
Ecco quando le banche fanno bene il loro mestiere e creano ricchezza per tutti.
È questa la storia di Intesa (non ancora Intesa Sanpaolo) e il sostegno al gruppo Prada guidato da Patrizio Bertelli e dalla moglie Miuccia Prada, storia che vale la pena di ricostruire, visto cosa è oggi il gruppo Prada, a un passo dall’acquisizione anche di Versace e che cosa è diventata Intesa Sanpaolo sotto la guida di Carlo Messina, di Stefano Barrese capo di Banca dei Territori e di Mauro Micillo, capo della divisione Imi per il corporate e investment banking, mentre Gaetano Miccichè è sempre presente e operativo come chairman della stessa divisone Imi.
Se non ci fosse stata Banca Intesa, allora con Gaetano Miccichè capo della divisione banca d’affari e Corrado Passera amministratore delegato, molto probabilmente non sarebbe più italiano il marchio che deriva dal negozio di borse in Galleria a Milano, fondato nel 1913 da Mario Prada, di origini calabresi e siciliane e dal 1919 fornitore di Casa Savoia.
Prada ha fatturato nel 2023 circa 4,7 miliardi di euro, più o meno il fatturato dell’altro grande marchio italiano, quello di Armani. Ma mentre Armani è rimasto interamente proprietà del fondatore, Prada, grazie all’allora Banca Intesa, è rimasto italiano anche perché ha saputo quotarsi in Borsa a Hong Kong.
Il rapporto fra Prada e Intesa è nato nel 2005, quando Intesa rifinanziò per 700 milioni di euro il debito che varie banche estere esigevano fosse pagato. Lo strumento organizzato da Intesa fu un prestito in pool con Unicredit, Hsbc e Calyon.
Ma passarono pochi mesi e nel luglio del 2006 MF Fashion descrisse così le attività di Intesa a favore di Prada, con il titolo «Intesa si candida a banca del Made in Italy».
«A prima vista, l’annuncio del preliminare d’accordo per l’ingresso di Banca Intesa col 5% nel capitale di Prada può far pensare a un portage. Fra il week end e ieri mattina sono tanti gli operatori e gli imprenditori della moda a valutare entro questi parametri l’iniziativa che ruota attorno a una cifra di 300 milioni: un finanziamento, quindi un aiuto verso un gruppo che, pur dismessi Jil Sander e Helmut Lang con incassi stimati in 150 milioni, si trova a dover fronteggiare una ripresa, naturalmente giusta e possibile, ma con debiti superiori al miliardo a fronte di ricavi 2005 dichiarati a 1,33 miliardi e con un ebitda su cui gravano i risultati dei due brand ceduti nei primi mesi del 2006. D’altronde, gli elementi per giudicarlo tale, l’ingresso di Banca Intesa in Prada, ci sarebbero tutti: di questi 300 milioni, derivati da una valutazione di Prada pari a 2,75 miliardi di euro (MF Fashion, già lo scorso 6 maggio 2006, aveva stimato il gruppo di Patrizio Bertelli in una cifra pari a 2,25 miliardi), 200 milioni saranno destinati a un finanziamento subordinato alla holding Itdm (la finanziaria estera delle famiglie Prada e Bertelli), mentre 100 milioni vanno a un aumento di capitale di Prada spa, che, come annunciato sempre da MF Fashion, vorrebbe tornare in possesso della maggioranza di Church’s dopo tre anni circa. Banca Intesa, inoltre, aveva già rifinanziato per 700 milioni parte del debito di Prada spa lo scorso anno, in pool con Unicredit, Hsbc e Calyon. Eppure, o invece, il ruolo di Banca Intesa nell’operazione Prada è al tempo stesso più semplice e più complesso di questo. Semplice in quanto può a tutti gli effetti essere considerata una pura operazione di mercato: 100 milioni in equity, 200 come prestito. Però, secondo quanto risulta a MF Fashion, quei 100 milioni non sono subordinati ad alcuna deadline, ad alcuna scadenza. Ma se da una parte questo particolare, che MF Fashion è in grado di svelare, lascia intendere che per Prada la Borsa non sarà un’opzione valida per un tempo ancora indefinito, dall’altro questa mossa fa entrare in gioco un altro tipo di pensiero, un’altra logica. La si potrebbe definire una strategia meritocratica, se non suonasse come un giudizio troppo accademico. Come già dimostrato nei casi di Piaggio, Granarolo, NH Hotels, Sigma Tau o Esaote, da tempo l’istituto ha iniziato ad agire con logica di investment bank in settori particolarmente sensibili o ad alto valore aggiunto per il made in Italy (senza dimenticare la prima incursione significativa nell’area dei rilanci di maison di moda con Versace, dove il coinvolgimento è stato meno diretto ma non per questo meno significativo). Chiaro che Prada, che a ogni buon conto vanta un patrimonio diretto superiore al miliardo, e un valore di marchio straordinariamente potente a livello mondiale, rientrasse in questa tipologia di interesse».
