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La messe di dazi promessa da Trump potrebbe essere un’opportunità per l’Italia
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La messe di dazi promessa da Trump potrebbe essere un’opportunità per l’Italia

06 dicembre 2024, 20:43 Ultimo aggiornamento: 09 dicembre 2024, 11:41

Soprattutto per sostituirsi ai prodotti americani in Cina, che assieme all’India è il mercato in cui non bisogna mollare le posizioni, approfittando dell’allure che l’Italia continua avere nei due paesi

Che il mondo intero sia a una svolta epocale credo che nessuno lo possa mettere in dubbio. Non solo per il crescere del numero delle guerre, che sono come un virus che contagia su larga scala. Ma anche per quella guerra che non è fatta di armi e di missili, ma di innovazioni tecnologiche sia nel campo bellico che nel campo civile.

E a questo trend, che appare inarrestabile, si accompagna il crollo di miti (come il mito economico della Germania entrata in profonda recessione, o quello della stabilità politica della Francia in seguito al presidenzialismo introdotto da Charles De Gaulle e ora smentito dalle dimissioni dopo tre mesi del governo abborracciato nominato dal presidente Emmanuel Macron dopo elezioni con esito la crescita della destra).

Detto in una parola: l’instabilità che tutto il mondo, non solo quello progredito, sta attraversando non si verificava con questa dimensione dalla fine della Prima e dalla Seconda guerra mondiale. Soprattutto per quanto riguarda l’economia e la finanza.


Come siamo arrivati a questo punto? Una risposta molto interessante la dà uno dei manager più brillanti che ha avuto l’Italia: il braccio destro del grande Gianluigi Gabetti con cui ha salvato più volte gli Agnelli e non solo. Si tratta di Mario Garraffo, ex-amministratore delegato di Ifi international, poi presidente di Lazard e via dicendo. La sua tesi è molto stimolante perché va a scovare l’origine della crisi che stiamo ora vivendo sia sul piano politico che della pace e del diverso sviluppo del mondo.

E secondo Garraffo c’è un preciso responsabile, il capo della Fed, la banca centrale americana, negli anni 80, l’aitante Paul Volker. «Fu infatti Volker», mi scrive Garraffo, «che fortemente contrariato dalla tenace resistenza della spinta inflazionistica negli Usa, decise di stroncarla con un rialzo dei tassi di interesse double-digit mai visti prima (né dopo)! Con il risultato di far lievitare il dollaro (rendendo quindi molto più costose le esportazioni Usa) e spingendo di conseguenza quasi tutti i produttori americani a de-localizzare i loro impianti verso il Sud-Est Asiatico (Cina inclusa), che conobbe quindi il più massiccio e concentrato nel tempo processo di industrializzazione che la storia ricordi!».

«Essendo quelle aree abitate da gente tutt’altro che stupida, i loro governanti ebbero la saggezza di puntare fortemente sulla istruzione (anche intensificando e favorendo la frequenza dei loro giovani più dotati presso le Università Americane), avviando quel processo virtuoso in base al quale i grandi produttori, americani prima e poi di tutto il resto del mondo, videro nel Far East l’area ideale per la localizzazione di produzioni sempre più sofisticate e qualitativamente affidabili sul piano tecnologico. Circostanza che ha fornito a quell’area una comoda (e gratuita!) base per successivi sviluppi sempre più avanzati. Basti solo pensare che Taiwan, che è poco più grande della Sicilia (34m contro 26m kmq), da poverissima che era alla fine della Seconda guerra mondiale, ha ora un Pil di oltre 900 miliardi di dollari. E questo per aver dato priorità agli investimenti in istruzione, tecnologia e informatica.

E, a proposito di arretratezza nella innovazione, di cui si parlava in Orsi&Tori della scorsa settimana, volevo qui ricordare quanto ebbe a dirmi un grande avvocato di NY, specialista in diritto societario, il quale attribuiva il ritardo delle economie europee rispetto a quella americana alla struttura della legge fallimentare vigente nella maggioranza del Vecchio Continente. Infatti, argomentava, mentre negli Usa la legge fallimentare (chapter 11, etc.) è strutturata per proteggere l’impresa (e quindi l’imprenditore, purché corretto), il nostro sistema è posto soprattutto a tutela dei creditori dell’impresa, marchiando invece l’imprenditore, a prescindere dalla sua correttezza, con lo stigma di “fallito”, che lo seguirà per tutta la vita! Maggior disincentivo all’intraprendere non potrebbe esserci, specie da parte dei giovani, che, in caso di insuccesso, si porterebbero dietro questa nota di demerito per il resto della loro vita professionale. Forse una rivisitazione della legge fallimentare potrebbe dare alla nostra Europa una spinta in più, e forse meno costosa delle centinaia di miliardi di investimenti che comunque sarebbero richiesti anche da noi nell’istruzione informatica e nell’economia digitale».

