Per anni la difesa è rimasta fuori dai portafogli istituzionali: troppo legata ai rischi geopolitici, incompatibile con i criteri Esg, distante dai canoni dei fondi pensione. Oggi lo scenario è cambiato. La guerra in Ucraina, il ritorno della competizione globale e l’aumento strutturale delle spese militari in Europa hanno creato un nuovo mercato: gli Etf dedicati ad aerospazio e difesa. Il movimento è nato negli Stati Uniti, con strumenti come l’iShares U.S. Aerospace & Defense Etf o lo Spdr S&P Aerospace & Defense, che raccolgono miliardi dando accesso a Lockheed Martin, Raytheon, Northrop Grumman.
Ma la novità è che anche in Europa si stanno imponendo Etf specifici, segno che la finanza continentale sta superando i tabù storici. A marzo 2025 il VanEck Defense Ucits Etf, domiciliato in Lussemburgo, ha attirato 1,9 miliardi di dollari di flussi netti, di cui oltre un miliardo in un solo mese. Il WisdomTree Europe Defence Ucits Etf ha raggiunto 588 milioni di masse, mentre l’Etf Select Stoxx Europe Aerospace & Defense ha guadagnato il 20% in poche settimane. Numeri che mostrano come l’interesse non arrivi più solo da Wall Street, ma anche da fondi e investitori europei.
In prima fila asset manager britannici, tedeschi, svizzeri e nordici. Soprattutto, si stanno muovendo soggetti finora assenti: fondi pensione e gestori Esg. È il caso del danese Pfa Pension, che ha rivisto le proprie policy aprendo ad Airbus, Bae Systems e Thales. Una scelta seguita da Legal & General, Ubs Asset Management e Mercer, che hanno iniziato a rivedere le exclusion list.
Per l’Italia questa è una svolta cruciale. Etf paneuropei possono convogliare capitali freschi su Leonardo e sulla filiera nazionale, dalle Pmi lombarde ai poli piemontesi e laziali. Piazza Affari, già sede di alcuni Etf difesa, può aspirare a diventare hub per un mercato che incrocia industria, geopolitica e finanza. Non mancano le attenzioni critiche. I flussi record degli ultimi mesi sono in gran parte una reazione alla guerra: il rischio è trattare la difesa come una moda finanziaria, inseguendo rialzi di breve senza valutare progetti industriali solidi. Se gli Etf si limitano a speculare sui titoli dei grandi gruppi, la ricaduta sull’economia reale resterà scarsa.
Il punto di equilibrio è usare gli Etf come canale per il risparmio diffuso, ma legandoli a programmi coerenti con le strategie europee. Bruxelles ha già tracciato la strada con l’European Defence Industrial Programme e il Fondo europeo per la difesa. Strumenti che hanno senso solo se accompagnati da una finanza capace di distinguere tra speculazione e investimento strategico. La svolta dei fondi pensione e dei gestori europei mostra che un cambio di paradigma è possibile.
La sicurezza è tornata un bene comune e anche la finanza intende avere un ruolo. La vera sfida, per Milano come per l’Europa, sarà trasformare questa nuova asset class da fenomeno di breve periodo in una leva strutturale per la competitività industriale e tecnologica del continente. (riproduzione riservata)
*già presidente del Copasir