Il rischio centrale per il 2026 negli Usa è l’inflazione. Secondo l’outlook per il prossimo anno di Jp Morgan Asset Management, presentato dalla strategist del gruppo Maria Paola Toschi, la combinazione di politica fiscale e monetaria espansiva, il calo della forza lavoro a causa della riduzione dell’immigrazione e le tariffe, rappresentano un mix in grado di aumentare il livello dei prezzi nell’economia americana. «I rischi di effetti di inflazione sembrano al momento sotto controllo, ma nel 2026 non è detto che resteranno bassi anche perché il nuovo governatore della Fed potrebbe continuare sul taglio dei tassi pur in presenza di una economia che cresce», spiega Toschi.
Un’altra incognita per i mercati deriva dall’AI che quest’anno ha corso e ha trainato il rally degli indici azionari lasciando gli investitori alle prese con i timori di una bolla. Il peso delle prime 10 società dell’S&P 500 ha raggiunto il 45%, ma anche i profitti sono saliti al 34%. «In questo contesto è importante gestIre con attenzione la concentrazione sul settore tecnologico Usa. Le valutazioni sono meno estreme rispetto alla bolla dot.com del 2000 e gli utili le sostengono, ma gli investimenti stanno iniziando a intaccare i flussi di cassa e i periodi di boom della spesa in conto capitale ha spesso la spiacevole tendenza a trasformarsi in fasi di contrazione», aggiunge Toschi. «E la domanda finale rimane la principale fonte di incertezza», prosegue Toschi. Ci si chiede poi se le big tech che sono oggi sulla cresta dell’onda potranno restare vincenti anche nei prossimi anni.
Ad esempio Nvidia da inizio 2023 ha superato di gran lunga le stime trimestrali di ricavi e utili anche se quest’anno il divario rispetto alle attese si è attenuato. Tutto questo, sintetizza Toschi, «segnala che una delusione importante rispetto alle attese potrebbe avere effetti a catena sull’intero settore AI, con impatto anche sulla crescita economica. Quindi a oggi il tech Usa è comunque convincente, ma bisogna cavalcarlo con prudenza tenendo presente le alternative di diversificazione a livello globale».
Anche perché, come evidenzia l’outlook del gruppo, quest’anno la diversificazione regionale ha dato i suoi frutti grazie all’indebolimento del dollaro: nonostante il rally, il mercato azionario Usa ha reso poco più del 5% considerando il total return in euro rispetto al 18% di quello dell’Europa, o addirittura al 105% dei titoli europei della difesa.
C’è anche da dire che la maggior parte dei mercati azionari sono cari a livello globale, a partire dagli Usa, ma ce ne sono alcuni più a buon mercato di altri come la Cina, il Giappone e l’Europa. Ed è proprio su queste aree che guarda Jp Morgan Am per bilanciare l’esposizione alla borsa americana. «Gli utili europei sono ora destinati a crescere e per la Cina la scelta del Paese di puntare sul comparto tecnologico è da guardare con interesse, mercati emergenti e Cina possono offrire esposizione alla tecnologia. Quanto al Giappone le prospettive sugli utili sono solide anche se lo yen resta il principale fattore di rischio», aggiunge Toschi. Un’altra fonte di protezione dei portafogli può arrivare dai mercati privati: «non bisogna temerli», dice Toschi.
In sostanza se i rischi principali del 2026, ovvero inflazione e forte correzione dei titoli tecnologici Usa dovessero materializzarsi, avverte Toschi, «bisognerebbe inserire in portafoglio nel caso di fiammata inflazionistica attivi reali, indici azionari con forte esposizione alle materie prime, in caso di inflazione strutturale invece meglio puntare su real estate, bond inflation linked e oro. Con una bolla degli asset tecnologici, fari puntati su obbligazioni di alta qualità e di lunga durata come i T-Bond Usa e settori difensivi». (riproduzione riservata)