso a seconda della forza dei suoi legami con Pechino. Mentre alcuni Paesi dell’Ue, come la Lituania, hanno approfondito i legami economici e politici con Taipei, sostenendola per i valori democratici condivisi, altre capitali sono più caute.
Una proposta di patto di investimento sembra essere stata messa da parte dall’Ue. Il mese scorso, la Ministra dell’Istruzione e della ricerca tedesca Bettina Stark-Watzinger ha visitato Taiwan, la prima visita ufficiale a livello di gabinetto in decenni.
L’assenza di discussioni dettagliate da parte dell’Ue è in contrasto con l’intenso dibattito a Washington sul futuro dell’isola e sulla capacità degli Stati Uniti di proteggere Taiwan da un potenziale attacco cinese, visto come un test chiave del potere degli Stati Uniti. E questo nonostante i rischi economici che l’Europa dovrebbe affrontare in caso di conflitto.
L’Ue è il principale investitore estero dell’isola. Taiwan poi è tra i primi 15 partner commerciali del blocco, in parte grazie alle importazioni di semiconduttori, che svolgono un ruolo vitale nell’industria europea.
Un conflitto del genere potrebbe interrompere le catene di approvvigionamento tra Europa e Cina e mettere a rischio le rotte di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, attraverso le quali passa circa il 40% del commercio globale del blocco.
Un recente studio della società di consulenza Rhodium Group ha affermato che un conflitto a Taiwan con il blocco cinese dell’isola metterebbe a rischio oltre 2.000 miliardi di dollari di attività economica globale, aumenterebbe l’inflazione e causerebbe carenze in settori vitali, tra cui telecomunicazioni e medicina.
Secondo Macron, gli Stati Uniti hanno aumentato il ritmo del confronto con la Cina nei riguardi di Taiwan, a cui Pechino ha «reagito in modo eccessivo» e l’Ue non dovrebbe seguire l’agenda degli Stati Uniti su questo tema. Queste osservazioni riflettono opinioni condivise da alcuni Paesi, che si preoccupano delle voci di Washington a sostegno dell’indipendenza di Taiwan e che temono un mondo a due blocchi in cui l’Europa perderebbe ogni autonomia.
Tuttavia, alcuni funzionari Ue sono diventati più severi nell’avvertire che qualsiasi attacco militare cinese all’isola comporterebbe una risposta.
In un discorso al Parlamento Europeo di martedì, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato che il blocco «è fortemente contrario a qualsiasi cambiamento unilaterale dello status quo nello Stretto di Taiwan, in particolare attraverso l’uso della forza».
Giovedì, la Ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock ha dichiarato, durante una visita a Pechino, che un conflitto militare nello Stretto invierebbe onde d’urto in tutto il mondo. «Una destabilizzazione con conseguenze in ogni Paese», ha dichiarato. «Stiamo osservando con grande preoccupazione le crescenti tensioni nello Stretto di Taiwan».
Secondo i diplomatici europei, la questione di Taiwan non viene affrontata in modo adeguato, nemmeno a porte chiuse, per una serie di fattori. Temono che le discussioni possano trapelare e attirare la risposta cinese, o che inseriscano in tematiche più ampie, come sul modo in cui l’Ue dovrebbe trattare con la Cina, e che pochi Stati membri siano disposti a discutere approfonditamente sulle potenziali risposte economiche di un conflitto.
Alcuni diplomatici rimangono ottimisti sul fatto che l’Ue, martoriata da ripetute crisi negli ultimi 15 anni, troverebbe di nuovo rapidamente una risposta comune se si verificasse uno scontro su Taiwan.
I diplomatici affermano che ci sono ampi margini d’azione nelle capitali e discussioni informali tra le principali su Taiwan. Il Giappone dovrebbe sfruttare la sua presidenza nel G7, che comprende Germania, Francia, e Italia, per concentrarsi su Taiwan.
Durante la riunione del G7 con i ministri degli Esteri, tenutati martedì in Giappone, il Segretario di Stato degli Stati Uniti Antony Blinken ha minimizzato le differenze all’interno del gruppo, affermando che c’è accordo sulla necessità di gestire pacificamente le tensioni tra Pechino e Taiwan. In una dichiarazione, hanno affermato che la pace e la stabilità di Taiwan sono «un elemento indispensabile per la sicurezza e la prosperità della comunità internazionale».
Altri sostengono che l’Ue deve iniziare a definire le sue potenziali risposte a un’emergenza a Taiwan fin da ora, in parte per evitare che si ripetano le divisioni messe in luce questo mese da Macron, e in parte per inviare un messaggio unitario di deterrenza a Pechino sui costi di un’azione militare.
Secondo Ischinger, Washington dovrebbe spingere più attivamente l’Europa a redigere posizioni di base su Taiwan come punto di partenza per discussioni transatlantiche serie. Ciò dimostrerebbe che l’Europa non è estranea a una priorità della politica estera statunitense, ma consentirebbe anche alle due parti di esprimere punti di vista diversi su un potenziale conflitto.
«Credo che l’Europa debba essere preparata a diversi scenari, perché non è una situazione da bianco e nero. Non si tratta di un’invasione o di una non invasione,» ha dichiarato Noah Barkin, consulente senior della ricerca sulla Cina di Rhodium Group. La domanda fondamentale di Barkin è questa: «A che punto e in che modo l’Europa deve rispondere?»
