Nella sua recente lettera agli azionisti il ceo di BlackRock Larry Fink è stato perentorio: «L’intelligenza artificiale aumenterà di molto le disuguaglianze economiche e sociali nel mondo». Ma esiste già una soluzione per non essere investiti dall’onda d’urto: «Investire nei mercati», ha scritto l’amministratore delegato della più grande società di investimento al mondo.
La lettera fa una parallelismo tra la rivoluzione dell’intelligenza artificiale e quella del computer, che ha sprigionato tutta la sua forza tra la fine degli anni ‘90 e la prima decade dei Duemila (con tanto di bolla delle dot.com in mezzo).
Effettivamente, utilizzando la lunghissima serie di dati storici fornita dal World Inequality Database (dal 1820 a oggi), il livello minimo di disuguaglianza nel mondo è stato raggiunto negli anni ‘70 per poi risalire senza sosta, toccare un punto di massimo relativo alla vigilia della Grande Crisi Finanziaria del 2008-09 e poi assestarsi sui livelli attuali. Grosso modo gli stessi dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale.
Non esiste una correlazione univoca tra avvento del computer e crescita delle disuguaglianze, ma una cosa è certa: la rivoluzione tecnologica di fine millennio ha ridisegnato la geografia della ricchezza mondiale e anche la sua magnitudo. Oggi tra i primi dieci miliardari al mondo censiti dal Bloomberg Billionaires Index solo due - Bernard Arnault di Lvmh e Jim Walton di Walmart - non provengono dal mondo della tecnologia.
In tutto ciò il settore tecnologico rappresenta più di un quarto della capitalizzazione di mercato degli indici mondiali, con aziende (è il caso di Nvidia, Apple e Alphabet-Google) che superano i 3 mila miliardi di dollari di capitalizzazione. Nel 1995 la prima quotata per capitalizzazione dell’S&P 500, General Electric, valeva appena 93 miliardi.
Ecco allora che il discorso di Fink assume un significato più profondo. Se anche il mercato andrà in direzione di una sempre maggiore polarizzazione e concentrazione della ricchezza in pochi titoli dell’intelligenza artificiale, il modo migliore per non rimanere indietro è partecipare da azionisti alle ricchezze di queste aziende.
Chi con lungimiranza avesse impostato un piano di accumulo da 200 euro al mese nel 2019 in un Etf europeo sull’intelligenza artificiale (la simulazione in pagina considera un prodotto di Xtrackers da oltre 5 miliardi di masse) oggi avrebbe più che raddoppiato il valore dell’investimento totale, portandosi a casa un tasso di crescita annuo del 10,8%.
Con una volatilità elevata, certo: il backtest svolto con lo strumento Curvo (e dati JustEtf) la quantifica, nel periodo in questione, nel 18,9%. Un investimento da cuori forti, anche se la struttura stessa del mercato propone un’alternativa ai più prudenti.
Sarebbe bastato un Etf sull’indice Msci World (dove, come accennato, la tecnologia pesa per oltre un quarto del totale) per portarsi a casa un 6,8% di rendimento annuo, stracciare l’inflazione e ridurre la volatilità al 13,6%. La raccomandazione di Fink, numeri alla mano, già da molto tempo è più attuale che mai. Anche se naturalmente non è una soluzione universale: richiede capitale, tempo e tolleranza al rischio. Ma resta per il momento l’unico meccanismo accessibile per partecipare alla creazione di ricchezza. (riproduzione riservata)