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Fondi attivi vs Etf
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La gestione attiva perde colpi? Quando (e dove) vale ancora la pena pagare le commissioni agli stock picker

22 agosto 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2025, 08:51

Nell’ultimo anno soltanto il 29% dei fondi azionari attivi ha battuto gli Etf: pesano i costi e la difficoltà di fare meglio di un mercato che corre. C’è ancora spazio per gli stock picker? Sì, ma non ovunque

È un mestiere difficile quello del gestore attivo nel 2025. Primo, perché se il tuo lavoro è quello di battere il mercato, riuscire ad avere la meglio su un benchmark che in cinque anni è cresciuto al ritmo del 14,6% annuo (il riferimento è l’indice Msci World delle azioni globali) è un po’ come correre i cento metri contro la lepre.

Secondo, e non per importanza, perché se il tuo sforzo quotidiano è quello di analizzare, studiare e infine scegliere titoli che possano effettivamente battere il mercato, quello sforzo te lo devi far pagare in commissioni. Insomma, tornando alla metafora: la corsa dei cento metri contro la lepre (cioè gli Etf, i fondi passivi che fanno copia-incolla di indici di mercato) inizia addirittura con lo svantaggio di dover partire arretrato rispetto ai blocchi di partenza. Un 1,5% annuo medio di commissioni per i fondi azionari distribuiti in Europa, che alla lunga va a incidere - e non poco , sulla performance finale.

Una gara in salita

Terzo motivo per cui il mestiere del gestore attivo è così difficile: fino a pochi anni fa chi voleva investire in risparmio gestito in Europa (e in Italia) non aveva grandi alternative rispetto ai fondi attivi. Ma la definitiva affermazione degli Etf, che alla fine del secondo trimestre di quest’anno hanno raggiunto il valore record di 2.235 miliardi di euro di masse (fonte Hanetf), ha scompaginato tutte le carte in tavola: i risparmiatori preferiscono sempre più i fondi-indice passivi per i costi contenuti e la facilità di negoziazione (in borsa, come normali azioni).

E le performance, al netto dei costi, li stanno fin qui premiando: secondo quanto certificato da Morningstar nel barometro che mette a confronto rendimenti dei fondi attivi e passivi disponibili nel mercato europeo, solo il 29% dei gestori azionari attivi è riuscito a battere il mercato nei 12 mesi compresi tra giugno 2024 e giugno 2025. Peraltro con un minimo del 23,1% toccato a febbraio. E se si allarga l’orizzonte a dieci anni (un normale periodo di detenzione per un investitore di medio periodo) il bilancio è ancora più impietoso: solo il 13,5% dei comparti attivi ha battuto i corrispettivi Etf. Si tratta di uno dei livelli più bassi toccati nell'ultimo decennio.

Dove il gestore soffre di più 

I dati aggregati non riescono però a restituire le sfaccettature di un quadro frastagliato, che si possono invece ricavare dall’analisi delle singole categorie. Come regola generale, spiega Morningstar, «i gestori attivi tendono a registrare tassi di successo maggiori quanto meno cercano di riprodurre in modo fedele la capitalizzazione del mercato o in categorie nelle quali i fondi passivi soffrono per via di iper-concentrazioni settoriali o in un numero esiguo di titoli».

Tradotto: più il mercato è grande, liquido e ben diversificato, più è difficile batterlo. Tanto più per quei gestori che provano a sfidarlo sullo stesso terreno, specie per quanto riguarda le capitalizzazioni di mercato. Esempio classico: nel mercato azionario americano delle large cap blend (espressione che indica uno stile di investimento misto tra growth e value) solo un gestore attivo su cinque ha battuto gli Etf nell’ultimo anno. Ma le cose peggiorano all’aumentare dell’orizzonte temporale: tanto che su un arco temporale di 15 anni solo il 2% degli stock picker è riuscito nell’impresa. E c’è chi ha fatto perfino peggio: tra le azioni Usa large cap growth (in buona sostanza: i fondi che investono nelle big tech) su un orizzonte di 15 anni il tasso di successo dei money manager attivi è dello 0%.

