
Nvidia è una società che produce chips per l’intelligenza artificiale usati da ChatGpt. Sapete quanto capitalizza in borsa a New York? 2,4 trilioni di dollari, ovvero 2.400 miliardi. Apple capitalizza negli stessi giorni 2.600 miliardi di dollari. Se si quotasse in borsa ora ChatGpt, quanto capitalizzerebbe?
Meglio non pensarci. La febbre da AI generativa è arrivata a un punto tale da far saltare tutti i termometri.
Un altro esempio altrettanto significativo di Nvidia e della grande inarrestabile febbre provocata da AI, pur in una dimensione modesta, visto che non fa niente di specifico per l’AI è Dell, che produce genericamente computer: in pochi giorni il suo valore è salito del 30% nella convinzione che il dilagare della nuova tecnologia AI farà crescere enormemente le vendite di computer.
Se non è pazzia questa, poco ci manca. Poco più di un anno e mezzo fa Nvidia capitalizzava 600 miliardi di dollari. E nessuno oggi, neppure il più esperto analista, può prevedere quali, al di là di ChatGPT, se si quoterà, saranno le aziende del settore tecnologico che non solo sopravviveranno ma saranno strutturalmente beneficiate dal reale impatto (se sarà veramente reale) dell’AI.
Nel piccolo mondo che è l’Italia si assiste alla corsa sfrenata ad assumere persone che capiscano qualcosa di più della media in tema di AI: per esempio, è il caso delle quattro big della consulenza, che pure sanno gestire bene se stesse altrimenti non potrebbero avere clienti che le super pagano per essere indirizzati verso il successo. Battendo anche la provincia le Big 4, assumono e comprano. Quasi sicuramente hanno ragione loro, perché non era dai tempi della corsa all’oro in America, che non si respirava un’aria di eccitazione come quella che si respira oggi.
Non vi è dubbio, come dicono il professor Mario Rasetti o Padre Paolo Benanti, che è già stato cooptato dal comitato dell’Onu per l’AI, che la svolta è dietro l’angolo e che al momento non si può dire quanto sarà il bene e quanto sarà il male che farà all’umanità intera. Anche perché chi ha il potere di legiferare e controllare non è che sia rimasto fermo: l’Unione europea ha approvato mercoledì 13 marzo la prima vera legge al mondo sull’AI; eppure, in Europa non esiste nessuna azienda che sia così avanzata nell’uso dell’AI come negli Stati Uniti o anche in Cina. Che il vecchio continente abbia più saggezza del resto del mondo? Non è improbabile anche perché non avendo realizzazioni così avanzate come negli Usa, il parlamento europeo ha avuto l’intelligenza e la sensibilità di mettere le mani avanti: il regolamento sull’AI è stato approvato con 523 voti a favore e, solo 46 contrari (sarebbe interessante conoscerli uno per uno) e 49 astenuti (probabilmente in base al principio di non saper né leggere né scrivere in materia di AI).
In realtà l’Europa, che manca su tante cose e in tante aree, aveva già avuto una performance simile quando ha approvato prima di tutti al mondo il Regolamento generale per la protezione dei dati. Quel prima deve aver funzionato da molla per dire: perbacco, lo facciamo vedere noi ai padroni dell’AI. Fuor di paradosso, sicuramente ha funzionato un dato: in Europa non c’è nessun operatore di AI che sia un’eccellenza assoluta e quindi è stato sicuramente più facile mettere regole, perché non c’era neppure una lobby da sconfiggere. Non si può tuttavia ignorare che il vecchio continente abbia più saggezza e non a caso viene chiamato anche il Vecchio Continente. «Siamo riusciti a mettere gli esseri umani e i valori europei al centro dello sviluppo dell’intelligenza artificiale», è stato così il commento di Brando Benifei, eurodeputato del Pd correlatore dell’AI Act elaborato dalla commissione per il Mercato interno dell’Europarlamento. La stesura dell’AI act nel dicembre scorso aveva comportato una negoziato di 38 ore ininterrotte ma alla fine, perfino il romeno Dragos Tudorache, è convinto che «è stata collegato per sempre il concetto di intelligenza artificiale ai valori fondamentali che costituiscono la base delle nostre nazioni».
Il punto più dibattuto è stato quello riguardante l’uso dell’AI per scopi di polizia. Così sono stati fissati limiti, per esempio, all’uso di sistemi di identificazione biometrica (che possono classificare le caratteristiche fisiche o comportamentali). E sono state introdotte norme che contrastino la manipolazione e le fragilità umane. L’AI, infatti, può produrre immagini e contenuti audio o anche video non corrispondenti alla realtà (il termine che li definisce è deepfake) e pertanto questi dovranno essere definiti come tali, essendo proibiti, per esempio, per influenzare il voto elettorale in processi democratici. Per converso, è stato previsto che il cittadino europeo abbia il diritto di presentare reclami e a richiesta ricevere spiegazioni vere e non manipolate.
