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Investire in oro con le azioni: ecco i fondi auriferi che rendono in media il 49% da inizio anno
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Investire in oro con le azioni: ecco i fondi auriferi che rendono in media il 49% da inizio anno

04 luglio 2025, 20:00

I gestori ora guardano ai titoli degli estrattori a caccia di ricchi diviendi e remunerazioni tramite buyback

Fin dove arriverà la corsa dell’oro? Dall’inizio dell’anno il lingotto, considerato ormai il bene rifugio per eccellenza in periodo di turbolenze geopolitiche estreme, ha visto il suo valore crescere del 27%. Il massimo storico in chiusura lo ha raggiunto a metà giugno, quando ha toccato quota 3.452,8 dollari l’oncia.

Oltre al suo ruolo di protezione dalle tempeste di guerra (e dalla volatilità dei mercati azionari) il più prezioso dei metalli sta vivendo da diversi mesi a questa parte anche un’altra dinamica rialzista: i continui acquisti delle banche centrali – in special modo quelle dei Paesi emergenti – che lo usano per smarcarsi dalla storica dipendenza dal dollaro americano. Con un dollaro in discesa e il rischio di inflazione negli Stati Uniti a causa dei dazi di Donald Trump (se effettivamente implementati) ha portato vari analisti a ipotizzare rialzi ancora più marcati per il lingotto: ad esempio Wisdomtree, in un recente outlook firmato da Nitesh Shah, head of commodieties and macro research, ha ipotizzato per l’oro una corsa fino ai 4.210 dollari nel primo trimestre del prossimo anno.

Come esporsi alla corsa del lingotto

Per esporsi alla corsa dell’oro ci sono vari modi: la detenzione fisica del metallo da una parte, gli strumenti finanziari di risparmio gestito dall’altra. Tra questi ci sono gli Etc (Exchange-Traded-Commodity) sull’oro fisico, simili agli Etf ma pensati per esporsi soltanto all’andamento del prezzo del metallo, e tutto l’universo di fondi comuni ed Etf pensati per esporsi indirettamente alle dinamiche del lingotto tramite l’investimento nelle società estrattrici. Un approccio di questo tipo può offrire alcuni vantaggi: secondo Alessandro Valentino, product manager di VanEck, tra questi si annovera «la possibilità di ottenere rendimenti maggiori grazie alla leva operativa in caso di aumento dei prezzi dell’oro e il vantaggio aggiuntivo di ricevere reddito sotto forma di dividendi o buyback, elementi non disponibili con l’oro fisico». Questi titoli inoltre, aggiunge il money manager, «sono generalmente più liquidi e accessibili, senza costi di deposito o assicurazione». Di contro, «le azioni aurifere comportano rischi specifici legati alle singole aziende, come l’inflazione dei costi, sfide operative e ostacoli normativi, che possono portare a performance inferiori anche in contesti di mercato favorevoli per l’oro».

I fondi per investire nei titoli auriferi

La classifica elaborata da Fida propone una selezione di dieci fondi attivi focalizzati sulle società estrattrici, ordinati per rendimento nel 2025. La loro performance media è del 49,4% (quindi quasi il doppio rispetto all’apprezzamento dell’oro fisico), che sfiora il 57% su un orizzonte annuo e arriva fino al 73% su una prospettiva triennale. Il tutto con costi abbastanza elevati (la commissione media di questi comparti è dell’1,5%) ma comunque inferiori rispetto alla media dei comparti attivi azionari disponibili per gli investitori italiani.

Il fattore dividendi e buyback

Primo in graduatoria è il fondo Gold and Precious Metals di Franklin Templeton che, favorito anche dalla copertura del cambio euro-dollaro, da inizio 2025 rende il 63,4%, con commissioni dell’1%, le più basse del campione considerato. Fred Fromm, gestore del comparto (e anche del Franklin Natural Resources Fund) ritiene che oggi «i titoli minerari auriferi di alta qualità a media e grande capitalizzazione offrono bilanci solidi, un'allocazione disciplinata del capitale e un cash flow costante, spesso restituendo valore attraverso dividendi e buyback». Offrono inoltrem aggiunge il money manager, «un'esposizione con leva finanziaria all'aumento dei prezzi dell'oro, con un rischio inferiore rispetto alle società minerarie più piccole».

Quali geografie preferire oggi

Con il comparto Bgf World Gold BlackRock si approccia all’asset class mettendo a segno una performance da inizio anno del 48,9%, con costi tra più alti dei fondi in tabella (1,75%). Tom Holl, gestore del fondo,

ha un visione positiva sui titoli auriferi, «sostenuta da un prezzo dell’oro elevato e dalla riduzione delle pressioni sui costi di produzione». Il rapporto tra un’oncia d’oro e un barile di petrolio indicatore approssimativo dei margini «è passato da 33 a gennaio a circa 50 oggi», sottolinea il money manager. Attenzione però a una possibile criticità: «L’aumento della generazione di cassa da parte delle società aurifere potrebbe accrescere il rischio di interventi governativi: per questo motivo, privilegiamo operatori attivi in giurisdizioni a più basso rischio come Canada, Stati Uniti e Australia». È incoraggiante infine notare, conclude Holl, «che la maggior parte delle società del settore resta comunque focalizzata sulla disciplina del capitale e sulla restituzione di valore agli azionisti tramite dividendi e buyback».

La lunga marcia delle cedole

Cpr Am (gruppo Amundi) con il fondo Cpr Invest Global Gold Mines (in dollari Usa) mette a segno un rendimento del 41,4%, con costi dell’1,7%. Arnaud du Plessis, thematic equity portfolio manager della società di gestione, pensa che la posizione geografica sia fondamentale «e con l'aumento dei rischi geopolitici privilegiamo le zone politicamente stabili: Nord America, Australia, alcune aree dell'Europa e dell'America Latina, mentre l'Africa è diventata più rischiosa». Quanto ai fondamentali, anche du Plessis ritiene che la remunerazione degli azionisti sia il fattore cruciale del settore: «L'aumento dei prezzi dell'oro ha più che compensato i costi di inflazione, generando flussi di cassa record». Ciò, sottolinea il gestore, «segna un cambiamento strutturale: un settore che fino a pochi anni fa pagava dividendi irrisori offre ora rendimenti superiori all'indice S&P 500». Molte società stanno infine «avviando programmi di riacquisto di azioni proprie, approfittando delle valutazioni basse: l'attenzione è ora rivolta alla sostenibilità dei rendimenti per gli azionisti, sostenuta da bilanci solidi e da una forte generazione di free cash flow». (riproduzione riservata)



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