L’Italia e gli altri

Che cosa succede invece nei principali mercati europei? I gestori attivi specializzati nel mercato francese hanno fatto molto bene nell’ultimo anno, battendo gli Etf nel 42% dei casi. Ma su qualsiasi altro orizzonte temporale i comparti passivi stravincono e il tasso di successo sprofonda fino a un minimo dell’1,7% su un orizzonte triennale.

In Germania la capacità dei gestori attivi di battere il mercato è strutturalmente bassa: nell’ultimo anno solo il 12% degli stock picker ha battuto gli Etf, mentre negli altri lassi temporali si viaggia tra un minimo del 4,6% e un massimo dell’11%.

Per l'Italia il discorso è un po’ differente: nell’ultimo anno il tasso di successo dei gestori attivi è del 29%, perfettamente in linea con le media europea. Sugli altri orizzonti la percentuale rimane abbastanza costante intorno al 16%. Nonostante la forte corsa del Ftse Mib degli ultimi anni, trainata dalle banche e dai titoli del risiko, i gestori attivi sono riusciti a cavarsela meglio di molti colleghi europei, probabilmente grazie a scommesse mirate sui tanti industriali dello Star che, per le loro dimensioni, fanno fatica a finire negli Etf che replicano indici di mercato più ampi.

Dove il gestore ha spazio

I gestori attivi hanno ancora uno spazio in cui riescono a distinguersi rispetto agli Etf: i mercati piccoli, meno liquidi, concentrati in pochi titoli o settori. Nell’ultimo anno gli stock picker specializzati nei mercati del Nord Europa hanno battuto i fondi-indice passivi nel 96% dei casi e riescono a tenersi al 40% anche su un orizzonte triennale. Perfino su un lasso di cinque anni un fondo attivo su quattro riesce a vincere. Un altro esempio è l’India, un mercato emergente che, sebbene sempre più presidiato anche dai fondi passivi, costituisce ancora un vasto territorio da esplorare per i gestori attivi: nell’ultimo anno il 53% ha battuto gli Etf, tasso che si mantiene più alto della media (tra 40% e 50%) anche sugli altri orizzonti temporali.

Reddito fisso, il terreno dei gestori

Al contempo i gestori attivi dimostrano di avere ancora ampi margini di manovra nell’universo dei fondi obbligazionari. E infatti su un orizzonte annuo il 50,1% dei gestori attivi è riuscito a battere i rispettivi Etf: dato in forte calo rispetto al 59,4% di un anno fa, ma comunque su livelli strutturalmente elevati. Così come si mantiene su livelli elevati, ai massimi dell’ultimo decennio, il tasso di successo a tre e cinque anni: tra il 50% e il 55%.

Anche in questo caso si osservano differenze importanti tra le diverse categorie: a registrare i migliori tassi di successo nell’ultimo anno sono i gestori attivi che investono nei Treasury (89%) e nei bond corporate americani (77%), assieme ai money manager che selezionano obbligazioni governative globali (70%), i quali, secondo lo studio di Morningstar, sono stati abili nel riposizionarsi per evitare la stangata in portafoglio data dal dollaro debole. Un’opportunità che gli Etf, ancorati agli indici di mercato, non riescono a sfruttare. Ecco perché quando si verificano movimenti bruschi e repentini sui mercati (come per l’appunto un forte indebolimento del dollaro) il gestore attivo ha più modo di correggere il tiro rispetto agli Etf.

Senza dimenticare un altro aspetto, segnalato da vari analisti e consulenti: anche il più diversificato e ampio benchmark obbligazionario non riesce a coprire in genere più del 50% dell’universo dei bond in circolazione. Gli indici azionari arrivano all’80%. Questo significa che il gestore obbligazionario attivo ha molto più margine di manovra per provare a deviare dal suo indice di riferimento e quindi per tentare di batterlo. (riproduzione riservata)



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