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La guerra Usa-Iran mette sotto pressione gli emergenti? Spunta l’alternativa dei mercati di frontiera
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La guerra Usa-Iran mette sotto pressione gli emergenti? Spunta l’alternativa dei mercati di frontiera

06 marzo 2026, 20:00

Contro guerre e bolla AI i Paesi quasi-emergenti possono rappresentare uno scudo in portafoglio. Dal Vietnam al Perù, ecco i preferiti dai gestori di fondi ed Etf

Il nuovo conflitto scoppiato in Medio Oriente con l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran mette sotto pressione l’intero universo dei mercati emergenti, specialmente quelli dell’area del Golfo. Per un investitore alla ricerca di alternative potrebbe essere quindi il momento di orientarsi verso una sotto-categoria: i mercati di frontiera.

Si tratta di circa trenta Paesi che includono nazioni europee come Serbia e Croazia, dell’America Latina come l’Argentina, africane come Nigeria, Benin, Burkina Faso. E ancora, economie asiatiche come il Vietnam e il Pakistan o Stati post-sovietici come il Kazakistan.

Tutte nazioni non collegate in modo diretto al Medio Oriente (a parte eventuali esposizioni marginali in quell’area) e accomunate da una caratteristica economica: si tratta infatti di Paesi in forte crescita, ben avviati a conseguire nel prossimo futuro lo status di mercati emergenti. Che hanno anche un altro potenziale vantaggio: la bassa correlazione ai rischi legati all’intelligenza artificiale.

Un nucleo duro di large e mid cap liquide

La tabella in basso, proposta da Fida, censisce sette fondi e un Etf passivo focalizzati proprio sui mercati di frontiera. Il loro rendimento medio da inizio 2026 è dell’8,7%, ma con notevoli differenze tra i primi (+13,3%) e gli ultimi della classe (+1,8%). A tre anni la performance media passa al 66,5%, mentre le commissioni medie annue sono dell’1,47%, ma anche in questo caso con una certa differenza tra i più cari (2%) e i più economici (0,75%, attribuibile all’unico Etf, che risulta peraltro caro nell’universo dei fondi passivi).

Al di là delle differenze di performance però, spiega l’analista finanziaria di Fida Monica Zerbinati, «una quota rilevante dei portafogli di frontiera converge sugli stessi Paesi chiave, in particolare Vietnam, e su un nucleo ricorrente di large e mid cap liquide che rappresentano, di fatto, l’ossatura investibile». Le differenze tra fondi esistono, certo, «ma si collocano più sul piano dell’intensità e della concentrazione, che su quello dell’impostazione strategica di fondo».

Il paradosso della minore volatilità

Con il fondo Frontier Markets Equity T. Rowe Price mette a segno da inizio 2026 una performance del 10,3%, con commissioni del 2%. Johannes Loefstrand, portfolio manager, vede tre vantaggi nei mercati di frontiera per un investitore europeo. Primo, «un alto potenziale di scoprire titoli con prezzi che non riflettono la realtà, dato che ci sono pochi investitori sofisticati che operano in questi mercati».

Secondo, «una volatilità inferiore rispetto a qualsiasi altro indice azionario regionale, dato che questi mercati non sono correlati con i flussi di capitale globali». E terzo, «la possibilità di costruire una reale esposizione globale, visto che il 36% della popolazione mondiale e il 15% dell’economia, in rapida crescita, risiedono qui». Quanto ai Paesi, per Loefstrand i più interessanti oggi sono «Vietnam, Romania, Kazakistan e Marocco, dove i cambiamenti nelle catene di approvvigionamento stanno sostenendo la crescita».

Alla scoperta del Vietnam, il gigante dell’area

Schroders si approccia all’asset class con il comparto Frontier Mkts Equity che nel 2026 rende il 9,2% ma supera l’81% su una prospettiva di tre anni, con un costo annuo dell’1,5%. Rami Sidani, head of frontier investments Mena, guarda con particolare interesse soprattutto al gigante degli indici, il Vietnam: «Il Paese è stato uno dei principali destinatari di investimenti diretti esteri, stimolando la creazione di posti di lavoro, accelerando la formazione della classe media e alimentando un forte ciclo di consumi interni».

Più in generlae, il focus di investimento del money manager è «sui settori posizionati per beneficiare della trasformazione economica in corso, in particolare i servizi finanziari, le industrie legate ai beni di consumo e le attività che traggono vantaggio dall'aumento del reddito disponibile» della popolazione.

Il rischio della bassa liquidità

Ci sono anche società di gestione italiane in tabella. Eurizon (gruppo Intesa Sanpaolo) con il fondo Equity Emerging Mkts New Frontiers mette a segno nel 2026 una performance del 5,9%, con costi dell’1,7%. Il senior portfolio manager, Paolo Enrico Monaco, è interessato soprattutto dalla «bassa correlazione dei mercati di frontiera a quelli emergenti, e bassissima rispetto ai mercati globali».

Ad esempio, aggiunge, «la composizione settoriale vede una forte presenza dei finanziari (più del 40%, ndr), mentre la tecnologia rappresenta solo poco più dell’1%». Questo ha permesso ai mercati di frontiera, negli ultimi tre episodi di correzione dei mercati, «di mostrare una maggiore capacità di tenuta». Quanto ai Paesi, oltre al Vietnam Monaco è interessato a Pakistan e Kenya, «che hanno avviato riforme significative, tra cui il contenimento dell’inflazione», e Perù, «che beneficia di essere produttori di oro e rame». Attenzione però a un importante limite: «La scarsa investibilità e liquidità, nonché una non adeguata copertura degli analisti», avverte il money manager.

Come investire in frontiera con gli Etf

Dws è in tabella con l’unico Etf, Xtrackers S&P Selection Frontier Swap (+1,8% nel 2026 e costi dello 0,75%). Frederike Bauer, product specialist della società di gestione, evidenzia un aspetto importante per la composizione di un portafoglio diversificato: rispetto agli emergenti, i mercati di frontiera «mantengono un profilo più tradizionale, orientato al valore e ai settori ciclici come finanziari, immobiliare ed energia, che insieme rappresentano circa il 70% dell’S&P Select Frontier».

Dal punto di vista di portafoglio, prosegue il money manager, «i mercati di frontiera negli ultimi cinque anni hanno offerto un profilo rischio-rendimento più interessante rispetto all’Msci World Index. Inoltre, tali mercati possono beneficiare degli effetti legati all’inclusione negli indici, come evidenziato dalla recente promozione del Vietnam nei benchmark globali».(riproduzione riservata)



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