Ecco la volontà di essere Banca vera che aiuta in maniera diretta il sistema economico italiano. E infatti, riprendendo sempre quanto pubblicato all’epoca da MF Fashion il 2 novembre dello stesso 2006 se ne ha piena conferma.
«Banca Intesa, dopo i finanziamenti dei mesi scorsi, ha comprato il 5% del capitale di Prada, attraverso la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato, per un importo di 100 milioni di euro. Nel frattempo, Itmd Investment, holding del gruppo Prada, ha già ricevuto anche il finanziamento a medio termine per un importo di 200 milioni di euro organizzato da Ubm e Banca Intesa e sottoscritto dalla stessa Intesa, Unicredit, Calyon, e Banca Leonardo. A curare l’operazione per conto del gruppo guidato da Patrizio Bertelli è stato Arnaldo Borghesi. Inoltre, tramite il nuovo accordo Prada potrà accelerare gli investimenti finalizzati allo sviluppo dei marchi del gruppo a livello mondiale, nonchè di acquisire l’intera partecipazione nel Gruppo Church’s, rilevando il 55% attualmente di proprietà del fondo di private equity Equinox. Al gruppo guidato da Patrizio Bertelli, che alla vigilia ha reso noto di voler riprendere il cammino per la quotazione in borsa nel giro di due anni, fanno già capo marchi come Prada, Miu Miu, Car Shoe e Azzedine Alaïa».
L’idea di Patrizio e Miuccia, si è potuto ricostruire, era quella di vendere a terzi una parte delle loro azioni. La Banca, usufruendo di una normativa oggi modificata per gli istituti di credito ordinario, gli consigliò di non farlo, perché Intesa li avrebbe aiutati anche per quotare poi la società in Borsa e quindi rimanere proprietari di se stessi.
Facendo nel migliore dei modo il mestiere di banchieri, Intesa ha salvato all’Italia una azienda che allora stava attraversando un periodo difficile ma che aveva già i fondamentali per crescere fino al livello attuale. E la tecnica è stata quella dei migliori banchieri, perché il prestito fatto alla holding olandese della famiglia, Itmd investment, aveva la condizione per cui, se la quotazione non fosse avvenuta entro il 31 luglio 2012, si sarebbe trasformato in azioni, che per il 67% erano state date in pegno alle banche. Un modo non soltanto per essere garantite ma per spingere Bertelli e Miuccia ad accelerare la quotazione di Prada. E con i finanziamenti avuti, Bertelli aveva potuto acquisire l’intera partecipazione delle calzature Church’s.
Nella dinamica positiva innescata da Intesa è così avvenuta la grande espansione di Prada nei mercati asiatici e in particolare in Cina, il che ha portato quasi naturalmente a quotare il gruppo a Hong Kong. E nel 2024 c’è stato un salto decisivo. In un anno precario per molti marchi, il gruppo Prada è arrivato a fatturare 5,4 miliardi di euro (+17%) con un Ebit di 1,3 miliardi (23% del fatturato) e l’utile netto che è stato di 839 milioni di euro, pari a +25% rispetto all’anno prima. E a esporre questi numeri sono stati il ceo attuale, esterno alla famiglia, Andrea Guerra, che aveva in passato dato il meglio di sé nel gruppo degli occhiali fondato da Leonardo Del Vecchio, e con lui ha fatto l’annuncio il figlio di Miuccia e Bertelli, Lorenzo, che è Chief marketing officer del gruppo.
Come ha spiegato lo stesso Bertelli in una intervista, c’è stato nel 2024 un rallentamento in Cina, ma compensato da una forte crescita (17%) del Giappone, della Corea del Sud, due Paesi che hanno significativo turismo cinese. Se si tiene conto che la quotazione a Hong Kong era stata scelta anche in relazione al mercato cinese e asiatico, si è dimostrato che la scelta fatta anni fa di guardare complessivamente all’Asia è stata veramente azzeccata. Ma c’è un’altra scelta che aveva subito convinto a dare tutto il sostegno che poteva già dare quella che è poi diventata la prima banca italiana attraverso la fusione con il SanPaolo di Torino: l’idea di Bertelli di costituire un gruppo con la filiera di produzione totalmente integrata e direttamente posseduta. E anche recentemente Bertelli ha spiegato che avere il controllo di tutte le fasi della produzione è fondamentale per poter cogliere tempestivamente l’evoluzione dello stile e dei gusti dei clienti. Sono infatti 26 gli stabilimenti di proprietà diretta del gruppo Prada.
Aver esposto questo programma o, meglio, questa ideologia dell’integrazione totale che permette di cogliere in tempi brevissimi l’evoluzione dello stile e dei gusti, era stato decisivo per Banca Intesa per decidere di dare un sostengono assoluto al gruppo. Non tutti i banchieri l’avrebbero compreso, specialmente ragionando con il metro del rischio distribuito, che è la via che seguono, ovviamente con minor successo e minore agilità, altri gruppi del lusso. E la filosofia del tutto in casa non si ferma, perché Bertelli ha comunicato che sta per essere aperto uno stabilimento in provincia di Siena, a Piancastagnaio, raddoppiando una fabbrica di pelletteria che era stata aperta negli anni 90. Mentre per i capispalla è stato aperto da poco uno stabilimento a Senigallia, che, anche se non è Toscana (Bertelli sente moltissimo le sue radici aretine) è comunque nel centro Italia.