È stata approvata la legge, ma ora dovrà essere varato, fra l’altro in varie lingue, il regolamento, che verrà sottoposto al voto della Commissione Ue. Un’estrema prudenza è che il regolamento potrà entrare in vigore, come ogni provvedimento europeo, dopo 20 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Europea ma comincerà a essere applicato soltanto dopo due anni. Dal che si deduce la complessità dovuta anche alla continua evoluzione dell’AI e che quindi ciò che sembra efficace oggi potrebbe non esserlo più dopo qualche mese. Ciò non toglie, con la stessa logica usata liberamente dalle imprese sostenibili, che appunto imprese e cittadini rispettino da subito il regolamento che il parlamento ha approvato e a breve sarà approvato dalla Commissione Ue. Ma alcuni divieti potranno entrare in vigore entro fine anno.
Già questa sommaria descrizione, fa capire quale complessità non soltanto normativa ma attuativa presenta una regolamento su una bomba atomica qual è l’AI. Che fra l’altro non potrà essere nazionale o continentale, giusto perché il suo sviluppo e il suo uso è universale.
Per avere un’idea di che cosa può succedere, si può fare tesoro del passato. Per esempio, fare un salto indietro agli anni 90 quando l’uso dei computer è stato spinto in primo luogo da Microsoft, che guarda caso è anche il maggior azionista di ChatGpt. Quella spinta produsse il sistema operativo Windows, che si diffuse perché la stessa Microsoft favorì la produzione dei chips Intel necessari per usare i sistemi operativi nei personal computer. In questo modo, Microsoft è diventato il leader assoluto del settore dei personal computer, come Intel è diventato tale nel campo dei processori, catturando insieme oltre la metà dei profitti del settore.
La forza delle regole varate dall’Europa saranno messe alla prova da coloro (e Microsoft c’è) che sono già leader diretti o indiretti nell’intelligenza artificiale. Tutto questo mi fa essere meno trionfante sul fatto che l’Europa sia stata la prima entità politica democratica a legiferare sull’AI. Certamente è un segno di civiltà. Ma qualcuno ha dubbi che far rispettare quelle regole sarà davvero arduo, visto che i protagonisti non sono europei? Forse (o più che forse) per proteggere i cittadini anche l’Europa deve diventare leader nell’AI.
Pur essendo europeista convinto, temo che l’Europa sia in pericolo anche in altri settori e che per non soccombere debba sbrigarsi a recuperare il terreno perso in uno dei settori industriali più classici, la fabbricazione di automobili. E se questo pericolo riguarda l’Europa, è esiziale per l’Italia. Mi riferisco in particolare all’auto elettrica. Prima che scoppiasse la vicenda ereditaria nella famiglia Agnelli-Elkann, il bravo ministro del made in Italy, Adolfo Urso, aveva messo alle corde Stellantis, che è diventata padrona della Fiat. Era chiaro a tutti che un paese che in passato produceva 3 milioni di auto all’anno, avendo via via incorporato tutti i marchi italiani come Lancia e Alfa Romeo, ricevendo aiuti sostanziosi dallo stato, non meritasse di essere sceso a una produzione annua di circa 500 mila vetture. Il ministro Urso non gliel’ha mandata a dir dietro né a John Elkann, che di Stellantis è il presidente con poteri e con Exor è l’azionista più grande in Stellantis. Quando la polemica sulla evaporazione dell’industria automobilistica in Italia stava arrivando all’apice, è partita la vicenda dell’eredità Agnelli ed ecco allora che è sceso in campo l’ad di Stellantis, ben stimolato da Urso che aveva detto chiaramente di essere in trattative con brand cinesi per l’auto elettrica. È stato allora che l’ad Carlos Tavares ha battuto un colpo. Ci siamo, aveva detto il bravissimo manager adottato dai francesi. Urso ha atteso con pazienza di ascoltare i programmi. La delusione più nera. Vale la pena di riportare le sue parole: «Puntiamo sull’Italia», ha detto lunedì 18 marzo, e ha aggiunto: «Per Mirafiori 240 milioni. E ora incentivi a tutti». Urso, che è uomo di spirito, ha sorriso. Tavares si è fatto intervistare anche da un quotidiano importante, usando ancora parole più impegnative rispetto a dire «puntiamo sull’Italia», ha infatti dichiarato: «Piano per Mirafiori. Italia pilastro della crescita». E l’investimento è di 240 milioni… Ma sempre nell’intervista ha spiegato che fra il 2019 e il 22 Stellantis ha investito 5 miliardi in Italia….