Il marchio del fallito

Mario ha ragione: da noi un fallito è marchiato per tutta la vita e quindi lo spirito imprenditoriale spesso si ferma a dimensioni contenute sia di fatturato che addetti, limitando le possibilità di crescita dell’Italia in particolare. Se poi nel resto del mondo scoppiano le guerre ecco che le prospettive per le giovani generazioni diventano nere. E appunto, mai come in questo periodo di guerre, da prorompente sviluppo digitale che taglia fuori dal sistema, chiunque non faccia lo sforzo di adeguarsi all’arrivo prorompente dell’AI si sente presto un fallito o un escluso. E non è tutto. Alle guerre in atto ai confini della vecchia Europa nei paesi una volta parte dell’ex-Unione sovietica, ma anche nella parte del Medio Oriente che era diventato l’approdo del martoriato popolo ebraico, e da lì verso il Libano e, un po’ oltre, la Siria e inevitabilmente l’Iran degli ayatollah, si assiste a una crescente instabilità e quindi al pericolo reale di una terza guerra mondiale.

Non bastasse questo scenario, il brusco cambiamento di politica che è già avvenuto in Usa con la nomina di Donald Trump e con esso l’ascesa ulteriore del più ricco e anche, per certi versi, più potente imprenditore della terra (Elon Musk) con gli strumenti digitali di cui dispone, non potrà non determinare uno sconvolgimento anche nei paesi che, come l’Italia, hanno proseguito in una linea democratica anche se spostata a destra.

Il curioso è che, mentre tutto lascerebbe pensare a una replica dei tempi di Volker, con i tassi di interesse che salgono repentinamente, c’è chi, come uno di giornali dotati di maggiore intelligenza della sua redazione, The Economist, prevede che i tassi di interesse scenderanno drasticamente nel 2025. E ciò perché l’economia globale ha subito una serie di shock, tra cui la pandemia, oltre a un picco di inflazione e l’invasione dell’Ucraina, che avrebbero potuto riportare l’inflazione alle stelle. Invece no. La previsione che viene da Londra è che l’inflazione scenderà molto verso il basso. Non ci sarà che rallegrarsene se sarà così.

Ma purtroppo, a parte l’inflazione, che pure è sempre stato un nemico del benessere per quasi tutti i cittadini della terra, le guerre sia con cannoni, droni, bombe eccetera ma anche con le tasse elevatissime all’import che il nuovo presidente Donald Trump ha già annunciato, faranno sì che ci sarà una reazione a catena che potrà favorire anche altre guerre con le armi.

India e Cina: opportunità per l’Italia

Sono due i Paesi verso i quali il sistema Italia dovrà fare particolare attenzione e ricercare sempre più una sintonia import export: la Cina e l’India. Mercoledì sera 4 dicembre si è tenuta l’annuale China Award, premiazione delle aziende italiane e cinesi che esportano reciprocamente di più. L’evento è organizzato dalla Fondazione Italia-Cina e da Class Editori.

Fra le numerose aziende premiate, in riconoscimento dello sviluppo della vendita dei suoi prodotti in Cina è stata la Venchi di Torino, grande specialista di cioccolato. Ha aperto in Cina 80 negozi diretti. Moltissimi anni fa la società si chiamava Venchi Unica ed era quotata in borsa. Finì in mano del bancarottiere Michele Sindona, che la portò quasi all’estinzione. La famiglia ha potuto piano piano riprendere quota e ora è leader assoluto in Cina, come emblema del gianduia di Torino.

Di opportunità in Cina per le aziende italiane ce ne sono tantissime. Bene hanno fatto quindi il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella poche settimane fa e in luglio la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a coglie l’occasione dei 700 anni dalla morte di Marco Polo, per fare una visita ufficiale a Pechino e in altre città cinesi. Ancora oggi la bilancia dei pagamenti reciproca è nettamente a vantaggio della Cina: occorre quindi cogliere l’opportunità che si creerà nel momento nel quale il nuovo presidente Trump metterà tasse elevatissime all’export dei prodotti cinesi in Usa.

Il sistema Italia dovrà essere pronto a conquistare quote di mercato in prodotti che sicuramente, se realizzati in Usa, per legittima ritorsione, avranno dazi elevatissimi. Sarebbe un adeguato sviluppo del rapporto che fra Italia e Cina è iniziato intensamente nel 1978, quando la genialità del ministro del commercio estero ed ex-direttore generale della Banca d’Italia, Rinaldo Ossola, organizzò una delegazione, (di cui ebbi l’onore di far parte) che aprì una linea di credito stand-by alla poverissima Cina per comprare prodotti italiani. L’allora capo della Cina, il vicepresidente (non ha mai voluto diventare presidente) Deng Xiao Ping ben tre volte in una settimana ricevette Ossola. E la terza volta entrammo in bus nella città proibita e io, unico direttore (de il Mondo) della delegazione, potei intervistare Deng Xiao Ping, in francese, lingua che conosceva per aver lavorato come esule a Parigi all’attuale Renault con Zhou Enlai.

