Gli Stati Uniti hanno beneficiato per decenni del fatto che il dollaro fosse la valuta di riserva mondiale. Ma questo non è garantito per sempre: e il bitcoin potrebbe togliere al biglietto verde il suo status tradizionale. Questo uno dei punti chiave della lettera annuale agli investitori di Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock.
«Il debito nazionale è cresciuto a un ritmo tre volte superiore a quello del pil da quando l’orologio del debito a Times Square ha iniziato a ticchettare nel 1989», scrive il ceo della più grande società di gestione al mondo. «Quest’anno i pagamenti degli interessi supereranno i 952 miliardi di dollari, superando le spese per la difesa: se gli Stati Uniti non riescono a controllare il loro debito e i disavanzi continuano a crescere, il Paese rischia di perdere questa posizione a favore di asset digitali come la regina delle criptovalute». Con un possibile effetto collaterale: «Il vantaggio economico degli Stati Uniti potrebbe svanire se gli investitori iniziassero a considerare il bitcoin una scommessa più sicura del dollaro».
Investire, non a caso, deve essere per Larry Fink un processo sempre più democratico, che riesca a coinvolgere un numero crescente di risparmiatori, soprattutto in Europa. Anche alla diffusione di una nuova cultura finanziaria nel Vecchio continente il top manager ha dedicato un intero paragrafo. Il tutto, si legge tra le righe, parte da un preciso strumento di investimento: gli Etf (Exchange traded funds).
I fondi passivi, spiega il numero uno del colosso degli investimenti, «stanno favorendo la crescita della cultura degli investimenti in Europa». Solo un terzo degli investitori individuali europei (il retail) «ha investito nei mercati dei capitali», scrive Fink, «contro l’oltre 60% degli statunitensi».
In questo modo, evidenzia il top manager, «non solo gli europei non stanno partecipando al potenziale di rendimento offerto dai mercati, ma stanno anche perdendo opportunità di ritorni reali nel momento in cui i bassi tassi dei depositi bancari sono surclassati dall’inflazione».
BlackRock, ricorda Fink, sta «lavorando attivamente con i player tradizionali e con quelli entrati da poco come Monzo, N26, Revolut, Scalable Capital e Trade Republic». Queste neobank e broker regolamentati possono, secondo il ceo, «abbassare le barriera agli investimenti e creare una cultura finanziaria nei mercati locali: con la nostra piattaforma europea di Etf da oltre 1.000 miliardi di masse abbiamo un’opportunità gigantesca nell’accrescere la nostra offerta regionale, e aiutare le persone a raggiungere i loro obiettivi attraverso i mercati finanziari».
Che il Vecchio continente sia strategico per BlackRock è evidente anche da un altro passaggio della lettera del suo amministratore delegato. Nell’ultimo decennio, scrive il top manager, «la crescita lenta, i mercati stagnanti e la regolamentazione ingombrante hanno dominato i titoli dei giornali».
Una serie di problemi che si riflettono in un paradosso che Fink mette in luce citando Mario Draghi: «L’ex governatore della Bce ha recentemente sottolineato che l’Europa ha abbassato le barriere commerciali con i Paesi extra-europei, ma non ha fatto lo stesso all'interno dell’Ue tra gli Stati membri. Per un’azienda tedesca, potrebbe essere oggi più conveniente fare affari in Cina piuttosto che nella vicina Francia».
Al contempo, Fink si sente ottimista sulle sorti del continente, nel quale BlackRock gestisce 2.700 miliardi di masse. «Credo che l’Europa si stia svegliando. I politici con cui parlo – e parlo con molti – ora riconoscono che gli ostacoli normativi non si rimuoveranno da soli. Devono essere affrontati». I benefici, spiega ancora il ceo, sarebbero enormi: «Secondo il Fondo Monetario Internazionale, ridurre le barriere commerciali interne all’Ue fino al livello esistente tra gli Stati americani potrebbe aumentare la produttività di quasi il 7% aggiungendo una cifra straordinaria di 1.300 miliardi di dollari all’economia europea: l’equivalente della creazione di un’altra Irlanda e Svezia».
Più in generale, l’intera lettera di Fink è rivolta alla democratizzazione del mondo degli investimenti. Quando nel 1602 aprì la prima borsa della storia ad Amsterdam, dice l’ad, il 90% dei primi 1.143 investitori era composto da ricchi. Ma in quel 10% restante c’erano 53 artigiani, otto negozianti, sei tessitori, quattro saponificatori e «almeno due domestiche, ciascuna delle quali investì 50 fiorini, una somma sufficiente ad affittare un modesto cottage per un anno».
Lo scopo di una società di gestione, afferma Fink, è quello di rivolgersi a queste persone ordinarie, includendole nel mercato dei capitali. «Il capitalismo ha funzionato, ma non per un numero sufficiente di persone: la soluzione non è abbandonare i mercati ma espanderli. Più investimenti, più investitori: questa è la risposta». (riproduzione riservata)