Hanno avuto ragione i manifestanti, per ora. Il premier Netanyahu ha congelato la tanto contestata riforma della giustizia israeliana, chiedendo «responsabilità» alla piazza per «evitare a tutti i costi una guerra civile» dopo una giornata in cui l'intero Paese è rimasto paralizzato. Bloccato l'aeroporto di Tel Aviv, folle di persone sui cavalcavia, le arterie principali della città (capitale economica della nazione) gremite di manifestanti. Anche il settore pubblico è in sciopero: via i freni inibitori e infatti, confessa un funzionario ministeriale, lui ha messo come foto profilo di Facebook la bandiera di Israele. Simbolo della piazza in rivolta contro il governo che, con la riforma della giustizia, ha spaccato in due il Paese.
In piazza a Tel Aviv ci sono praticamente tutti: il movimento Lgbtq+, i militari, gli studenti e tanti, tantissimi startupper e lavoratori del settore hi-tech. Che sono preoccupati.
Nathan (nome di fantasia per tutelarne l'anonimato), startupper nel settore software arrivato da fuori Tel Aviv, dice che «se dovesse passare la riforma il governo avrebbe il potere di confiscarci il denaro, di confiscarci le aziende» . E poi, «chi vuole più investire in un Paese dove il denaro non è al sicuro?» . Toni che hanno spinto in piazza anche molti dei circa 400 fondi di venture capital presenti in uno Stato di 9,5 milioni di abitanti, in cui più del 10% degli stipendi totali va ai lavoratori del tech. Insomma, si è paralizzata la macchina di quella che a ragione viene chiamata "la nazione delle startup". Startup che hanno tolto il loro appoggio all'esecutivo e sono in piazza a minacciare la paralisi totale di Israele. Le richieste del settore arrivano peraltro dopo la più vasta crisi delle startup innescata da Silicon Valley Bank in America.
Come spiega David, ingegnere informatico che lavora per una multinazionale americana a Bere Sheva (la città della cybersecurity), «dopo la vicenda americana ci troviamo di fronte a una minaccia che colpisce l'intero settore finanziario e l'economia di Israele: in tempi di incertezza estremi nessuno verrebbe più a investire qui». (riproduzione riservata)