Lo so, non è la prima volta che racconto questa vicenda, ma credo che sia bene che il maggior numero degli imprenditori, esportatori e importatori italiani, la conoscano, perché quella è la solida piattaforma del nuovo rapporto, dopo Marco Polo, su cui si deve sviluppare il rapporto con quello che sta diventando il pil più grande del mondo di paese già avanzato ma con ancora enorme possibilità di sviluppo. Gli imprenditori italiani dovrebbero ringraziare in particolare il presidente Mattarella, perché è lui che ha rilevato lo spirito lanciato da Ossola, con i suoi tre viaggi recenti in Cina e l’accoglienza che fece all’attuale presidente Xi Jinping, quando, prima del Covid, venne a Roma, spingendosi con la moglie fino a Palermo per visitare in particolare la Cappella Palatina, dove ci sono le vestigia di numerosissime civiltà.

È necessario che si muova di più anche il sistema bancario italiano, perché le opportunità sono numerose e consistenti. E anche il vicepremier e ministro degli esteri, Antonio Tajani ne è perfettamente consapevole. Per nostra parte, Class Editori aveva già due partnership, con Xinhua News, l’agenzia ufficiale e più grande della Cina e con China media group, cioè il principale gruppo radio televisivo del paese. E in occasione della visita a luglio della presidente Meloni, abbiamo firmato un altro fondamentale accordo con People’s Daily, il Quotidiano del Popolo, che come avviene già con le altre due partnership prevede uno scambio di contenuti e in particolare la pubblicazione su MF-Milano Finanza e ItaliaOggi di più pagine dedicate alle imprese e ai prodotti cinesi, con reciprocità sui media cinesi e in particolare su Global Times, il quotidiano della casa editrice di People’s Daily, e quindi per le aziende italiane con la possibilità di descrivere e promuovere i loro prodotti.

Si dice che Trump non risparmierà dazi forti anche ai paesi della Ue. È sicuro anche se dovrà saper essere moderato, mentre le tasse doganali sui prodotti cinesi potranno arrivare al 65% del valore. Ecco che per l’Italia si aprono quindi grandi opportunità. E i media di Class Editori sono a disposizione delle imprese e dei prodotti italiani perché vengano conosciuti in Cina. Perché abbiano il successo che l’azienda Venchi oggi può vantare. La situazione che si apre con l’avvento alla Casa Bianca di Trump è una grande opportunità per chi guarda con intelligenza al mercato cinese. E a quello dell’India, che ha altrettante opportunità come hanno compreso bene gli ultimi quattro governi italiani, in primo luogo mandando come ambasciatore a New Delhi l’ex-direttore generale della Farnesina per lo sviluppo economico, Vincenzo De Luca. Dal 29 di luglio scorso De Luca ha lasciato il posto a un ambasciatore giovane, Antonio Enrico Bartoli, che ha cominciato come giornalista nella redazione romana di MF-Milano Finanza e che per temperamento e cultura è in particolare orientato alla parte economica. Anche per questo nei giorni scorsi abbiamo ospitato a Class Editori il console generale a Milano, Lavanya Kumar, per studiare iniziative e articoli sulle aziende italiane che vogliono sviluppare il loro export in India e reciprocamente per le aziende indiane che vogliono esportare in Italia. Non si può non ricordare che l’India è il Paese che ha fornito manager fondamentali per lo sviluppo tecnologico digitale, a cominciare da Sundar Pichai, ceo di Google, o Satya Nadella, ceo di Microsoft, o Ajay Banga di Mastercard. Non va neppure trascurata che un’italiana, Sonia Maino, è stata la moglie di Rajid Gandhi, figlio di Indira Gandhi, che ha governato il paese dopo la madre. E la stessa Sonia alla morte del marito è stata presidente del Congresso nazionale indiano dal 2019 al 2022. Anche per questo gli imprenditori e i prodotti italiani sono ben accolti in India.

Se non vi è dubbio che il nuovo presidente Trump, come ha promesso ai suoi elettori erigerà barriere ai prodotti esteri per la valorizzazione di quelli americani, è un dovere degli imprenditori italiani, che del resto hanno sempre avuto talento per l’export, a focalizzarsi sui due paesi asiatici che potranno assorbire i prodotti e i servizi, visto che sarà difficile a partire dai prossimi mesi vendere negli Stati Uniti. E per questo i media di Class Editori saranno al servizio di chi vuole sviluppare questi due grandi mercati. Con anche l’obbiettivo di acquisire la tecnologia che tutti e due i paesi hanno sviluppato, sia pure con logiche diverse.

P.S. Nell’ultima puntata di Piazzapulita, il programma di La7, si è sviluppato un vivace confronto fra la professoressa Elsa Fornero, torinese, e Bianca Carretto, la altrettanto torinese giornalista del Corsera, specialista del settore auto e grande amica di Sergio Marchionne. Il confronto era sulla delusione provocata da John Elkann nel non tenere in nessuna considerazione Torino, nonostante i presunti insegnamenti del nonno Giovanni Agnelli. È vero, al nipote dell’Avvocato, di Torino e dell’Italia poco gli interessa. E la ragione è semplice: nonostante sia l’erede principale dell’Avvocato, per lui conta assai di più la sua parte francese. Per una ragione molto semplice: suo nonno paterno è stato prima presidente del concistoro ebraico di Parigi e poi di tutta la Francia. E lui porta il suo cognome. (riproduzione riservata)



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