Se qualcuno me l’avesse detto anni fa, probabilmente avrei sorriso. Quando immaginavo la mia carriera, nella testa avevo ben altre immagini: magari la City di Londra, con le cravatte strette e le agende fitte, o Downtown Manhattan, tra skyline, fusioni e buzzwords. E invece, una delle esperienze più profonde e sorprendenti che potessi immaginare, la sto vivendo oggi lavorando fianco a fianco con quattro straordinari imprenditori del Sud Italia.
Consulbrokers, fondata nel 1988 nel Mezzogiorno, è da pochi giorni parte del gruppo internazionale JC Flowers & Co., che gestisce oltre 18 miliardi di euro di investimenti in oltre 20 Paesi nel mondo. Eppure, malgrado questa nuova “dimensione”, ha conservato qualcosa di raro: un’anima. Un modo di lavorare e costruire le cose che è familiare, sì, ma non chiuso: piuttosto fondato sulla prossimità, sulla fiducia, sulla relazione.
I fondatori sono quattro professionisti di straordinaria levatura. Alfredo Amato e Maurizio Fiore, napoletani, sono uomini di visione, esperienza e passione. Antonio Perretti ed Egidio Comodo, lucani, portano con sé una profondità intellettuale e una genuinità fuori dal comune. Con loro ho scoperto che la forza di un’impresa non sta solo nei numeri, ma nel capitale umano che la anima ogni giorno.
Entrare in Consulbrokers, per me, lombardo DOC, ha significato portare con me tutta la mia cassetta (presunta) degli attrezzi settentrionali: metodo, pianificazione, controlli, processi. Non a caso, in azienda mi occupo di operations e pianificazione strategica. E come se non bastasse, sono finito anche a insegnare Controllo delle Aziende all’Università Bicocca. Una sorta di nemesi esistenziale: il mio carattere è diventato anche il mio ruolo.
Ma in questa esperienza ho imparato una delle lezioni più importanti: imparare a fare il manager significa anche lasciarsi formare dalle persone con cui lavori. Significa prendere ricchezza da chi ti è accanto ogni giorno, farti influenzare nel modo giusto, crescere non solo attraverso i libri ma soprattutto attraverso i volti, i gesti, i caratteri di chi condivide il tuo cammino.
Oggi, lo confesso senza esitazioni, il mio ufficio preferito tra i 15 che abbiamo in Italia è quello di Napoli. Affacciato sullo straordinario Golfo, è un luogo dove si lavora con intensità e serenità, dove la bellezza della vista si sposa con la concretezza di un fare quotidiano sempre orientato al risultato. Non è solo un posto: è un’energia.
In questi giorni in cui Napoli è stata scelta come sede della prossima America's Cup, l’evento velico più prestigioso al mondo, viene spontaneo pensare al valore della contaminazione. A come le esperienze, quando si mescolano nel modo giusto, creano valore vero.
E ve lo spiego io, che lavoro con manager napoletani tutti i giorni, perché Napoli può davvero ospitare un evento planetario come questo: perché è un luogo straordinario. Lo è per bellezza, certo, ma anche per intensità, spirito, resilienza, e visione.
La storia di Consulbrokers ne è un esempio concreto: un’impresa nata nel Sud, cresciuta nel dialogo tra Nord e Sud, e oggi protagonista a livello globale.
Ma c’è di più. La cultura partenopea e l’anima profonda del Sud sono entrate in modo naturale nel nostro modello operativo, diventandone – con il tempo – un tratto distintivo. Non per folclore, ma per sostanza. La capacità di prossimità, di relazione diretta, di attenzione autentica alle persone è oggi un pilastro della nostra identità. È quella sensibilità relazionale che ci consente di essere “vicini” in un mondo che tende sempre più a disumanizzare le connessioni.
Mentre gran parte dei grandi mercati crescono attraverso fusioni e acquisizioni che spesso comportano tagli, standardizzazione, spersonalizzazione, noi abbiamo scelto un’altra via. Lavoriamo per crescere, sì, ma cercando di non sacrificare mai lo spirito originario di legame umano, di attenzione, di fedeltà alle relazioni. Un principio semplice, ma tutt’altro che scontato, in un contesto che premia l’omologazione. Una crescita che non cancella, ma che valorizza. Che non uniforma, ma che riconosce. Che non standardizza, ma che costruisce identità attorno a ciò che rende le persone, e le imprese, uniche.
Quando mi chiedono com’è lavorare con soci del Sud, rispondo che è come essere parte di una tavolata vera: ognuno porta qualcosa, e alla fine si costruisce qualcosa che da soli non sarebbe stato possibile. Si lavora con metodo, con calore, con intelligenza, con passione. Si costruisce, davvero.
I miei viaggi – da Milano a Roma, da Londra a Dubai – mi mettono ogni giorno in contatto con mondi diversi. E ovunque vada, porto con me questa cultura ibrida, profonda, concreta. Questa contaminazione che non è compromesso, ma potenziamento reciproco.
E mentre Milano corre verso le Olimpiadi Invernali 2026, noi continuiamo, con la stessa determinazione, a costruire ogni giorno un ponte tra storie, territori, persone. Un ponte solido, umano, strategico.
Perché ho imparato che il futuro non è nella standardizzazione. Il futuro è nella contaminazione ben fatta. Quella che parte dalla fiducia, si nutre di rispetto, e arriva lontano. Proprio come noi proviamo a fare ogni giorno. Parola di un manager del Nord innamorato profondamente del Sud. (riproduzione riservata)