La risposta gliel’ha data il suo concorrente in Francia, il capo di Renault, l’italiano Luca De Meo che era stato il più bravo collaboratore di Sergio Marchionne, colui che aveva salvato la Fiat dal fallimento e che, conquistando la Chrysler, ha consentito a Tavares, incorporando la Fiat, di avere una grande posizione in Usa. De Meo non fa giochetti da 240 milioni di investimenti. Come ha potuto scrivere MF-Milano Finanza, ha scritto una lettera a Bruxelles sul futuro dell’auto nel continente, in vista delle elezioni europee di giugno: In Cina e Usa sussidi alle auto, Europa più costosa. E De Meo ha rilanciato il modello Airbus, la società consortile europea nata per fare concorrenza ai grandi costruttori di aerei negli altri continenti. Ci vuole, secondo De Meo una soluzione simile per vincere la sfida della transizione all’elettrico. E De Meo parla chiaro, perché non ha come Stellantis, grazie al suo maestro Marchionne, la possibilità di produrre negli Usa. «Produrre auto elettriche in Europa è più costoso che nel resto del mondo come Cina e Usa. Con la prima che distribuisce sussidi sempre maggiori ai costruttori e l’America dove sono stati concessi decine di miliardi di dollari in crediti d’imposta, mentre nel vecchio continente un programma del genere non esiste». De Meo ha parlato chiaro anche perché è presidente dell’Acea (l’associazione dei costruttori europei). E alla Ue De Meo ha mandato a Bruxelles un documento di 20 pagine con sette raccomandazioni e 8 misure per sviluppare una vera politica europea.
Ecco chi parla chiaro perché è completamente europeo, mentre Stellantis ha i contributi in Usa e può permettersi di annunciare trionfante che per Mirafiori ha pronti 240 milioni, dicasi 240 milioni. Il modello Airbus, uno dei casi di maggior successo dell’industria europea è un consorzio di cui fanno parte lo stato francese, tedesco e spagnolo. Oggi è il maggior costruttore di aerei per uso civile. Dica Stellantis, dica Elkann (nonostante i comprensibili problemi di questi giorni), dica Tavares, se sono disponibili a un progetto europeo con questo schema per l’auto elettrica europea. E, come giustamente si aspetta e vuole il ministro Urso, che gli investimenti in Italia siano equi rispetto alla Francia e non 240 milioni per rilanciare (la parola fa quasi sorridere) Mirafiori.
A leggere alcuni titoli, per esempio questo: «Borse, corse ai nuovi massimi. Lo spread scende a 122 punti», sembrerebbe di essere nel migliore dei mondi possibili almeno se si guarda dal lato economico e finanziario. Ma tutti, anche chi non è esperto, capisce che non è così, con due-tre guerre in atto, con una rivoluzione tecnologica di cui si intuisce il possibile valore per il progresso ma anche per i risvolti che queste rivoluzioni portano sempre con sé. Ma per quanto riguarda l’Italia, c’è di più.
C’è in primo luogo che, a differenza di quanto può essere in Usa o Londra, ma anche a Parigi, Piazza affari è poco rappresentativa dell’economia del paese, sia per numero di società quotate che per espressività delle stesse. Se si vuole, a parte poche banche, quelle più rappresentative e anche meglio performanti sono controllate dallo stato: le Poste, l’Eni, l’Enel, Leonardo, Fincantieri, Snam, Italgas, Terna, Saipem, STMicro, Enav e persino il Monte dei Paschi di Siena fatto rinascere dal duo Luigi Lovaglio-Maurizio Bai. La maggior parte dei privati sono fuggiti in Olanda, salvo le banche e in particolare Intesa Sanpaolo e Unicredit che con le loro performance sono alla base della performance della Borsa. A guardare il listino viene da piangere, tale è basso il numero delle società quotate, per non parlare dell’ex Aim, che non riesce ha ad attrarre 500-1000 società come dovrebbe.
Il miracolo di borsa ai massimi e di spread vicino a quello tedesco, ha soprattutto un nome: Pnrr. Quei quasi 200 miliardi che Mario Draghi riuscì a conquistare. Non c’è che da sperare nella serietà e nella bravura del bocconiano ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. E sperare che non scoppi la terza guerra mondiale. (riproduzione riservata)