Sono tempi duri per chi vuole investire nei mercati americani. Le azioni statunitensi sono state le prime vittime dell’ondata di dazi imposti da Donald Trump dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. Da inizio anno il Nasdaq, zavorrato dal tonfo dei titoli dell’intelligenza artificiale, ha perso più del 10%, entrando tecnicamente in fase di correzione. Stessa sorte per il Russell 2000, l’indice delle small e mid cap a stelle e strisce: composto in gran parte da titoli industriali, l’indice è esposto in modo marcato al protezionismo del presidente.
Sorte un po’ migliore è toccata finora all’S&P 500 (-4,5%) e al Dow Jones (-1,5%). Oltre che dal fattore Trump, un altro elemento chiave nelle borsa Usa sono le valutazioni eccessive raggiunte dal tech, come spiega il presidente e cio dell’equity globale di Neuberger Berman, Joe Amato. «L’indice S&P 500 tratta attualmente a un multiplo prezzo-utile di quasi 21,9, il massimo su quasi tre decenni»: questo significa, secondo il money manager, che le elevate valutazioni dalle prime cinque società per capitalizzazione «hanno fatto salire il multiplo ponderato per la capitalizzazione di mercato dell'indice a un livello superiore a quello degli altri 495 titoli».
Con l’arrivo di Trump, come ha spiegato a Barron’s il politologo Mark Rosenberg, negli Stati Uniti si è venuta generare un paradosso: «Gli Usa sembrano sempre più un mercato emergente: c’è una maggiore incertezza politica, ci sono più dubbi sullo stato di diritto, ci sono preoccupazioni sulla capacità dello Stato di affrontare i suoi problemi fiscali». La differenza tra mercati sviluppati ed emergenti, per Rosenberg, «sta nel fatto che la politica è importante per i risultati di mercato»: e le oscillazioni degli indici azionari in base alle affermazioni di Trump sui dazi sembrerebbero andare proprio in questa direzione.
L’offerta di prodotti di risparmio gestito per investire nelle borsa Usa è sterminata. Un quinto degli Etf azionari disponibili per gli investitori europei è focalizzato sui mercati americani, senza dimenticare che con l’acquisto di un Etf globale (quasi un terzo dell’offerta azionaria) ci si espone per la stragrande maggioranza agli indici a stelle e strisce. In un anno in cui i mercati sono partiti in forte correzione, tuttavia, la carta dei fondi attivi, seppur con costi molto più alti (1,5% le commissioni medie, mentre gli Etf partono dallo 0,03%), possono essere utili per provare a battere le borse.
La tabella in basso, elaborata da Fida, censisce i fondi azionari sui mercati Usa dividendoli in due categorie: quelle con copertura valutaria del cambio euro-dollaro e quelli privi di tale meccanismo. Visto il forte indebolimento del dollaro in atto da inizio anno, i fondi con copertura hanno avuto finora una performance decisamente più alta: il rendimento medio di questi cinque comparti è del 3,1% da inizio anno, mentre quelli senza copertura scendono al -0,7%, per salire però al 17,1% su un orizzonte triennale (+7,3% i fondi con copertura).
In un’ottica di medio-lungo periodo, spiega Monica Zerbinati, analista finanziaria di Fida, « i comparti growth su grandi e medie capitalizzazioni mostrano un profilo di rendimento superiore rispetto alle controparti value». In sostanza, chi negli ultimi anni avesse cavalcato la corsa del tech avrebbe messo a segno performance molto importanti: «Lo stile large & mid cap growth ha inanellato un +54% a tre anni e un +101% a cinque anni: numeri che evidenziano la capacità di cavalcare il momentum tecnologico. È vero che la volatilità risulta più accentuata, ma non si discosta troppo dalle altre categorie», aggiunge Zerbinati.
Quest’anno, al contrario, a premiare gli investitori è stato finora lo stile value. Ad esempio nel fondo EdR Fund Us Value di Edmond de Rothschild Am (+3,1% con copertura valutaria, -1,2% senza, con costi dell’1,7%). Christophe Foliot, portfolio manager in international equities, guarda con interesse a due settori. «Quello delle tlc ha un business stabile, multipli bassi e dividendi elevati, superiori al 5%». E poi c’è il comparto sanitario: «È molto economico», osserva il money manager, «e alcune grandi aziende farmaceutiche come Pfizer hanno un dividendo interessante, nell’ordine del 7%, oltre a una valutazione bassa».
Anche T. Rowe Price punta sullo stile value con il fondo US Large Cap Value Equity (-0,8% nel 2025, costi dell’1,5%). «Le strategie value svolgono un ruolo importante nei portafogli azionari bilanciati», sottolinea il portfolio specialist della US Equity Division, Eric Papesh. Dal punto di vista settoriale, «le parti meno cicliche del mercato stanno dimostrando finora una certa forza», prosegue il gestore. «Ad esempio le società di beni di prima necessità come Coca-Cola e i fornitori di servizi sanitari come Elevance Health, entrambi inclusi tra le nostre top holding, mostrano fondamentali solidi e una gestione strategica che li rende ben posizionati per affrontare l’attuale volatilità di mercato». (riproduzione riservata)