Con questo continuo sviluppo cresce la soddisfazione non solo di Bertelli e Miuccia, ma anche della Banca che comprendendo per prima, si può dire, l’importanza del sistema moda italiano seppe unire alla tradizionale attività di una banca commerciale anche quella di banca d’affari del livello di cui è ora la divisione Imi, con Miccichè presidente e Micillo capo operativo. Anzi, il peso nel gruppo Intesa Sanpaolo di questa divisione ha in chi ne ha preso le redini fin dal 2007, Carlo Messina, una consapevolezza ancora maggiore di dover assolvere un ruolo chiave per il Paese e non solo perché Intesa Sanpaolo è la prima banca europea per capitalizzazione. Ma per profonda consapevolezza del valore etico che una banca deve avere al servizio delle imprese e di tutto il Paese, come sta facendo Stefano Barrese, capo della Banca dei territori, cioè l’Italia.
A parte le scelte inqualificabili di Donald Trump, come faranno gli Stati Uniti a mantenere i connotati assunti nel passato di Paese esemplare in termini di democrazia?
L’emblema specifico della democrazia americana era una serie di media completamente indipendenti dal potere politico e da quello economico. In primo luogo, The Washington Post, non fosse altro per la storica inchiesta sul Watergate che costrinse il presidente Richard Nixon a dimettersi. Non c’era bisogno per capire il valore per la democrazia che rappresentava il giornale di proprietà di Katharine Graham. Ma certo fu un esempio straordinario di difesa della democrazia. Era da decenni che il Post, con la sede principale a Washington, dava l’esempio a tutto il mondo dell’informazione su come la stessa debba essere indipendente da ogni potere economico e politico. Non di meno, la vicenda Watergate rese consapevole tutto il mondo che l’essenza per la democrazia è la separazione dell’informazione dagli altri poteri.
Questo mondo negli Usa non esiste più e non solo per le incredibili dichiarazioni su quali siano i principi a cui devono attenersi i giornalisti del Post secondo il suo attuale proprietario (non si può chiamare editore), Jeff Bezos, padrone di Amazon. Prima delle elezioni che hanno riportato alla Casa Bianca Donald Trump, Bezos ha proibito di esprimere il sostegno per il candidato, inevitabilmente democratico, e da pochi giorni con la decisione per cui la pagina degli editoriali dovrà contenere solo opinioni che parlano di libertà personali e di libero mercato. Un diktat per eliminare gli interventi critici verso il presidente Trump. Con la reazione immediata del capo della pagina degli editoriali e dei commenti, David Shipley, che ha rassegnato istantaneamente le dimissioni. E sono straordinariamente espressive in questo senso due vignette pubblicate da The Economist con il presidente Trump che ha in bocca la T del suo social Truth e accanto Elon Musk con in bocca la X del suo social. Amen!
Se si passa dall’America all’Italia e in termini di libertà si passa dalla democrazia al sistema bancario, pur rispettando i principi della libertà di impresa, non si può non segnalare due operazioni dove palesemente si pensa di imporre a banche più piccole la forza di quelle più grandi, ignorando la funzione che anche le banche più piccole, specialmente se radicate in un territorio economico importante, svolgono per il Paese. Da una parte l’Ops su Banco Bpm da parte di Unicredit con il tentativo di conquistare la ex Popolare di Milano, compiuto da un uomo, Andrea Orcel, che effettivamente ha fatto nella sua carriera di grande successo il banchiere d’affari, comprando e vendendo o facendo comprare e vendere, società bancarie, finanziarie e industriali. Dall’altra un tentativo apparentemente fra quasi pari, cioè l’Ops lanciata da Bper su Banca popolare di Sondrio. Probabilmente l‘ispiratore di questa operazione è più alto, cioè Unipol, che è significativo azionista delle due banche. Ma che bisogno c’è che una banca conquisti l’altra per poter mettere a frutto la professionalità e l’aderenza agli interessi del rispettivo territorio di due ottime banche ex-popolari se non sono le stesse banche d’accordo a farlo, come avvenne con la fusione fra Intesa e Sanpaolo di Torino? Non basta che siano collegate attraverso Unipol? Purtroppo, si sta cancellando il valore che è sempre stato delle banche popolari, con precisi interessi e conoscenze del territorio. Con ciò senza assolutamente negare lo strumento delle opa o ops ma mentre l’opa può essere anche ostile, visto che sul mercato si compra e si vende, l’Ops, essendo uno scambio di azioni, perché sia efficace dovrebbe avvenire con il consenso non con l’ostilità a cui si sta assistendo anche nelle operazioni ora in atto. (riproduzione riservata)